Eugène Labiche visto da Émile Zola (I)

Il presente saggio breve è tratto dal volume Nos auteurs dramatiques, Éditions G. Charpentier, Paris 1881, pp. 253-259. L’autore è Émile Zola. La traduzione è mia.

Emile ZolaÉmile Augier, curatore della prefazione al Théâtre complet di Eugène Labiche, esprime il seguente giudizio sull’autore: “Nella sua vita, come nel suo teatro, l’allegria sgorga dall’urna come un fiume in piena che trascina, alla rinfusa, la fantasia più bizzarra e il più solido buon senso, i discorsi strampalati più folli e il più sottile spirito di osservazione. Per costruirsi una reputazione da autore impegnato, gli manca solo un po’ di pedantismo; e una punta di amarezza per convertirsi in un moralista di grande levatura. Labiche non possiede né frusta né ferula; se digrigna i denti, lo fa per ridere, ma non morde mai. Non possiede quell’odio vigoroso di cui parla Alceste, protagonista del Misantropo di Molière; scrive come Regnard, per divertirsi e non per soddisfare il proprio ego”. Secondo me, questo giudizio è giusto e vero ed espresso anche in modo perfetto, solo ci sarebbe bisogno di approfondirlo un po’ per metterlo completamente in risalto.

La formula di Eugène Labiche
Innanzitutto, è importante sottolineare che la formula di Labiche è già invecchiata. Ha avuto un quarto di secolo a disposizione e questo, oltre ad avere i suoi lati positivi, è anche un periodo di tempo molto lungo. Per venticinque/trent’anni Labiche è stato la risata della Francia e ha regnato sulla nostra allegria. Pochi autori hanno conosciuto una gloria simile. Il fatto che egli rappresenti la risata di ieri è comprovato dall’esistenza di quella che io definirei la risata di oggi, e cioè i Signori Meilhac e Halévy. Provate a comparare La borsa dell’acqua calda (1874) o La cicala (1877) con Un cappello di paglia di Firenze (1851) e vi accorgerete subito delle notevoli differenze: la pièce meno recente presenta una maggiore bonomia e possiede una verve forte, vitale e umana rispetto a quelle più attuali che sono contraddistinte da una maggiore tensione e da una fantasia più limitata stuzzicata dai classici sapori parigini. Non si tratta di un semplice contrasto tra caratteri diversi, ma si tratta di un modo di agire appartenente a due epoche diverse e a due società diverse.

Mi piacerebbe approfondire ulteriormente questo confronto poiché ne risulterebbero nuove argomentazioni a favore di questa continua evoluzione teatrale, che amo così spesso constatare allo scopo di incoraggiare e difendere gli innovatori. Tuttavia, una simile scelta mi porterebbe fuori tema e finirei per non studiare più il teatro di Labiche, obiettivo principale di questa mia analisi.

Un cappello di paglia di FirenzeUno studio di questo tipo potrebbe estendersi per molte pagine, ragion per cui cercherò di essere il più sintetico possibile. Innanzitutto, ci tengo a parlare di Un cappello di paglia di Firenze, pièce convertitasi nella fonte di ispirazione di molti altri vaudeville successivi. Il giorno in cui Labiche la scrisse, non si limitò a realizzare un testo teatrale ma inventò un vero e proprio genere. Poiché l’invenzione si inseriva in un quadro efficace e possedeva quella flessibilità in grado di contenere tutte le buffonerie immaginabili, era destino che lo stampo così originato si protraesse nel tempo. Anzi, direi quasi che questo testo aveva un che di geniale, visto e considerato che non è da tutti inventare un nuovo genere teatrale. Infatti, nessuno degli autori attuali è ancora riuscito a rinnovare il genere vaudeville – la fantasia che lo contraddistingue non è né più ampia né più folle di allora e nemmeno la risata è più sana o più spontanea dei tempi di Labiche – . Ovviamente, in questo contesto, non si vanno ad analizzare lo spirito di osservazione, la veridicità e lo stile. Bisogna accettare l’opera per quello che è: una farsa bonaria, senza alcuna pretesa, superbamente concepita per la scena.

A parte Un cappello di paglia di Firenze, i testi che ho letto con maggiore interesse sono gli atti unici che completano il primo volume del già citato Théâtre complet, come ad esempio Il misantropo e l’alverniate, Edgard e la sua cameriera e Una figlia sotto stretta sorveglianza. Attraverso di essi si manifesta tutto il talento di Eugène Labiche poiché si percepiscono chiaramente le basi che ne hanno determinato lo sviluppo e le ragioni del suo successo. Si tratta sempre della stessa bonomia, e della solita risata facile, ma qui non siamo più nella fantasia assoluta; l’autore sfiora la vita, salta a piè pari la melma, tocca con la punta delle dita le piaghe più aperte. È un uomo gentile che gioca con il fuoco, senza bruciarsi e senza mai spaventare nessuno.

Il misantropo e l’alverniate
Nel Misantropo e l’alverniate, Chiffonnet, ricco redditiere, arde dal desiderio di sapere sempre la verità. La vuole, la esige a ogni costo. Così, per raggiungere il suo scopo, stipula un accordo con l’alverniate Machavoine promettendogli vitto e alloggio a patto che lui gliela dica sempre e comunque. Un’ora dopo, Chiffonnet non solo è stufo dell’uomo ma, a causa del suo comportamento, si ritrova anche con la reputazione compromessa, sicché sarebbe disposto a cedere la metà del suo patrimonio pur di liberarsi dello scocciatore. Questo è il soggetto di una satira molto amara. Affidate una tematica del genere a un autore comico inglese del XVII secolo – Ben Jonson, ad esempio – e scoprirete da soli per quali strade disonorevoli è in grado di trascinare l’umanità. Machavoine spiffererà in faccia a tutti i personaggi le verità più abominevoli, ma con Eugène Labiche l’amarezza scompare e resta solo una sonora risata di fronte alle situazioni imbarazzanti in cui l’alverniate finisce per cacciare il misantropo; e tutta l’allegria nasce dal cambiamento di mentalità che avviene in quest’ultimo proprio a sue spese. Ci troviamo di fronte a un’importante questione filosofica districata attraverso una buffoneria.

Il misantropo e l'alverniate

Edgard e la sua cameriera
Passiamo ora a Edgard e la sua cameriera. Qui siamo di fronte a uno studio di costume; il caso affrontato, infatti, è uno dei più delicati e scabrosi che si possano presentare in una famiglia. Il giovane rampollo, Edgard, ha avuto una relazione con Florestine, la cameriera di sua madre. Tuttavia è sul punto di sposarsi, e siccome il rapporto con la cameriera lo annoia manifesta la volontà di interromperlo. Florestine, però, non è affatto d’accordo: desidera essere amata ed elabora ogni stratagemma pur di impedire il matrimonio. Una simile tematica è poco morale. Con essa si potrebbero scuotere tutti i bassifondi del gabinetto da toeletta e della cucina. Le fatali promiscuità della vita familiare, le licenziose compiacenze e la tollerata sconcezza che si accomoda all’interno del focolare vengono tutte messe in gioco con estrema crudezza, ma non temete. Eugène Labiche si farà una risata talmente grassa, e uscirà dalla realtà con un tale slancio di folle fantasia, da eliminare dal soggetto qualsivoglia aspetto offensivo. E visto che la cosa ha lo scopo di far ridere, ed è quindi irreale, perché mai dovremmo arrabbiarci?

Una figlia sotto stretta sorveglianza
Ora parlerò di Una figlia sotto stretta sorveglianza. Questa volta superiamo ogni limite. La tematica è così ripugnante che per riuscire a rappresentarla, e a farla accettare dal pubblico, è stata necessaria un’enorme fatica. La Baronessa De Flasquemont si reca a una serata danzante e lascia la figlia Berthe, di appena sette anni, sotto la sorveglianza dei domestici Saint-Germain e Marie. La bambina dorme. Appena uscita la Baronessa, Marie e Saint-Germain programmano di recarsi al bal Mabille, che si trova poco distante dall’abitazione; Berthe, però, si sveglia e pretende di andarci anche lei. Così, i domestici la portano a fare bisboccia e la bambina rientra, in seguito, seduta a cavalcioni sulle spalle del carabiniere Rocambole. Nel frattempo, la Baronessa torna a casa prima del previsto ed è sempre sul punto di accorgersi della sparizione della piccola.
Cosa si può pensare di uno spettacolo del genere in cui si vedono due domestici spingere una bambina di sette anni sulla strada della perdizione? Berthe, oltre a essere una ragazzina molto sveglia, assume i seguenti comportamenti: beve acquavite al bal Mabille, si reca nella caserma dove risiede Rocambole, rientra a casa ubriaca e, per finirla in bellezza, sente e ricorda alla perfezione una canzoncina militare piena di sottintesi sboccati. Non sarebbe il caso, per la critica pudibonda, di indignarsi almeno un pochino? Che sacrilegio! Che brutto modo di rubare la purezza a una ragazzina! Un essere così candido avviato su una strada simile! Ve la immaginate voi una bambina di sette anni che barcolla, finisce immischiata nelle relazioni amorose dei domestici e poi rientra con gli occhi lucidi da un ballo per fanciulle e da una caserma dei carabinieri? È lo schiaffo più crudele che si possa dare all’infanzia ed è anche il modo più categorico di mostrare i vizi dell’anticamera, che penetrano in salotto e in camera da letto, e vanno a colpire addirittura le bambine nella loro culla.
Una figlia sotto stretta sorveglianzaLa cosa più divertente è che Una figlia sotto stretta sorveglianza è stata scritta su commissione per permettere a Céline Montaland, considerata talentuosa quanto un Daubray in miniatura, di debuttare sulle scene nel 1850. Era necessario trovare un ruolo per questa bambina prodigio, un ruolo che le permettesse di recitare, saltare, mostrare i denti bianchi e cantare un motivetto veloce. Eugène Labiche si era incaricato di scrivere questo ruolo e così ne è nata la pièce di cui sopra, che ha suscitato grandi risate malgrado il fatto che un piccolo dettaglio in meno o in più sarebbe bastato a costernare e atterrire la sala.
Credo sia inutile che io mi soffermi a specificare il dramma spaventoso che si nasconde sotto questa farsa. Con un soggetto simile, farsi fischiare sarebbe molto facile. Basterebbe soffermarsi un po’ di più su alcuni punti, infondere maggiore verità a qualche scena, eliminare le capriole da qualche altra e il risultato sarebbe garantito. Un osservatore più pungente, o un autore che nutre profonda passione per ciò che vede, scandalizzerebbe tutti fin dalle prime battute, ma se a occuparsi dell’argomento è Eugène Labiche tutte le mostruosità scompaiono, o se non altro finiscono nascoste sotto un’allegria così gioiosa che non vi è più ragione di disgustarsi. È così grave una constatazione di questo tipo? Il pubblico in sala sa benissimo che lo spettacolo a cui assiste è solo un gioco; e nel caso in cui se lo dimenticasse, bastano una strizzata d’occhio dell’autore, un gioco di parole o una situazione strampalata per ricordarglielo. La pièce, nella sua struttura, nei suoi fantocci e nel suo stile, espone un cartello che dice: “È solo una buffonata”. E di conseguenza, ridiamo.

Considerazioni generali
Dal mio punto di vista, la caratteristica principale del talento di Labiche è proprio questa. Egli ha creato una caricatura della vita, e una delle caricature più divertenti e innocenti che si possano vedere. È da questo che derivano l’enorme successo e il grande favore del pubblico. Il pubblico non vuole che qualcuno lo scuota, e non ci tiene nemmeno a vedere il marciume dell’umanità con la scusa di farlo divertire. Ancora oggi ridiamo quando assistiamo alle commedie di Molière, a volte a denti stretti o colti da una sensazione di malessere quando intuiamo la disperazione che si cela dietro le loro trame. Eugène Labiche entra in scena da uomo bonario, affrontando tematiche di vita, ma con una fantasia che si pone l’obiettivo di ridere di qualsiasi cosa. Quando la verità è troppo triste, lui le fa compiere una capriola, e quella capriola è irresistibile. In fondo, all’autore non interessa sapere se ci sono la melma e i delitti, poiché egli trova che ci sia innanzitutto la risata. Gli esseri umani si trasformano in comicissime marionette. Quindi egli non è né un moralista né un filosofo, ma un semplice uomo che ride.
Questo è lo stesso giudizio espresso da Émile Augier. Mi sono solo permesso di approfondirlo ulteriormente e di sostenerlo con delle prove. Non bisogna rimpiangere il fatto che Eugène Labiche abbia dimostrato una totale mancanza di pedantismo; il pedantismo è una brutta cosa. Quanto all’amarezza, serve per le grandi opere. Tra Molière e Labiche vi è solo un abisso: l’amarezza. È come un fiume che scorre nelle opere dei grandi osservatori. Chi conosce gli uomini, prova amarezza, e questo gusto amaro è quasi sempre come il sapore stesso della genialità. Gettate via la ferula, ma tenete in mano la frusta.

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