Discorso in risposta a Labiche dopo la sua accoglienza all’Académie-Française

Il presente testo è un frammento del discorso tenuto da John Lemoinne il 25 novembre 1880 dopo la nomina di Eugène Labiche a membro dell’Académie-Française. La traduzione è mia.

Eugène LabicheUn re di Spagna, Filippo II, dall’alto del suo palazzo, osservava uno studente che passeggiava nella pianura e a ogni passo si fermava perché colto da un riso incontenibile. Il re si mise a dire: “Di sicuro sta leggendo Don Chisciotte”. Mandò uno dei suoi ufficiali per informarsi e, in effetti, il testo che lo studente stava leggendo così gioiosamente era proprio quel capolavoro di sentimento, filosofia e gaiezza.

Allo stesso modo, quando vediamo una sala teatrale, oppure un raduno di persone, un gruppo, o anche un lettore solitario, esplodere in uno scoppio di risa incessante e vivace possiamo dire a colpo sicuro: “Sta leggendo Labiche”. Perché oltre al Labiche da teatro c’è anche quello da camera, che accompagna i viaggiatori e fa loro perdere la cognizione del tempo, che si legge la sera accanto al fuoco e rallegra i focolari più tediosi, che gli ipocondriaci non possono leggere o ascoltare senza sentirsi guariti.

Tuttavia, caro Labiche, di ragioni per temere il libro e la lettura ne avevate molte. La vostra modestia e il vostro buon animo ve l’avevano fatto capire, ma più del necessario. È stato un amico, oggi a sua volta membro, ad avere coraggio al posto vostro e a spingervi a pubblicare i volumi.

In effetti, come avreste potuto non dubitare di voi stesso? Come non esitare di fronte al compito di riunire per completezza e durata opere di improvvisazione, di osservazione effimera e di satira quotidiana? In tutti i personaggi delle vostre commedie un ruolo non apparteneva forse all’attore? In tutte le allusioni a questa o quella conformazione di forma o di figura non c’era forse il ruolo delle persone sul palco e i cui tratti erano conosciuti e popolari? Privato di questo tipo di collaborazione, il vostro teatro non rischiava di perdere uno degli elementi che ne decretavano il successo?

Questo tipo di prova è ben nota a tutti coloro che scrivono di eventi quotidiani, di questioni sempre correnti di cui non si è visto l’inizio e non si vedrà la fine, che non sono mai opere complete né un libro definitivamente chiuso. Anche loro alludono a una miriade di cose che il giorno dopo saranno dimenticate, e le loro battute di spirito, focalizzate sull’attualità, la settimana seguente risultano incomprensibili. Su di essi, caro Labiche, avete il vantaggio che i personaggi ridicoli, grandi e piccoli, e le sventure familiari che riempiono le vostre commedie, restano di ogni epoca e giorno, e fanno parte di ogni società.

Ecco perché avete superato vittoriosamente la prova del libro; e dobbiamo ringraziare il nostro collega, uno dei maestri della scena, per aver avuto prima di voi, e vostro malgrado, coscienza di voi.

Le Major CravachonUn uomo che potrebbe definirsi l’incarnazione dell’Académie Française, Abel François Villemain, diceva nell’accogliere Eugène Scribe: “In ogni tipo di letteratura, ogni personaggio dalla fama durevole è un grande titolo accademico, e a nessuno è concesso di divertire impunemente il pubblico per vent’anni”. Voi, caro Labiche, lo fate ridere da quarant’anni, e continua a ridere, ride sempre. Avete acquisito e conquistato il simbolo popolare del successo: siete diventato proverbiale. Le vostre battute, i titoli delle vostre opere, sono sulla bocca di tutti, nella memoria dei piccoli e dei grandi. Ovunque, non si fa che dire: “Genero mio, il fidanzamento è rotto”, oppure “Abbracciamoci, Folleville”. I compagni di collegio si chiamano tutti l’un l’altro labadensiani, e la battuta che la commedia antica ripete tanto spesso è diventata: “Il più felice dei tre”.

Quando definite le vostre commedie degli scherzi siete troppo modesto, vi rendete miglior giustizia reclamando il dono del buonumore. Dev’essere un dono di natura, spontaneo, visto che l’avete mantenuto anche nei periodi più turbolenti. Ci avete rallegrato quando volevamo piangere. Abbracciamoci, Folleville!, per esempio, è capitata proprio durante le burrascose elezioni del 1850 e il mio caro collega, Jules Janin, che comunque non era incline alla malinconia, quel giorno disse: “Abbracciamoci, abbracciamoci! Non chiederei di meglio; ma bisogna andare a votare!”.

Voi possedete quel dono prezioso dello spirito, così raro al giorno d’oggi: la salute. Il vostro spirito è in buona salute, in un felice equilibrio di sangue e umori. Ecco perché la vostra fama ha resistito: il buonumore, come un liquore generoso, non subisce alterazioni e anzi migliora con il tempo. Potremmo imbottigliare un po’ di Labiche e spedirlo ai malati e ai malinconici: è un rimedio più efficace di qualsiasi acqua termale. A questo proposito, vi chiedo il permesso di ricordare un uomo che tutti noi abbiamo conosciuto e amato, Ernest Bersot. Mentre sopportava con estremo coraggio le più atroci sofferenze, uno dei suoi amici, un nostro collega, gli portò Il Teatro di Labiche. Morendo, caro Labiche, vi lasciò in eredità il suo volume sui moralisti.

Avete fatto ridere tanta gente che per noi tutti era impossibile prendervi sul serio; non potevamo rassegnarci, avevamo paura di cambiarvi. Non pensavate all’Académie, ebbene! Va detto che nemmeno il pubblico ci pensava per voi, e fin dall’inizio non ha voluto crederci. Molti hanno detto: “Sta scherzando! È evidente!”. Avete vissuto gli inconvenienti del giovane che, dopo aver in parte dilapidato la sua vita, un bel giorno annuncia agli amici di volersi sposare. “Sposarsi lui! Sistemarsi lui! Sta scherzando!”. Eppure quel giovane diventa un bravo marito, un buon padre e anche un accademico.

In fondo il vostro teatro è più serio di quanto non sembri, e anche voi siete un uomo più posato di quanto affermiate. Oh! Non ambite di sicuro all’ideale; ma la vita quotidiana ne è priva, ed è quella che voi mostrate. La vostra lingua non è sempre impeccabilmente corretta, ma la battuta è sempre trasparente. Con questo non intendo dire che sia brutale. Quella ce l’avete in punta di penna, e sulla punta della lingua, ma non la lasciate mai sfuggire.

Chapeau de paille d'ItalieLa vostra commedia è forse leggera, anche audace; ma c’è qualcosa che le impedisce di essere immorale: non è sentimentale. Le disgrazie domestiche che mettete in scena sono disgrazie per ridere; accadono in un mondo che non si prende sul serio e di cui è lecito dire: la gioventù vuole il suo sfogo. Questo mondo così buffonesco non crede di commettere un crimine con le farse che inscena, e tutte queste invenzioni irresistibilmente comiche sono percorse da una bella corrente d’aria che rimuove ogni particella malsana. Proprio per questa ragione, a volte, le vostre pièces più celebri sono state prese in prestito per allestirle negli istituti educativi dove le donne non potevano essere in scena, e in cui la figlia del Signor Perrichon è virtuosamente sostituita da un fondo di carrozzeria che due contendenti inseguono attraverso le montagne della Svizzera. A parte questa piccola differenza, le passioni sono le stesse, ed è così che le vostre pièces possono essere allestite nei seminari.

Il viaggio del Signor Perrichon è autentica filosofia. È stato riallestito di recente, dopo vent’anni, ma è sempre giovane perché rappresenta un sentimento imperituro: l’ingratitudine.
È indipendente a modo suo, questo borghese; ha quella che si definisce l’indipendenza del cuore. Non riesce a perdonare colui che lo ha salvato; ha sempre davanti qualcuno che può dirgli: “Eh, se non era per me!”; è tormentato dall’incubo della riconoscenza. Niente di più vero; più argutamente, più comicamente e più profondamente tratto dalla realtà; è vera commedia.
Lo stesso vale per la politica, e per i popoli e gli individui. Vale la pena ricordare le parole di un celebre ministro il cui paese era appena stato salvato dall’intervento armato di una grande potenza: “Stupiremo il mondo con la nostra ingratitudine”. Queste parole risalgono a più di trent’anni fa, ma sono valide ancora oggi. Paesi che sono stati soccorsi o salvati non lo perdonano; ma il mondo non si stupisce più.
Parole come “solo Dio ha il diritto di uccidere i suoi simili”, pronunciate con serietà buffonesca, non contengono forse la filosofia di tutte le discussioni sulla pena di morte?
Non mi soffermerò su quelle opere unicamente leggere che sfuggono a ogni analisi, e talmente esilaranti che gli attori stessi non riuscivano ad arrivare alla fine delle prove. Bisogna disporre di un’inesauribile provvista di battute per portare avanti la cosa per cinque atti, come avviene in una tragedia.

Un giorno, caro Labiche, siete arrivato fino all’accademia di teatro, la Comédie-Française; ed è a questo proposito che Sainte-Beuve, parlando di Collé, dichiarava: “Collé ha fatto qualcosa che abbiamo visto fare allo spiritoso e simpatico autore del Palais-Royal Eugène Labiche. Ha indossato l’abito scuro e la cravatta bianca per rendersi degno della Comédie-Française e si è privato della sua allegrezza, del lato migliore della sua vena comica. Questo atteggiamento lui lo definiva onestizzare le sue pièces; in realtà, significava raffreddarle troppo. Per quanto mi riguarda, preferisco i nostri due autori quando si muovono nel loro ambiente: Labiche in L’amatissimo Célimare, e Collé in La verité dans le vin; due piccoli capolavori con qualche elemento in comune, ornamenti dello stesso tipo portati con leggerezza”.
Io non credo, caro Labiche, che abbiate snaturato la vostra indole nella commedia rappresentata alla Comédie-Française avente per titolo quell’unica parola Moi. È in quel contesto che troviamo la battuta, altrettanto unica, dell’egoista alla nipote, che cerca di dissuaderlo dallo sposare una giovane e gli racconta quanto lei stessa abbia sofferto sposando un anziano: “E lui?”, chiede l’uomo di continuo. “Lui, oh! Era felicissimo!”, ribatte lei. “Beh! E allora che problema c’è?”.
Sono battute convincenti, e destinate a perdurare. Sainte-Beauve preferiva Célimare, è un suo diritto. Niente di meglio di questa vittima della felicità, da molti soprannominata Il più infelice dei tre, per fare pendant con Il più felice dei tre.
Considero queste due pièces opere morali; e senza utilizzare in questa sede parole troppo ambiziose con cui il soggetto ha poca attinenza, mi limito a dire che dal più felice e dal più infelice dei tre si evince che la libertà vera sta nella regola. La sorte di Célimare e di Ernest serve a correggere dai piaceri della carne.
Infatti esiste un rovescio della medaglia: la persecuzione, non delle donne, ma dei mariti che non possono rassegnarsi a fare a meno dell’amatissimo. È un castigo; Célimare non ha il diritto di sposarsi, e sfugge all’attenzione dei suoi amici traditi solo annunciandogli che la loro devozione gli costerà grosse somme di denaro. È la goccia fredda versata nell’acqua bollente.
In Il più felice dei tre, il marito è coccolato, vezzeggiato, avvolto nel cotone. Si suppone che ignori il suo destino, ma forse non chiede di conoscerlo. C’è qualcosa o qualcuno che ama più di sua moglie, e anche più di Ernest: se stesso, e sta bene così; è davvero il più felice dei tre. Quanto agli altri due, passano la vita in un perpetuo stato di allerta. È un continuo: “Sono rovinata! Non vivo più!”. Ernest fa il servo, porta lo scialle, la borsa dell’acqua calda, il cagnolino, e urla: “Sposarmi! Ah, se solo potessi! Sarei finalmente libero!”. In forma scherzosa, molto leggera, non ritroviamo forse in queste invenzioni il fondo di tutti i veri drammi della vita?

Mon IsménieLa vera critica la ritroviamo anche in Il misantropo e l’alverniate. L’uomo afflitto vede tutto grigio, diffida del genere umano, pensa che tutti siano bugiardi, cerca sempre di scoprire il tradimento di qualcuno cogliendolo in flagrante delitto. Quando questo succede, si convince di non aver perso la sua giornata e, per usare un’espressione familiare, di non essere tornato a mani vuote.
Incontra l’alverniate; un uomo che gli dirà la verità, sì, ma in un modo assolutamente intollerabile. Machavoine dichiara di essere una persona franca, incapace di mentire. Il misantropo gli chiede come lo trova e lui gli risponde brutto. Il misantropo è felice ed esclama: “Finalmente! Ecco un uomo onesto! È riposante, fa stare bene”.
No, non fa stare bene; no, non è riposante. Il misantropo, a cui la verità non viene più nascosta, è il primo a soffrirne: è costretto a rinunciarvi per tornare, non dico alla menzogna, ma alla tolleranza. Insomma, il mondo è una grande società di mutua tolleranza. Alceste, nell’opera di Molière, è un essere insopportabile, adatto a vivere nel luogo isolato che finisce per cercarsi. Qual è, vi prego di dirmelo, il dovere d’onore, l’obbligo morale che lo spinge a trovare brutto un sonetto? La religione, la famiglia e la proprietà c’entrano in un sonetto? Forse si mente quando si è gentili? Si dice a una donna non bella che è brutta? Si dice a un uomo di scarsa intelligenza che è stupido? A meno che, ovviamente, non ci siano valide ragioni per dirglielo. Ma per puro amore della verità assoluta! Oh! No, la morale non lo esige. Se tutti fossero così virtuosi, non esisterebbe più una sola società vivibile; come potremmo vivere insieme, mi chiedo? E come potremmo fare discorsi accademici?

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Un passo nel crimine (dichiarazioni di registi e attori)

Le citazioni seguenti sono tratte dal dossier pedagogico della pièce di Eugène Labiche Un passo nel crimine, allestita e portata in tournée in Francia nel 2010 da Jean-Louis Benoit. La traduzione è mia.

Bozzetto (a cura di Jean-Louis Benoit)

Bozzetto (a cura di Jean-Louis Benoit)

Labiche è crudele, denuncia l’ipocrisia, la vigliaccheria e soprattutto la stupidità delle persone incolte, la cui unica preoccupazione è il denaro, la rendita. I suoi personaggi sono privi di sentimenti. Osservate bene il loro rapporto con le donne: sposano una ragazza solo per la dote. Notate come Gaudiband, in Un passo nel crimine, parla di Edgard! Non nutre alcun sentimento nei suoi confronti. Appena scopre che in realtà non è suo figlio, ma quello di un cantoniere, lo molla e basta. Fate attenzione a come parla di lui con la donna da cui lo ha avuto: “Spediscimi il bambino”, “L’ho ricevuto in un paniere”: sono proprio personaggi senza cuore, senza amici, che non amano le loro mogli.
(Jean-Louis Benoit, regista di Un passo nel crimine)

Il teatro è lo specchio dell’essere umano. Se le persone ridono tutte le sere, è perché si riconoscono nei personaggi di Labiche o vi riconoscono persone della loro vita quotidiana. Nelle opere di Labiche l’umanità occupa un ruolo centrale. Sono degli imbecilli, perdonatemi l’espressione, dei piccolo-borghesi che vogliono tirarsela. Io abito in campagna, e le storie di liti tra vicini, di gelosia e di persone che si prendono per chissà chi sono ancora attuali. Conosco l’ambiente, ne ho esperienza. Mi identifico in questa situazione. Forse Labiche ne fa la caricatura, ma parla comunque dell’umanità, di noi, ed è per questo che fa ridere. Malgrado tutto, questi personaggi risultano simpatici; la ragione è un po’ misteriosa, ma è così.
(Dominique Pinon, Gaudiband in Un passo nel crimine)

Gli “a parte” sono molto frequenti nel teatro di Labiche. Ora, rivolgersi al pubblico come se ci si rivolgesse a se stessi, senza essere sentiti dal proprio partner sulla scena, è un artificio che spezza l’illusione perché ricorda al pubblico di trovarsi in un teatro.

Sapersi rivolgere al pubblico è fondamentale. Questo è un teatro aperto verso il pubblico, il pubblico non viene mai dimenticato. Se lo si dimentica, non è possibile allestire un teatro di questo tipo. Gli “a parte” sono diretti al pubblico. Si possono esprimere tra sé e sé, o addirittura sopprimere, ma è una scemenza anche se è vero che non esistono più nella drammaturgia contemporanea. La rottura rappresentata dall’“a parte”, l’interpretazione dell’attore che spezza l’illusione, sono elementi fondamentali di questo teatro.
(Jean-Louis Benoit)

È un teatro estremamente difficile. Le battute sono brevi e ci sono gli “a parte”. L’“a parte”, al giorno d’oggi, nessuno sa più cosa sia. L’“a parte” è l’arte di spezzare l’illusione, e bisogna saperlo fare, non è facile […]. Ho una scena con Luc Tremblay, che interpreta Edgard Vermillon, dove do al pubblico, e non a lui, tutte le risposte a quello che dice. L’interpretazione esige questo. Questo stile recitativo non impedisce la sincerità, anzi, perché quando parlo con voi, se per caso mi sorge un pensiero come ad esempio: “Ho chiuso bene la finestra?”, questo pensiero voi non lo conoscete ma è comunque presente. Questo pensiero interiore corrisponde all’esclamazione: “Accidenti, ho dimenticato di chiudere la finestra!” rivolta al pubblico. È la stessa cosa, solo che, in un caso rivolgo al pubblico un cenno del capo e nell’altro no. Questo codice non esclude la sincerità.
(Philippe Torreton, Gatinais in Un passo nel crimine)

Qui è possibile vedere un breve documentario, in francese, sulla pièce allestita da Jean-Louis Benoit e la sua realizzazione:

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Il viaggio del Signor Perrichon di Labiche: intreccio e personaggi

Il presente testo è tratto da Le voyage de Monsieur Perrichon, mise en scène et commentaires de André Barsacq, Éditions du Seuil, Paris 1954, pp.13-19. La traduzione è mia. Le immagini sono tratte dal volume stesso.

L’intreccio

Il viaggio del Signor Perrichon (scenografia atto I)

Il viaggio del Signor Perrichon (scenografia atto I)

Nel suo trattato sul Riso, Henri Bergson definisce nel modo seguente il procedimento utilizzato da Eugène Labiche per costruire le sue commedie: “L’autore fa in modo che alcuni dei suoi personaggi abbiano qualcosa da nascondere, siano costretti ad andare d’accordo, recitino una piccola commedia all’interno di quella grande; una delle due commedie scompiglia continuamente l’altra, poi le cose si sistemano e la corrispondenza tra le due serie viene ristabilita”.

Nel contesto del Viaggio del Signor Perrichon, l’intreccio principale è costituito dalla lotta amichevole tra due giovani, Daniel e Armand, che si contendono la mano di Henriette, figlia del Signor Perrichon.

Per raggiungere il suo scopo, ognuno dei due cerca, ricorrendo a una diversa strategia, di conquistare l’amicizia del Signor Perrichon, al punto che ci mettiamo ben poco a scoprire la vera natura del nostro eroe.

Ingrato, vanitoso e meschino, Perrichon mostra subito una predilezione per Daniel che, più astuto del rivale, sfrutta ogni occasione per stuzzicare la sua vanità.

Armand lo salva dalla morte e Perrichon, irritato dal debito di riconoscenza, non riesce a sopportarlo. Daniel si lascia volontariamente cadere in un crepaccio dando l’occasione a Perrichon di salvarlo da una brutta situazione e di dimostrare pubblicamente il suo coraggio, e da quel giorno Perrichon gli vuole bene e lo tratta come un suo protetto.

Ma il corso normale degli eventi è deviato dall’intreccio secondario che si innesta nel principale. Il Signor Perrichon ha avuto l’imprudenza di scrivere sul libro degli ospiti di un albergo di Montenvert che il Comandante Mathieu è un buzzurro. L’arrivo del Comandante nel corso del terzo atto e la provocazione in duello del Signor Perrichon scatena una serie di intrighi che sconvolgono il seguito dell’azione finché i due intrecci non finiscono per ricongiungersi. A quel punto, tutto si risolve. Il Signor Perrichon scopre la frode di Daniel e, accorgendosi un po’ tardi di essere stato beffato, concede la mano della figlia ad Armand.

Il sovrapporsi delle due tematiche nel corso della commedia offre a Labiche continui nuovi sviluppi. La velocità dell’azione viene sempre mantenuta. Appena lo spettatore inizia a ridere, Labiche non lo molla più, e non gli dà più la possibilità di riprendersi. Eppure l’autore non sacrifica mai la caratterizzazione dei personaggi alla volontà di far ridere, non cede mai alla tentazione di sfruttare una situazione per rendere i suoi personaggi più ridicoli, o ancora più grotteschi. La vita che infonde alle sue creature, instilla nell’opera un vigore e una linfa comica di cui sono riscontrabili pochi esempi nella storia del teatro.

Il viaggio del Signor Perrichon (personaggi)

Il viaggio del Signor Perrichon (personaggi)

I personaggi

Il personaggio centrale, attorno al quale è concepita l’intera commedia, è il Signor Perrichon. Abbozzandone vivacemente i tratti essenziali, Labiche ce lo presenta fin dal primo atto.

È un uomo ancora vigoroso, sulla cinquantina; gioviale e dinamico, questo tipico borghese non dubita di nulla, ed è proprio questa sua convinzione di essere superiore a renderlo ridicolo. Questo perché tutti i difetti da cui il personaggio è subissato potrebbero facilmente rendercelo odioso. Invece non lo è affatto; anzi, risulta quasi simpatico, perché ostenta le sue tare con profonda ingenuità e se ne vanta senza accorgersi di rendersi ridicolo ai nostri occhi.

Ritiratosi dagli affari dopo aver accumulato un certo patrimonio, Perrichon sarebbe propenso, per vanità, a dimenticare il senso del risparmio. Tuttavia, concedersi un viaggio in Svizzera con la famiglia è stato motivo di una decisione difficile. La figlia gli fa notare che era da due anni che lui prometteva alla famiglia tale viaggio, e lui le risponde sentenziosamente: “Figlia mia, dovevo vendere le mie proprietà, un commerciante non si ritira dagli affari con la stessa facilità con cui una giovane esce dal collegio”. Uno dei tratti essenziali del personaggio ci viene dunque subito svelato: come tutti i borghesi degni di questo nome, Perrichon ha il culto del denaro. Questo culto è radicato in lui, lo ha ereditato dai genitori: istintivamente è convinto che sia merito suo se la classe borghese da cui proviene è riuscita a impadronirsi delle leve di comando; inoltre, anziché nascondere questo suo atteggiamento come fosse un vizio, se ne vanta e cerca di trasmetterlo alla figlia.

Se prima del viaggio ha acquistato un taccuino, il motivo va ricercato non solo nel desiderio di scrivere le sue impressioni ma anche e soprattutto nella volontà di annotare le spese e tenerne un conto preciso. Risparmiare non è tutto, bisogna anche resistere a ogni tentazione di spesa, e soprattutto non bisogna mai prestare il proprio denaro. Alle suppliche dell’amico Majorin, venuto a batter cassa anche in stazione, Perrichon oppone una resistenza che l’amico riesce a vincere solo a fatica. Ma Perrichon, vergognandosi dell’involontaria generosità, gli fa subito promettere di non raccontare nulla a sua moglie:

Majorin: Capisco, è così avara!
Perrichon: Come, avara?
Majorin: Intendevo che è una donna molto scrupolosa!
Perrichon: Bisogna esserlo, mio caro!… Bisogna esserlo!

Il viaggio del Signor Perrichon (scenografia atto II)

Il viaggio del Signor Perrichon (scenografia atto II)

Questa scrupolosità, come la chiama lui, guida tutte le azioni del nostro eroe. Imbroglia in dogana per non pagare le tasse. E quando si tratta di preparare il pasto del rientro a Parigi, senza trascurare alcun dettaglio, scrive al domestico quanto segue:
Siccome è da tanto che non mangiamo pesce, lei (la cuoca) è pregata di comprare un piccolo rombo fresco… Se il rombo fosse troppo caro, è pregata di sostituirlo con un pezzo di vitello in casseruola.

Con simili principi, di cui va fiero, va da sé che il Signor Perrichon ha ottenuto un ottimo successo nella vita. Di conseguenza, il compiacimento che nutre verso se stesso non conosce limiti. Questo carrozziere arricchito è di una vanità incredibile, anzi, potremmo dire che la vanità e l’orgoglio sono i suoi tratti dominanti. Credendo di aver salvato Daniel da un pericolo mortale, si prende già per un eroe. Fa la ruota e vuole che quest’azione clamorosa sia ricordata dai posteri. Bisogna sentirlo descrivere il “salvataggio” con aria di superiorità per capire quanto ogni evento che solletica il suo orgoglio consolidi l’alta opinione che ha di sé.

In realtà, è molto pauroso. Basta che il Comandante lo minacci di sfidarlo a duello perché il bravaccio perda la sua superbia. Ma la ritrova immediatamente quando, dopo aver avvertito per lettera il commissario, crede di avere la certezza che il duello non avrà luogo.

Terribilmente ingrato ed egoista, è pronto a sacrificare la felicità della figlia solo per soddisfare la sua vanità; tuttavia, non manca di arguzia né di umorismo. Una volta scoperta la frode di Daniel, ingoia con coraggio il rospo e riesce a uscire abilmente dalla brutta situazione in cui si trova.

La Signora Perrichon Degna di suo marito, parsimoniosa quanto lui, ricopre un ruolo modesto all’interno della coppia. Se l’autorità del capofamiglia è incontestata, la moglie sa comunque giudicare il marito per il suo vero valore e, in caso di necessità, è disposta a dirgliene quattro quando si tratta di difendere la felicità della figlia. L’educazione provinciale che ha ricevuto le conferisce un certo gusto per il romantico che la rende sensibile alle lusinghe del sesso forte.

Henriette Fanciulla ingenua che possiede tutto il fascino della gioventù e che, nel rapporto con i suoi spasimanti, non manca di spirito.

Armand Un giovane dall’aspetto gentile, dotato di un solido patrimonio ma che, nonostante questo, ha saputo mantenere tutta la spontaneità e la freschezza tipiche della sua età.

Daniel Borghese elegante e piacente quanto il suo rivale che già inizia a capire come funziona il mondo. Il cinismo che dimostra e che ostenta senza vergogna nel terzo atto lo rende meno simpatico e meno “fresco” del giovane Armand.

Majorin L’unico personaggio malsano della pièce. Bilioso, meschino, malevolo, sembra essere stato introdotto di proposito da Labiche per mostrare fino a che punto i difetti del Signor Perrichon possono spingere una persona quando non sono, come invece accade nel caso del nostro eroe, mitigati da una buona dose di ingenuità.

Il viaggio del Signor Perrichon (scenografia atto III)

Il viaggio del Signor Perrichon (scenografia atto III)

Il Comandante Mathieu Il classico militare che si è visto spesso nel teatro di Labiche: violento, suscettibile, spendaccione, è l’antitesi del borghese ideale, il terrore di questi esseri pacifici che non vogliono essere disturbati nella loro tranquilla mediocrità.

Joseph Domestico astuto, fedele al suo padrone di cui deplora sinceramente gli errori.

Jean Cameriere nullafacente che detesta il padrone e lo giudica senza indulgenza. È ben contento delle numerose occasioni che gli si presentano per farsene beffe apertamente.

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Il più felice dei tre a Londra

Il presente articolo è tratto dal quotidiano The Guardian, 11 aprile 2000. L’autrice è Lyn Gardner. La traduzione è mia (Courtesy of Guardian News and Media Ltd).

The Threesome di Labiche al Lyric Theatre di Hammersmith.

The Threesome (Labiche)Nelle farse ottocentesche di Eugène Labiche ogni personaggio pensa al sesso ma non lo ammette. La parola non viene pronunciata, l’atto non viene consumato, ma ovunque c’è qualcosa che lo sottintende. L’intera pièce è un folle districarsi di frustrazione sessuale. Tutti sono colpevoli ma per la ragione sbagliata. I loro desideri e fantasie li mandano nel panico, la paura di essere scoperti li porta all’isteria ma a nessuno frega niente del tradimento, dell’amicizia o dei sotterfugi.

Il matrimonio dei Marjavel è un modello di decenza suburbana, ma c’è qualcosa che non va nella loro famiglia. La domestica riceve continuamente un vigile del fuoco nella cucina della casa situata nei sobborghi di Parigi, i coniugi aspettano la visita di due alsaziani ed Ernest, il giovane che vive nel padiglione, ha una relazione con la Signora Marjavel, la moglie del suo miglior amico.

La goffa produzione di Gordon Anderson contiene anche allusioni, ben poco velate, a un sottotesto omoerotico nella relazione tra Ernest e il Signor Marjavel. La spiacevole verità è che i Marjavel sono una di quelle coppie, non così fuori dal comune, che ha bisogno di un rapporto a tre. Ci sono molti dubbi su chi sia lo sfruttatore e chi lo sfruttato. La rivelazione arriva alquanto tardi per salvare una pièce al cui confronto una farsa di Brian Rix sembra un’opera raffinata. Una farsa funziona davvero solo quando gli spettatori sperimentano la stessa paura di essere scoperti che pervade i personaggi. Per loro è una sensazione da incubo, per noi puro divertimento. Ma non è questo il caso, purtroppo.

La pièce risulta davvero pesante, gravata com’è da una traduzione piena di doppi sensi da commedia oscena vecchio stile che lasciano perplessi e che gli attori faticano a esprimere con un minimo di autorità. È difficile pronunciare battute del tipo: “Monterà il mio traliccio da un momento all’altro” senza assomigliare all’attore comico Frankie Howerd. Battute del genere si contano dall’inizio alla fine, e la pièce fa sembrare il sesso talmente squallido da farti passare la voglia per sempre.

La produzione affronta il testo come una passeggiata più che una galoppata, e questo non aiuta. Si prova l’ardente desiderio di un’accelerata, se non altro perché la cosa finirebbe prima. Come i ricattati Marjavel ed Ernest, mi sentivo come se mi avessero portata a fare un giro. Ma in un luogo in cui non avrei proprio voluto andare.

La versione originale francese di Le plus heureux des trois è disponibile qui.

Le plus heureux des trois (Labiche)

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L’amore dell’arte, Labiche allestito in Italia nel 1909

Il presente articolo di critica è tratto dal volume Il teatro in Italia nel 1909, pp. 334-335. L’autore è il giornalista Domenico Oliva.

Labiche illustrazioneSi cominciò con un aperitivo di Labiche, L’Amore dell’arte. Possibile che del Labiche non resti altro, almeno in Italia, che questo scherzo comico? E il Chapeau de paille d’Italie? E La Cagnotte? Come si dimentica presto… in Italia! È vero che anche in Francia… Non mi consta che colassù si usi riprodurre qualcuno di quei vaudeville del fecondo e panciuto borghese (otto volumi di vaudeville lasciò il Labiche, non c’è male) i quali trenta o quarant’anni or sono facevano la delizia dell’universo intero. Del Labiche non c’è che una frase immortale, veramente, autenticamente immortale: “Abbracciamoci, Folleville!”. L’adoperano anche gli scrittori politici: con un Abbracciamoci, Folleville! si finisce bene un articolo di fondo: ecco una frase d’effetto; una pennellata artistica, soprattutto in tema di politica estera.

Eppure l’organismo del vaudeville contemporaneo c’è già nel Labiche: il vaudeville contemporaneo è l’esagerazione del vaudeville del Labiche, è il vaudeville del Labiche all’ennesima potenza: ma il fondo è sempre quello: gente che scappa e si rincorre, fughe e inseguimenti che s’intrecciano: questo è il Chapeau de paille d’Italie, questo è La Cagnotte, che s’italianizzò e si milanesizzò sotto il nome di Barchett de Boffalora, ma anche il Barchett de Boffalora è dimenticato: si dimentica tutto: è una desolazione!

Fra il vaudeville contemporaneo e quello del Labiche c’è tuttavia una differenza e d’una certa rilevanza: il Lemaître riferisce come il Sarcey facesse notare in una sua conferenza intorno al Labiche, e aggiunse “avec une exquise pudeur”, che alla rappresentazione di quasi tutto il repertorio del famoso vaudevillista potrebbero assistere le signorine. Se qualcuno dicesse altrettanto d’un repertorio che si adorna delle Pillole d’Ercole e di Niente da dichiarare? di Maurice Hennequin direbbe una cosa molto arrischiata.

L’Amore dell’arte fu recitato a dovere dal bravo Ciarli e dalla simpatica Vitta: ma al pubblico piacque mediocremente: gli Dei se ne vanno: gli Dei se ne sono andati.

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La grammatica di Labiche: recensione e cronistoria della sua composizione

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Temps, 29 luglio 1867. L’autore è Francisque Sarcey. La traduzione è mia.

La grammaire (Labiche)La grammatica è uno di quei graziosi vaudeville in cui Labiche eccelle: un’idea di commedia, allegramente spinta all’assalto, tipi autentici che virano leggermente alla caricatura, comicità di situazione e battute divertenti che sfrecciano da tutte le parti come razzi. […]

Il Signor Caboussat ha sessantamila libbre di rendita; e il suo patrimonio ha fatto nascere in lui anche l’ambizione. Vuole diventare sindaco, poi consigliere di circoscrizione, poi consigliere generale, poi deputato, poi… il suo sguardo si illumina… ministro con portafoglio! Sì, tuttavia, la cosa è irrealizzabile! Non conosce l’ortografia! E ci sono soprattutto quei benedetti participi! Oh, quei participi! A volte si accordano, a volte no, e uno non capisce mai il perché.

Per fortuna l’uomo ha una figlia; è lei a tenere in mano la penna, e se nell’intera circoscrizione d’Arpajon si è costruito una così vasta fama di oratore ed erudito al punto da essere nominato socio corrispondente dell’Académie d’Etampes, il merito è tutto suo. Il primo presidente dell’illustre Accademia viene a dargli la lieta notizia. Si tratta di Poitrinas, un tremendo archeologo che, prima ancora di aver messo piede in casa di Caboussat, gli mette il giardino sottosopra trovandoci un mucchio di vecchia ferraglia e cocci di bottiglia che scambia per antichi reperti.

Poitrinas è interpretato da Lhéritier, e Caboussat da Geoffroy. Entrambi sono al meglio.

La sorte che si accanisce contro Caboussat lo mette sempre in situazioni in cui è obbligato a scrivere, in assenza della figlia; lo sbigottimento di Geoffroy e le strategie che adotta per sfuggire alla penna che gli viene porta sono tutti da gustare. La pièce si conclude senza che il suo prestigio ne abbia risentito; la figlia andrà in sposa al figlio di Poitrinas e quest’ultimo tornerà all’Académie d’Etampes a leggere un resoconto sui vasi rotti rinvenuti nel giardino dell’amico.

La grammaire (Labiche)La graziosa pièce ha visto il debutto della Signorina Worms. Credo di averla già vista da qualche parte. Ma mi confondo con tutta la tribù dei Worms. Tutti i giovani che portano questo cognome dovrebbero metterci accanto anche il nome, se vogliono essere riconosciuti.

Si riporta qui di seguito, nel file pdf disponibile, la cronistoria della Grammatica scritta da Alphonse Leveaux, che collaborò alla stesura della pièce sotto lo pseudonimo di Alphonse Jolly, e corredata dalle lettere di Labiche.

Cronistoria della Grammatica di Labiche e Leveaux

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La Cagnotte in tv: Eugène Labiche un autore ancora da esplorare

Il presente articolo è tratto dal quotidiano La Stampa, 22 dicembre 1973. L’autore è Ugo Buzzolan.

La Cagnotte (copertina)Grande uomo di teatro, acclamato padre del vaudeville, Eugène Labiche è un autore dell’Ottocento che non è mai morto. Sino alla Prima guerra mondiale non c’era teatro che, volendo far quattrini, non allestisse Un cappello di paglia di Firenze o Il viaggio del Signor Perrichon o La cagnotte o Il più felice dei tre. Ma anche dopo, le riesumazioni sono state frequenti, magari per levare a quelle farse lo spirito conservatore, borghese e bonario di Labiche e riempirle di altri umori. Comunque sono commedie mai uscite di repertorio.

Da notare che oggi, specie in Italia, Labiche è un autore ancora da esplorare. A parte i pochi titoli correnti, ci sarebbero almeno cento-centoventi copioni da esaminare. Dentro, indubbiamente, si potrebbero trovare cose d’estremo interesse e valide per una rappresentazione; e non parliamo di spunti, di gags, di invenzioni, ci sarebbe da saccheggiare per anni. Non c’è nessuno studioso di teatro, nessun regista che se la senta?

Per adesso dobbiamo essere riconoscenti a Mario Landi che si è ricordato di Labiche per la tv e ha portato sul video un suo adattamento de La cagnotte, tradotta da Ivo Chiesa (e come titolo italiano è stato proposto Il salvadanaio, un po’ discutibile ma pratico ed esplicativo: la traduzione esatta sarebbe recipiente a forma di ciotola atto a contenere le poste in gioco).

Abbiamo già detto che La cagnotte è uno dei vaudevilles celebri di Labiche, uno di quelli che non sono mai caduti nell’oblio. Il meccanismo è classico, già in un certo senso adoperato nel Cappello di paglia di Firenze, ossia il tumultuoso passaggio di un gruppo di uomini e donne attraverso una quantità inverosimile di paradossali avventure. Lo stesso accumulo è fonte di ilarità. Il dato da cui Labiche parte è senza dubbio l’osservazione di “cronaca”, la calata a Parigi di questi provinciali che si ripromettono vantaggi e godimenti straordinari e che alla fine, dopo una sequela di equivoci, disavventure, pasticci, se ne tornano al paese un po’ spaventati e in fondo soddisfatti di essersela poi cavata a buon mercato.

Naturalmente restituire nella sua integrità, oggi, un vaudeville, è un’impresa dura. C’erano allora nella farsa di Labiche riferimenti ad un linguaggio e ad una realtà del proprio tempo che a distanza di più di cent’anni ovviamente non funzionano con la stessa baldanza. Per far ridere (meglio, sorridere), è necessario tutto un lavoro di “trasferimento” alla nostra epoca, ad un tipo di umorismo che sia recepibile oggi. E poi, solito discorso, erano cose pensate e costruite – con mestiere egregio! – per la dimensione del palcoscenico: il teleschermo è una dimensione completamente diversa, bisognerebbe smontare pezzo per pezzo il congegno e rimontarlo in altra forma.

Comunque lo spettacolo inscenato da Landi ha ottenuto quasi sempre quel che pensiamo si ripromettesse, cioè movimento e buonumore, in ciò aiutato da attori simpatici ed esperti come la Volonghi, Mario Maranzana, il Mulè, Guido Alberti. Le forzature di tono non sono mancate ma nei vaudevilles e nelle pochades questo sembra, almeno qui in Italia, un difetto ineliminabile. Spiritosi i costumi della Sala Vicario e le scene di Nobili, piacevoli le musiche di Gino Negri.

La Cagnotte per la regia di Mario Landi è visibile qui:

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Una pecora all’ammezzato (Un mouton à l’entresol): Labiche e la vivisezione in chiave vaudevillesca

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Temps del 03 maggio 1875. L’autore è Francisque Sarcey. La traduzione è mia.

Labiche (teatro II)Una pecora all’ammezzato (Un mouton à l’entresol) si basa su una di quelle bizzarrie tanto care al vaudeville moderno. Falingard è un declassato che si è ritrovato costretto a lavorare come domestico; è appassionato di alta scienza e ambisce a diventare veterinario. Compie esperimenti su tutti gli animali che gli capitano a tiro. Salassa un cavallo, centra l’arteria e l’animale muore.

Legge che i carapaci delle tartarughe sono resistentissimi. Prende la tartaruga della sua padrona, la porta in strada e la colloca con attenzione sotto la ruota di una carrozza di passaggio. Il carapace va in mille pezzi e Falingard ne trae la conclusione che non bisogna credere a tutte le voci che girano.

Vuole una pecora per compiere esperimenti sul capostorno. Sull’argomento egli si è già fatto una sua idea: il capostorno è una malattia causata dagli storni che penetrano nel cervello delle pecore. Labiche deve aver sentito dire questa stupidaggine da uno dei suoi fattori. Falingard, però, ha la soluzione. Zitti! È un segreto. Non bisogna rivelarlo a nessuno.

L’intera pièce consiste in questo: otterrà o no la sua pecora? Sorprende un uomo mentre bacia la sua padrona; trova una lettera indirizzata al padrone; il padrone è mortificato; la padrona è spaventatissima; è un domestico da trattare con il massimo riguardo. Avrà la sua pecora, ma riuscirà a trovare una cura contro il capostorno? Il sipario si chiude prima che sia data risposta a questa fondamentale domanda.

Questa commedia senza pretese si contraddistingue per alcuni spiritosi dettagli. Brasseur è molto divertente nel ruolo di Falingard, Lhéritier interpreta il padrone di casa, mentre le due donne sono Georgette Ollivier – “molto appetitosa” per stessa definizione di uno dei personaggi – e la provocante Zélie Reynold.

Un mouton à l'entresol (una scena)

Un mouton à l’entresol (una scena)

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Eugène Labiche e l’egoismo (aneddoto)

Il seguente aneddoto è tratto dal quotidiano La sentinella, 07 maggio 1927. L’autore è sconosciuto.

Labiche visto da Nadar

Labiche visto da Nadar

Nell’uomo, l’egoismo è congenito. Egli, dopotutto, non ne è che il frutto, anche fisiologicamente parlando. Non è vero che gli uomini di grande talento, di grande cultura e gli uomini superiori sono meno schiavi del basso sentimento dell’egoismo.

Tutto il contrario, sempre, si capisce, fatte le dovute eccezioni. A supporto di questa tesi, si legga quanto appresso:

Un giorno Eugène Labiche, recandosi dal direttore di un teatro dove faceva furore una commedia sua incontrò in anticamera Eugène Scribe che aspettava con un manoscritto sotto il braccio. In quel punto, il direttore del teatro suonò e l’usciere accorse precipitosamente lasciando, per la fretta, aperta la porta: “C’è in anticamera il signor Labiche?”, chiese il direttore. “Sì, signore, c’è”. “Allora, fatelo entrare”. “Ma c’è anche”, avvertì l’usciere, “il signor Scribe che aspetta da più di un’ora”. “Me ne infischio”, urlò il direttore, “fate entrare il signor Labiche. Il signor Scribe mi rompe le scatole”. Ciò udendo, Labiche, in anticamera, prese sotto il suo braccio lo Scribe e s’avviò per uscire con lui. Ma l’usciere lo raggiunse sulla porta: “Signor Labiche! Signor Labiche! Il direttore la vuole…”. “Dite al vostro direttore”, rispose Labiche soffermandosi, “che là dove il signor Scribe non entra, io considero mio sommo onore restare fuori dalla porta!”. E se ne andò rispettando il grand’uomo non più rispettato dagli altri. E quando più tardi, conosciuto quell’episodio, la gente ne felicitava Labiche, l’autore della Cagnotte rispondeva: “Oh, non l’ho fatto mica per lui… L’ho fatto perché vedendo Scribe trattato a quel modo, ho antiveduto me, tra dieci anni, trattato nella stessa maniera… Ho avuto così pietà non di lui ma di me stesso… Poiché c’è sovente molto egoismo anche nelle nostre migliori azioni!”.

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Eugène Labiche e la censura

Il presente articolo è una sintesi, da me realizzata, del saggio breve Labiche et la censure ou un vaudeville de plus!, a cura di Odile Krakovitch, in Revue Historique, vol. 284, no. 2 (576), 1990, pp. 341–357, disponibile sul sito www.jstor.org/stable/40955240.

Illustrazione raffigurante la censura

Illustrazione raffigurante la censura

Può risultare strano che Eugène Labiche, uomo ritenuto da molti il simbolo della borghesia francese del XIX secolo, sia stato oggetto di notevole persecuzione da parte della censura della sua epoca. Questo perché molte sue opere sembrano rispecchiare così bene la mentalità di quel periodo, da rendere poco credibile l’idea che la censura potesse trovare in esse un carattere così sovversivo da pretendere tagli o pesanti modifiche. Invece, è proprio quello che è accaduto.

Trequarti dei verbali stilati dai censori sulle opere di Labiche, riportano la dicitura: “Si rilascia autorizzazione a condizione che il manoscritto contenga le seguenti modifiche”. A quanto risulta, l’unica pièce considerata da molti studiosi come quella oggetto di peggiore accoglienza da parte dei censori, La caccia ai corvi, che accusa pesantemente il comportamento dei banchieri durante il Secondo Impero, è in realtà una delle poche a essere stata approvata senza tanti problemi. Completamente diversa, invece, la reazione della censura nei confronti della Sensitiva¸ considerata tanto impudica da costringere l’autore ad “arrampicarsi sugli specchi” per trovare soluzioni linguistiche che permettessero comunque di rappresentarla mantenendo i doppi sensi senza scandalizzare eccessivamente.

Nel XIX secolo, la censura francese fu attiva nel periodo tra il 1816 e il 1906, con alcune interruzioni. Le Bureau des théâtres prevedeva la presenza di quattro censori a cui, quindici giorni prima dell’allestimento della pièce, i direttori teatrali dovevano sottoporre i manoscritti. Due censori leggevano il testo e stilavano un verbale riguardo alle modifiche che, la maggior parte delle volte, bisognava apportare. Se i cambiamenti richiesti erano notevoli, veniva convocato l’autore. A partire dal 1867, i verbali non furono più redatti per mancanza di tempo, così i censori risolsero la cosa trovando un accordo amichevole con gli autori, approfittando tra l’altro del potere che avevano di bloccare lo spettacolo. Nonostante i pesanti controlli, sono pochi i testi che all’epoca furono completamente vietati. Oltre alle pressioni della censura, gli autori si trovarono a sopportare anche quella dei direttori teatrali; infatti, poiché questi ultimi avevano sborsato non pochi soldi per l’allestimento dello spettacolo, finivano a loro volta per cercare di convincere gli autori a cedere alle richieste della censura senza tante storie.

La studiosa Odile Krakovitch, nella realizzazione del suo saggio, ha preso in considerazione 97 testi su 173 dell’autore; in particolare le pièces rappresentate al Palais-Royal. Questa scelta è motivata sia da una maggiore facilità di consultazione che dal fatto che il Palais-Royal, per la specificità degli spettacoli rappresentati e per il tipo di pubblico che vi confluiva, era uno dei teatri più sorvegliati dai censori. La censura non amava le pièces ritenute licenziose, e le tematiche trattate da Labiche non giocavano a suo favore: le disavventure della vita coniugale, il ménage à trois, le vicissitudini della domanda di matrimonio o della prima notte di nozze ecc… Essendo questi gli argomenti del teatro dell’autore che attiravano maggiormente il pubblico, la censura li controllava di più di quanto non facesse di eventuali critiche ai funzionari, all’esercito e ai banchieri (considerati più secondari nei testi di Labiche).

Un passo nel crimineMalgrado ciò, due furono le pièces che causarono particolari problemi all’autore per la loro “offesa alle istituzioni”: Piccolet (1852) e Un passo nel crimine (1866). In Piccolet uno dei personaggi, Chambourdon, con intrighi elettorali grotteschi, cerca in tutti i modi di farsi eleggere membro del consiglio generale (per risolvere la questione, Labiche sostituirà il riferimento con un’elezione alla camera di commercio, di fatto inesistente, di Romorantin); in Un passo nel crimine Labiche mette in scena un giurato colpevole egli stesso del crimine che è chiamato a giudicare, la censura teme che la magistratura francese possa offendersi, che i cittadini chiamati a svolgere il ruolo di giurati possano uscirne scoraggiati e che altri testi di questo tipo possano calcare i palcoscenici, quindi il giudizio viene lasciato al parere del ministro. Poiché di quest’ultimo testo non risultano modifiche successive, ed è stato effettivamente rappresentato, viene da pensare che il ministro non vi abbia trovato nulla di particolarmente sconveniente. Un’altra piccola nota riguarda la pièce C’è bisogno di dirlo? (1872). Nel caso specifico, Labiche pensò bene di inserire il personaggio di un generale cornuto; la censura non ebbe nulla da obiettare sulle corna ma lo costrinse a toglierle dalla testa del generale e a metterle su quella di qualcun altro.

Per quanto riguarda la censura morale, i primi veri problemi per Labiche si manifestarono alla stesura della pièce Rotture (1840), diventata in seguito L’edera e il giovane olmo, in riferimento metaforico alla storia di un olmo che finisce per restare intrappolato dalle liane di un’edera. La censura, all’inizio, non rilasciò l’autorizzazione perché il testo parlava di due coppie non sposate conviventi e la situazione, anziché essere condannata, veniva descritta positivamente. Labiche fece il possibile per rendere meno esplicito il concubinato e, in alcuni passaggi, sostituì l’uso del “tu” con quello del “voi”. Anche Un cappello di paglia di Firenze (1851) non fu risparmiato dall’intervento della censura, che costrinse l’autore a eliminare, ad esempio, le allusioni del futuro sposo al suo desiderio di consumare al più presto la prima notte di nozze e una battuta relativa al militare che vorrebbe vendicarsi della distruzione del cappello della sua amante sistemando un moggio di carbone nel letto degli sposi. In ogni occasione, Labiche si limitò a operare le modifiche necessarie cercando, tuttavia, di mettere maggiormente in risalto la comicità e il ridicolo della situazione presentata e facendosi di conseguenza beffe dei censori. In Un giovane frettoloso (1848), ad esempio, cambiò un’unica preposizione trasformando la battuta “l’ho trascinata in un precipizio rivestito di fiori…” in “l’ho trascinata sull’orlo di un precipizio…”. In Primo premio di pianoforte (1865), invece, sostituì il termine “rammollimento” con la locuzione “rammollimento cerebrale”, raccomandando in seguito all’attore di fare una breve pausa dopo la pronuncia di “rammollimento” e mantenendo quindi invariato il riferimento all’impotenza.

Scenografia per una pièce di Labiche a cura di Jacques Crépineau

Scenografia per una pièce di Labiche a cura di Jacques Crépineau (dal sito http://www.regietheatrale.com)

La censura venne temporaneamente soppressa nel periodo che va dalla Rivoluzione di febbraio (22 febbraio 1848) al 29 luglio 1850. Giusto pochi giorni prima, Labiche riuscì a presentare la pièce Il sofà, testo ispirato a un racconto morale di Claude Prosper Jolyot de Crébillon e incentrato sulle vicissitudini dell’emiro Mazulim che si ritrova trasformato in divano dal genio Codada e quindi partecipa alle effusioni amorose di numerose coppie che gli si siedono sopra. L’ispettore incaricato di controllare il testo poté solo scrivere al ministro sulla scabrosità della situazione ma questo non bastò a impedirne l’allestimento. In compenso, l’opera Il tenore o L’educazione di un merlo, il cui titolo fu poi cambiato in Il do di petto (1853) e riguardante un agente che scopre le doti canore del suo domestico, fu per buona parte riscritta in quanto i censori lessero nel tentativo del protagonista Fridolin di trasformare la sua “creatura” in un soprano un chiaro riferimento a un rapporto omosessuale.

La signora dalle gambe azzurre (1857), la cui originalità consiste nell’essere un esempio di metateatro, venne censurata proprio per l’eccessiva confidenzialità che gli attori mostravano nei confronti del pubblico rivolgendogli domande dirette del tipo: “Signora, quanto paga di affitto?”. Il pubblico, secondo la censura, doveva essere passivo e non avere alcun diritto di parola.

Divertente, infine, il verbale redatto nei confronti della pièce Viaggio attorno alla mia pentola (1859), il cui titolo originale era Alzéador, in quanto i censori si persero nel descrivere in ogni minimo dettaglio quelli che ritenevano essere “i bollori erotici dell’eroe” senza comunque considerare che, rappresentata sul palco, la pièce aveva una velocità di movimento e di battuta che rendeva l’effetto molto più blando.

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