Il delitto di Via dell’Orsina (rassegna stampa)

Un colpevole che si crede innocente…
un innocente che si crede colpevole…
tre cadaveri e una gatta morta. Eppure si ride,
e allora, cos’è questa strana inquietudine?
(Antonio Cornacchione)

Si riportano qui di seguito alcuni stralci degli articoli dedicati al Delitto di Via dell’Orsina, allestito al teatro Franco Parenti per la regia di Andrée Ruth Shammah, su traduzione e adattamento della stessa Shammah e di Giorgio Melazzi, e basato sull’atto unico L’affaire della Rue de Lourcine di Labiche.

È un Eugène Labiche anomalo, quello scelto da Andrée Ruth Shammah per la sua nuova regia, L’affaire de la rue de Lourcine, che, traghettando la vicenda dalla Francia della seconda metà dell’Ottocento all’Italia degli anni Quaranta, è diventato Il delitto di via dell’Orsina […].
Potrebbe essere solo una pochade, di cui Labiche era maestro assoluto, genio boulevardier al pari di Feydeau, talento prolifico e sopraffino per indiavolate geometrie di equivoci e farse puntate come armi di precisione sul ridicolo nascosto sotto i tappeti della buona borghesia. Ma c’è qualcosa in più. «Un senso di spaesamento, la percezione che sia successo qualcosa, un evento rispetto a cui niente sarà più come prima », spiega Shammah, che al suo fianco ha voluto una squadra a larga maggioranza femminile: Margherita Palli per le scene, Nicoletta Ciccolini per i costumi, Camilla Piccioni per le luci.
La matrice è da vaudeville, ma virata a un quasi noir messo in tensione sul comico intrinseco a un atto unico che corre spedito tra colpi di scena, molti pasticci e parecchi guai, soprattutto per i due protagonisti, interpretati da Massimo Dapporto e Antonello Fassari («non avevo mai lavorato con loro, ma mi sembravano perfetti. Ora posso dire che avevo ragione»). Insieme a loro, Antonio Cornacchione, Susanna Marcomeni, Andrea Soffiantini, Christian Pradella a completare un cast «con cui è stato bellissimo lavorare. Faticoso, perché Andrée è puntigliosa come nessuno, ma ci siamo molto divertiti».
(Sara Chiappori, La Repubblica, 06 dicembre 2021)

foto di ©Francesco Bozzo

foto di ©Francesco Bozzo

Poco rappresentato in Italia (ma ne hanno curato l’allestimento nomi come Patrice Chereau e Klaus Michael Grüber), il testo del padre nobile del vaudeville Labiche risale al 1857 e, fra equivoci, intrecci vorticosi e ingarbugliate cospirazioni, racconta nello spazio di settanta minuti le ansie e i maneggi criminosi di due non più giovani ex compagni di scuola che, dopo una nottata di bisbocce (di cui non ricordano nulla), si convincono di aver compiuto un efferato delitto e non dimostrano scrupoli pur di farla franca. […]
«La brevità in questo caso non è semplificazione, è pensare che si possono concentrare tanti argomenti e tanta vita in un tempo breve! Ho spostato l’azione in epoca prefascista e preso altri personaggi da altre commedie di Labiche. Soprattutto è stato bellissimo che, pur nel disegno preciso dell’intenzione registica, gli attori abbiano avuto la libertà di intervenire con le loro proposte.
Non è una pochade dai ritmi indiavolati e, in un mondo come quello di oggi, dove conta come gli altri ti vedono e non come sei, i personaggi sono assolutamente “credibili”».
(Daniela Zacconi, Corriere della Sera, 07 dicembre 2021)

Del 1857, pochissimo rappresentato in Italia, “Il delitto” in Francia è considerato un capolavoro della comicità e del vaudeville, palestra di comicità dai tempi del muto a quelli della contestazione, fino a oggi. È una specie di noir, in cui dramma e commedia si intersecano e in cui si inseriscono numeri cantati, qui accompagnati da una piccola orchestra dal vivo che esegue le musiche originali di Alessandro Nidi. […]
«Ho deciso di uscire dalla mia comfort zone – asserisce Shammah, circa la scelta di questo testo – poiché avevo bisogno di raccontare cose profonde in leggerezza, di far ridere senza rinunciare a far riflettere. Questa pochade così poco convenzionale era perfetta: nella scrittura e nelle tematiche che affronta molto attuali, come la predominanza dell’esteriorità sull’interiorità, la divaricazione tra come vogliamo apparire agli altri e quello che siamo davvero dentro, la solitudine che ci accompagna».
(Adriana Marmiroli, La Stampa, 08 dicembre 2021)

Il testo originale, poco frequentato sui nostri palcoscenici, è il classico vaudeville alla francese tanto in voga nell’Ottocento. Una storia leggera, certamente, ma ben congeniata per riflettere svariate questioni: fin dove saremmo disposti a spingerci per tutelare il nostro onore?
Tra una cantatina e un gioco di parole, l’amara verità è che l’ombra dell’animo umano potrebbe spingerci al male più nero. Ma fortunatamente siamo in un vaudeville, quindi il bene trionfa sempre grazie al caso e una grande risata risolve tutto.
(Andrée Ruth Shammah)

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Il mistero della Rue Rousselet

RousseletEsattamente come L’affare della Rue de Lourcine, Il mistero della Rue Rousselet ha un titolo derivante da un episodio di cronaca ed è una commedia poliziesca che ha lo scopo di far ridere. Il critico Francisque Sarcey si limita a dedicare alla pièce tre sole righe: “Quest’atto unico è tutto già visto e non vale la pena soffermarcisi. Le ultime scene sono allegre e hanno fatto ridere il pubblico”. (L’opinion nationale, 13 maggio 1861). Sarcey però si sbaglia, di molto, e considerato che il suo punto di vista è quello della tecnica drammaturgica avrebbe dovuto riconoscere alla pièce una sorta di perfezione nel suo genere: soggetto originale, gestione dell’intreccio, finale comico.

Certo il mistero non dura a lungo per lo spettatore, ma per il domestico e il vicino impiccione si infittisce con l’avanzare delle scene, mentre lo zio e il marito sospettato fanno a gara a chi fornisce la spiegazione più strampalata per placare la sposa oltraggiata. Il tutto si conclude con un’eccellente scena di clownerie che ha trovato grazia anche agli occhi del critico dell’Opinion nationale.

Il mistero della Rue Rousselet, allestita il 06 maggio 1861 al Teatro del Vaudeville, ha condiviso il palcoscenico con Le intense passioni del capitano Tic solo per venticinque sere. Mezzo fiasco, del tutto immeritato, che ha forse indotto Labiche a non inserire il testo nell’edizione delle sue pièces del 1878.
(Il presente frammento è tratto dal volume Eugène Labiche, Théâtre I, a cura di Jacques Robichez, Éditions Robert Laffont, Paris 1991, p. 773, traduzione mia)

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Labiche classico

Il presente articolo è tratto da Il Dramma, 43° anno, n. 369-370, giugno/luglio 1967, pagg. 23-24. L’autore è Marcel Le Duc.

Caricatura di Eugène Labiche

Caricatura di Eugène Labiche

Centinaia di autori della seconda meta del secolo XIX sono caduti nell’oblio, ma Labiche lo si recita ancora e non si è mai cessato di recitarlo. Per la letteratura drammatica francese, Labiche è un classico e la Comédie lo ripresenta e rappresenta con la regolarità conferita ai propri autori elencati sotto questa etichetta.

Se i personaggi delle commedie di Labiche hanno perduto la loro realtà sociale, pur rimanendo intatti, vuol dire che non erano nati come piccole rotelle di un ingranaggio meccanico costruito secondo la ricetta adatta a muovere il riso, ma creati con una loro verità umana, così fortemente dosata, da ritrovarla intatta dopo più di un secolo. Si tratta di una prova di capacità superiore al semplice talento teatrale; lo dimostra e giustifica la continua apparizione di questo classico – nei limiti dello stesso classicismo – in opposizione alle altre scuole (romanticismo, novecentismo, futurismo, ecc.) ed a favore dell’ordine cui appartiene. Rifacendoci ad una osservazione di Corrado Ravolini, “per quanto non gli somigli affatto, confrontare Labiche col nostro Goldoni, può aiutare a chiarire la personalità del francese, tenendo conto trattarsi di un uomo di teatro, mentre il nostro veneziano era un poeta”. Il loro punto di contatto è lo spirito di osservazione, in quanto il tema preferito è la borghesia. La commedia Il viaggio del Signor Perrichon è l’esempio più probante.
“Nell’uno come nell’altro, la borghesia mostra per trasparenza il proprio decoro, come limiti, pregi, manie, irreligiosità, rivelando quell’etica un poco approssimativa e reticente, che sempre racchiude il germe di una minima riserva mentale, di una possibile transazione. Una volta salve le forme dell’onestà e della decenza, tutto sembra a posto in entrambi. E li accomuna quel brio di soluzioni sceniche, che tien luogo a delle vere soluzioni interiori: che non le sostituisce, ma ce le fa volentieri dimenticare. In entrambi il “lieto fine ” è una necessita istruttiva, una premessa contenuta fin dall’inizio nella logica e nella partitura”.

Esempio lampante II viaggio del Signor Perrichon come Un cappello di paglia di Firenze, ritenuto il suo capolavoro, e sulla scia del quale proseguirono i continuatori Hennequin, Weber, Quinson, Mirande, ecc. Non si è citato Feydeau (1862-1921) che esordì nel 1887, col preciso compito di far ridere quella stessa borghesia di Labiche, ma senza moralità, divertirla cioè come essa dimostrava di amare, a gola spiegata, senza soffermarsi sulle ragioni del suo ridere. Feydeau era invece un formidabile costruttore di meccanismi di precisione, che sapeva portare alla perfezione le formule proprie del vaudeville, con le sue coincidenze, i qui pro quo, gli imbrogli. La sua regola era di creare due personaggi che avevano il solo interesse di sfuggirsi: trovarsi faccia a faccia generava la sorpresa e scatenava gli avvenimenti. Formidabile maestria, ma inventore di ingranaggi. Tuttavia i personaggi di Feydeau, perduto ogni carattere umano – dopo essere vissuti in un universo speciale, privi del libero arbitrio – non diventano del tutto marionette nelle mani di un demiurgo, perché resta l’osservatore dell’uomo. Feydeau ci ha mostrato deformato lo spettacolo del mondo reale, divertendosi a sovrapporne uno fittizio; Labiche ha nascosto nel fondo della sua ricca buffoneria il tratto della sua osservazione acuta. L’opera sua è opera di uno scrittore dotato di originalità e quindi di un suo tono, che ha ancora la forza di resistere.

Il tratto di II viaggio del Signor Perrichon – dice Simoni – è la riconoscenza; dimostrare che alla lunga, dover essere grato a qualcuno, pesa. Ci fa più piacere godere quella degli altri che tributare ad altri la nostra. Ad un uomo di teatro tale condizione – forma inconfessata di egoismo – procura felicissime opportunità, tra contrasti comici o amari. Labiche ha scelto i primi, seguendo la sua ridente fantasia. Nella gara tra due giovani innamorati della signorina Perrichon, chi si propina il favore del signor Perrichon padre non è quello che gli rende spontaneamente dei servizi, ma quello che con furberia se li fa rendere. “Su questo tema la commedia gioca, rinnovandosi sempre con vivace ingegnosità, ed immettendo nell’azione, quasi a capofitto, personaggi che sono spinti avanti dalla veemenza stessa della loro imbecillità, caratterizzati da certe espressioni verbali, che tornano sempre come ritornelli, nel loro discorso, in qualunque momento o stato d’animo si trovino, sicché c’è un burlesco contrasto tra la fissità delle loro parole e le travolgenti vicende che li portano via. Sono i personaggi che Labiche preferisce, strettissimi parenti di quelli descritti da Paul De Rock, borghesi, grassi, torpiti, ottusi o sufficienti”.

Abbiamo riletto il testo, che ci è sembrato eccezionalmente valido, a 107 anni dalla prima rappresentazione. Bisogna proprio rileggerla questa commedia per averne esatta convinzione.

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Copione di Un giovane frettoloso (Un jeune homme pressé)

E’ disponibile, sul mio sito web, l’anteprima dell’atto unico Un giovane frettoloso di Eugène Labiche (tre personaggi, solo uomini).
Riporto qui un esempio di scambio di battute:

Pontbichet E siete tutti così a Bordeaux?
Dardard Tutti!
Pontbichet Ebbene, a Parigi siamo diversi: quando ci svegliano nel cuore della notte… prendiamo un bastone, bello rotondo, e lo rompiamo, senza tanti complimenti, sulla zucca dell’importuno!
Dardard Ah, giochiamo alla pentolaccia!
Pontbichet Sì, con la vostra faccia!
Dardard Non che l’idea mi piaccia!

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Eugène Labiche e il posto lasciato vacante

Tomba di Eugène LabicheHenri Meilhac è stato accolto all’Académie Française il giorno 4 del corrente mese. È un autore di commedie leggere. L’ammissione di uno scrittore del suo calibro nella cerchia un tempo esclusiva dei dotti Quaranta, avrebbe suscitato sorpresa nel pubblico di vent’anni fa. Gli accademici della vecchia scuola avrebbero sorriso di fronte alle sue pretese di ottenere un posto tra loro. All’epoca, era necessaria l’impronta del genio; ma adesso, l’industriosità associata a una certa vivace immaginazione e a uno stile corretto sono sufficienti. Henri Meilhac è meglio noto per la sua opera Frou Frou, ma ha scritto altre novantasette commedie di maggiore o minore merito letterario; tuttavia è stato eletto al posto lasciato vacante dalla morte di Eugène Labiche, a sua volta drammaturgo. Le sue commedie brillano tutte di arguzia e freschezza, e incontreranno sempre i favori di un pubblico riconoscente che accorrerà numeroso. Una particolarità di Labiche era che non rappresentava mai personaggi femminili; alcuni sostengono che fosse per galanteria; in ogni caso, le sue composizioni sono libere dalla macchia dell’immoralità. Si occupava dei vizi e delle manie maschili e li ridicolizzava con un sarcasmo tagliente; il borghese, le sue passioni meschine e il suo egoismo travolgente sono sferzati senza pietà. Henri Meilhac, durante il suo discorso, ha raccontato in termini adeguati, anche se privi di fulgore, la vita uniformemente felice, il successo letterario e la fine cristiana del suo predecessore.

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Io: Labiche e la commedia dell’egoismo

Il presente articolo è tratto da L’Unità, 01 aprile 1996. L’autrice è Maria Grazia Gregori.

Labiche theatreIn scena in Italia (al Teatro Stabile di Genova) per la prima volta (quasi centocinquant’anni dopo essere stato scritto), Io, titolo italiano che traduce il francese Moi, firmato a quattro mani da Eugène Labiche e Édouard Martin, è un vero e proprio concentrato di humour nero oltre che un campionario vastissimo di personaggi, i cui caratteri ci riportano alla tradizione della grande commedia. Non per nulla molieriano è un aggettivo che torna spesso tra gli estimatori di questo testo in cui, attraverso un’ironia impietosa, i grandi tipi della commedia umana sono tratteggiati con il progetto di colpire i facili arricchimenti, la corruzione imperante, gli egoismi sentimentali, i pruriti sessuali di una società affluente senza ideali. Forse che oggi c’è molta differenza?

Labiche e Martin, dunque, prendono un caso esemplare e lo fanno assurgere a moralità generale: un uomo anziano, solo e ricco, tale Dutrécy, che si crogiola nella comodità di giornate costruite su misura, si trova improvvisamente a prendersi cura di una nipote orfana, di cui si era praticamente dimenticato, che prima cerca di accasare in ogni modo e che poi, invece, sempre spinto dall’assoluta ricerca del proprio benessere, cerca di tenere sempre con sé. Naturalmente l’amore trionfa sull’egoismo e i vecchi accidiosi e inquietanti rimarranno soli. La felicità sembra loro preclusa, solo i giovani, che sono generosi e altruisti, possono sperare di farcela; ma attenzione: forse anche tra di loro cova il tarlo dell’egoismo, il vizio che Labiche vuole denunciare.

Naturalmente si ride in questo spettacolo che Benno Besson, regista di formazione brechtiana, mette in scena senza sacrificarne la divertente ilarità, ma accentuando gli spunti di critica sociale, di modernità che il testo contiene. Un’esaltazione comica del “tipo” borghese, fotografato nella sua mania di ordine globale fuorché nella vita economica dove quello che conta è, invece, l’arricchimento a tutti i costi. Ma Io è anche un testo che pone in primo piano lo scontro fra le generazioni: sono sempre i più vecchi a voler decidere il destino dei giovani, a governarne la vita, a sopirne gli slanci. Sotto la maschera del riso scandita dal perfetto meccanismo ad orologeria della costruzione drammaturgica, ecco apparire la crudeltà appena velata, l’egoismo misogino. Labiche, insomma.

Volumi teatro LabicheUn’occasione, questa di Io, che l’eclettico Besson non si è lasciato certo sfuggire, inserendo anche un ambiguo segno d’inquietudine dentro la paciosa disponibilità di un pubblico plaudente. E certo al successo dello spettacolo del Teatro di Genova hanno decisamente contribuito tutti gli attori a cominciare da uno strepitoso Eros Pagni nel ruolo dell’egoista numero uno. Gli tengono bordone un bravissimo Camillo Milli, altra bella specie di marpione, il vecchio medico interpretato da Marco Sciaccaluga e la giovane nipote, che Laura Morante disegna con civetteria da finta ingenua.

Per maggiori dettagli sulla trama vedere anche questo post

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Un giovane frettoloso (Un jeune homme pressé)

Jeune homme presséParliamo del vaudeville in un atto Un giovane frettoloso. Il giovane in questione si chiama Dardard; è guascone di nascita e spaccone di carattere. Un giorno, o meglio, una sera, che se ne sta seduto, senza pensar male, in uno scanno d’orchestra ascoltando non so più quale vaudeville, alza meccanicamente lo sguardo su un palco e vede un’affascinante fanciulla, con un incantevole visino! Immediatamente, Dardard si accende di passione ma, atteso che in ogni circostanza, questo giovane ha molta fretta, all’uscita dallo spettacolo si lancia all’inseguimento della carrozza che riporta a casa la sua dea sconosciuta, sale le scale a quattro a quattro, sfonda quasi la porta, si getta ai piedi del padre e gli grida: “Signore, vengo a chiedervi la mano di vostra figlia!”.
Il padre, affatto abituato a questi bruschi contratti, manda Dardard a quel paese; ma il giovane frettoloso non si arrende: lo cacciano dalla porta e lui rientra subito dalla finestra; il venerando padre continua a difendersi; tuttavia, Dardard lo tormenta a tal punto e gli fa talmente mancare il fiato a forza di arrampicate, incursioni inaspettate, buonumore, futilità e storie campate in aria, che alla fine il buonuomo concede la mano della figlia a questo marito improvvisato. La cosa è priva di senso comune ma estremamente divertente; e poi i due attori protagonisti lottano, in questa burlesca pochade, a chi riesce a essere più fantasioso e ricreativo. La platea, che ha riso, ha chiesto in fretta il nome dell’autore.
(Articolo tratto da Le Constitutionnel, 03 giugno 1848, autore sconosciuto, traduzione mia)

Qui è possibile vedere una versione della pièce in originale francese:

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L’affare della Rue de Lourcine e l’ingiunzione del distillatore

Il presente articolo è tratto dal quotidiano La Presse, 11 novembre 1879. L’autore è sconosciuto. La traduzione è mia.

L'affare della Rue de LourcineAlcuni giorni fa, mentre andava in scena L’affare della Rue de Lourcine al Teatro del Palais-Royal, i direttori della sala hanno ricevuto una carta da bollo davvero bizzarra.

Il Signor Verzier, distillatore, proprietario dell’azienda nota con il nome di Mamma Moreau, intimava ai signori, tramite l’ufficiale giudiziario Picon, di togliere il nome di Mamma Moreau da un passaggio della scena ventunesima dove, secondo quanto egli dichiarava, si parla molto male della sua attività commerciale.

Vi lascio immaginare la stupefazione dei direttori del teatro.

Ecco qui di seguito il testo di cui il Signor Verzier chiedeva la soppressione, o piuttosto dal quale pretendeva la soppressione del nome di Mamma Moreau:

Scena ventunesima

Norine (entrando) È terribile!… È spaventoso!
Tutti Che succede?
Norine Parrucchetta, la mia adorata gatta! L’ho appena trovata svenuta!
Lenglumé (a parte) La gatta?… Allora ho commesso un gatticidio!
Norine (a Lenglumé) Ah, non ti perdonerò mai… soprattutto dopo quello che mi è appena stato riferito.
Lenglumé Cosa?
Norine Dove hai passato la notte?
Lenglumé Piacerebbe saperlo anche a me… e a Mistingue pure. (Cercandolo con lo sguardo) Toh! Che fine ha fatto?
Norine Beh, te lo dico io: ti sei dato alle gozzoviglie da un commerciante di liquori di bassa lega!
Lenglumé Io?
Norine (tendendogli un foglio) Da mamma Moreau, per essere precisi!
Tutti Oh!
Norine Osi forse negarlo? Questo è il conto delle tue dissolutezze! (Leggendo) “Tre boccali di ciliegie all’acquavite… Due boccali di prugne all’acquavite!”.
Lenglumé (ricordandosi) I noccioli!… i noccioli!…
Norine (leggendo) “Inoltre: un berretto da donna, una scarpa sempre da donna e una ciocca posticcia di capelli, tutti appartenenti alla banconiera del locale”.
Lenglumé Ah! Ora capisco!… Ora capisco!…
Norine Per un totale di: sessantaquattro franchi.
Lenglumé Ovvero trentadue franchi a testa!… Mistingue!… Dove diavolo si è cacciato?
Norine Ed eri talmente ubriaco, che per tenerti a bada hanno dovuto rinchiuderti nel deposito del carbone!

Ecco la divertente scena in cui il Signor Verzier immagina si stia diffamando la sua azienda. Ecco la spiritosa buffonata su cui si basa per sostenere che la sua ditta è realmente raffigurata come un posto di bassa lega dove ci si dà alle gozzoviglie.

L'affare della Rue de LourcineI direttori del Palais-Royal hanno riso tanto nel ricevere una simile ingiunzione, divertente quasi quanto il dialogo concepito da Eugène Labiche, Albert Monnier ed Edouard Martin, e mi premuro di dire che non l’hanno tenuta in alcuna considerazione.

Il Signor Verzier probabilmente non sa che sono trascorsi ventidue anni da quando L’affare della Rue de Lourcine è stata allestita per la prima volta al Palais-Royal e che la pièce, rappresentata in tutto il mondo, è considerata una delle migliori del futuro accademico. L’attuale proprietario di Mamma Moreau ha ora il diritto di dimostrare a sua volta un po’ di spirito, ritirando l’ingiunzione e considerando L’affare della Rue de Lourcine come un’eccellente pubblicità, destinata a durare in eterno, ai suoi liquori.

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Il valore dell’opera di Eugène Labiche

Eugène LabicheNel suo studio incentrato sul teatro di Labiche, e presentato nel 1996 nell’ambito del V congresso dell’Università di Murcia sui diversi approcci al testo letterario, l’autore e attore teatrale Juli Leal espone le sue considerazioni per quanto riguarda la qualità di un testo teatrale e nello specifico in che modo un testo, dal punto di vista letterario, viene considerato degno di essere inserito in un manuale. Nel caso di Labiche, Un cappello di paglia di Firenze, malgrado la sua notorietà tra il pubblico, è apparso in una versione tascabile, con analisi critica e approfondimenti, solo nel 1994, di fatto seguendo la stessa sorte toccata a Georges Feydeau e Maurice Hennequin. Una scelta di questo tipo è da ricercarsi nel genere “minore” con cui vengono etichettate tali opere malgrado gli autori siano considerati dei maestri da altri noti letterati.

Labiche raggiunge il massimo successo durante il Secondo Impero; il suo teatro si ispira direttamente alla realtà e benché l’autore non componga pièces bien faites nello stile di Eugène Scribe, si tratta comunque di un teatro fresco e spontaneo proprio per la sua mancanza di pretese. In Un cappello di paglia di Firenze la quotidianità si alterna con l’assurdo, con la demolizione del sistema prestabilito in chiave di farsa delirante. Andando a selezionare un corpus di quindici opere che va dal 1851 al 1877, si scopre un campionario di ricchezza letteraria e artigianato scenico che propone una riflessione sull’uomo moderno di inquietante attualità. Le risorse sceniche, le invenzioni, il ritmo frenetico si fondano tutti su un linguaggio che sfrutta le tecniche della comicità fino a proporre una visione disumanizzata dei personaggi. Labiche riesce a raggiungere un livello di comicità che polverizza la verosimiglianza convertendo l’eroe in un antieroe e il comico in analisi tematica.

La comicità verbale inizia dai nomi dei personaggi, attraverso l’utilizzo di prefissi e suffissi connotativi e di nomi propri che alludono alla personalità (Fadinard, Colladan, Bouchencoeur, Folleville, Madame Grosminet, Madame Champbaudet). Il linguaggio si ribella al personaggio esposto a situazioni disdicevoli, dove la ripetizione, il contrasto, l’eufemismo suscitano il riso, e sottolineano la ridicolaggine di una classe che si finge colta ed è invece volgare, che si vuole sicura ed è invece vittima del Dio denaro. Tra le strategie adottate da Labiche: il contrasto tra causa-effetto interponendo un’idea assurda in una cornice logica; far pronunciare ai personaggi un’insensatezza avvalendosi di un tono solenne; creare un fraintendimento tra significato reale e figurato; la parodia; il doppio significato del discorso; il satireggiare la pomposità.

Juli Real rileva un cambiamento nel modo in cui Labiche concepisce le sue opere dovuto in parte alla disillusione politica provata, in parte alle critiche sempre più profonde al suo teatro, e questo lo induce ad affinare il suo stile. Così i testi iniziano a ritrarre con acidità le zitelle, le vedove focose, le donne infedeli, i mariti cinici e una galleria di personaggi che fino a quel momento avevano ricoperto ruoli secondari. Il panico della povertà si materializza nella transazione matrimoniale a qualunque costo. Labiche evolve la sua tecnica trasformando il focolare borghese del Secondo Impero, simbolo di sicurezza, in una sorta di inferno domestico dove la coppia e la famiglia sono i nemici principali del personaggio centrale privo di controllo, sia orale che fisico. Prova di tale comportamento la si riscontrerà nei finali delle pièces dell’autore che inizieranno a presentare doppi sensi o a essere apertamente provocatori. Alcuni esempi si riscontrano nel Viaggio del Signor Perrichon, L’affare della Rue de Lourcine, Il gruzzolo e Il premio Martin.

Horse Eats HatAl declino di Labiche, avvenuto nel 1877 con la rappresentazione della pièce La chiave, seguirà il trionfo di Feydeau, che riprende in mano l’inferno della vita coniugale. Proprio La chiave, dopo la sua ripresa in Francia nella stagione 1986-1987 con notevole successo, otterrà ottimi riscontri e indurrà la critica ad andare a rispolverare il fatto che già nel 1936 Orson Welles aveva portato in scena Un cappello di paglia di Firenze nell’adattamento Horse Eats Hat e che nel 1938 Gaston Baty aveva allestito lo stesso testo alla Comédie-Française. Tuttavia, la riscoperta di Labiche era già iniziata negli anni Sessanta, ma non per una memoria collettiva legata al contesto scenico bensì grazie ai testi, dato il disprezzo di cui gli autori come lui, considerati “commerciali” o “artigianali”, erano oggetto in passato. Uno degli eventi che negli anni Novanta ha favorito la rivalutazione di questi autori è stato il film La regina Margot, diretto da Patrice Chéreau su testo di Alexandre Dumas padre. Secondo lo studioso è opportuno rivendicare ciò che è culturalmente e socialmente significativo rifiutando una volta per tutte la scala ormai superata del genere “minore”.

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Discorso in risposta a Labiche dopo la sua accoglienza all’Académie-Française

Il presente testo è un frammento del discorso tenuto da John Lemoinne il 25 novembre 1880 dopo la nomina di Eugène Labiche a membro dell’Académie-Française. La traduzione è mia.

Eugène LabicheUn re di Spagna, Filippo II, dall’alto del suo palazzo, osservava uno studente che passeggiava nella pianura e a ogni passo si fermava perché colto da un riso incontenibile. Il re si mise a dire: “Di sicuro sta leggendo Don Chisciotte”. Mandò uno dei suoi ufficiali per informarsi e, in effetti, il testo che lo studente stava leggendo così gioiosamente era proprio quel capolavoro di sentimento, filosofia e gaiezza.

Allo stesso modo, quando vediamo una sala teatrale, oppure un raduno di persone, un gruppo, o anche un lettore solitario, esplodere in uno scoppio di risa incessante e vivace possiamo dire a colpo sicuro: “Sta leggendo Labiche”. Perché oltre al Labiche da teatro c’è anche quello da camera, che accompagna i viaggiatori e fa loro perdere la cognizione del tempo, che si legge la sera accanto al fuoco e rallegra i focolari più tediosi, che gli ipocondriaci non possono leggere o ascoltare senza sentirsi guariti.

Tuttavia, caro Labiche, di ragioni per temere il libro e la lettura ne avevate molte. La vostra modestia e il vostro buon animo ve l’avevano fatto capire, ma più del necessario. È stato un amico, oggi a sua volta membro, ad avere coraggio al posto vostro e a spingervi a pubblicare i volumi.

In effetti, come avreste potuto non dubitare di voi stesso? Come non esitare di fronte al compito di riunire per completezza e durata opere di improvvisazione, di osservazione effimera e di satira quotidiana? In tutti i personaggi delle vostre commedie un ruolo non apparteneva forse all’attore? In tutte le allusioni a questa o quella conformazione di forma o di figura non c’era forse il ruolo delle persone sul palco e i cui tratti erano conosciuti e popolari? Privato di questo tipo di collaborazione, il vostro teatro non rischiava di perdere uno degli elementi che ne decretavano il successo?

Questo tipo di prova è ben nota a tutti coloro che scrivono di eventi quotidiani, di questioni sempre correnti di cui non si è visto l’inizio e non si vedrà la fine, che non sono mai opere complete né un libro definitivamente chiuso. Anche loro alludono a una miriade di cose che il giorno dopo saranno dimenticate, e le loro battute di spirito, focalizzate sull’attualità, la settimana seguente risultano incomprensibili. Su di essi, caro Labiche, avete il vantaggio che i personaggi ridicoli, grandi e piccoli, e le sventure familiari che riempiono le vostre commedie, restano di ogni epoca e giorno, e fanno parte di ogni società.

Ecco perché avete superato vittoriosamente la prova del libro; e dobbiamo ringraziare il nostro collega, uno dei maestri della scena, per aver avuto prima di voi, e vostro malgrado, coscienza di voi.

Le Major CravachonUn uomo che potrebbe definirsi l’incarnazione dell’Académie Française, Abel François Villemain, diceva nell’accogliere Eugène Scribe: “In ogni tipo di letteratura, ogni personaggio dalla fama durevole è un grande titolo accademico, e a nessuno è concesso di divertire impunemente il pubblico per vent’anni”. Voi, caro Labiche, lo fate ridere da quarant’anni, e continua a ridere, ride sempre. Avete acquisito e conquistato il simbolo popolare del successo: siete diventato proverbiale. Le vostre battute, i titoli delle vostre opere, sono sulla bocca di tutti, nella memoria dei piccoli e dei grandi. Ovunque, non si fa che dire: “Genero mio, il fidanzamento è rotto”, oppure “Abbracciamoci, Folleville”. I compagni di collegio si chiamano tutti l’un l’altro labadensiani, e la battuta che la commedia antica ripete tanto spesso è diventata: “Il più felice dei tre”.

Quando definite le vostre commedie degli scherzi siete troppo modesto, vi rendete miglior giustizia reclamando il dono del buonumore. Dev’essere un dono di natura, spontaneo, visto che l’avete mantenuto anche nei periodi più turbolenti. Ci avete rallegrato quando volevamo piangere. Abbracciamoci, Folleville!, per esempio, è capitata proprio durante le burrascose elezioni del 1850 e il mio caro collega, Jules Janin, che comunque non era incline alla malinconia, quel giorno disse: “Abbracciamoci, abbracciamoci! Non chiederei di meglio; ma bisogna andare a votare!”.

Voi possedete quel dono prezioso dello spirito, così raro al giorno d’oggi: la salute. Il vostro spirito è in buona salute, in un felice equilibrio di sangue e umori. Ecco perché la vostra fama ha resistito: il buonumore, come un liquore generoso, non subisce alterazioni e anzi migliora con il tempo. Potremmo imbottigliare un po’ di Labiche e spedirlo ai malati e ai malinconici: è un rimedio più efficace di qualsiasi acqua termale. A questo proposito, vi chiedo il permesso di ricordare un uomo che tutti noi abbiamo conosciuto e amato, Ernest Bersot. Mentre sopportava con estremo coraggio le più atroci sofferenze, uno dei suoi amici, un nostro collega, gli portò Il Teatro di Labiche. Morendo, caro Labiche, vi lasciò in eredità il suo volume sui moralisti.

Avete fatto ridere tanta gente che per noi tutti era impossibile prendervi sul serio; non potevamo rassegnarci, avevamo paura di cambiarvi. Non pensavate all’Académie, ebbene! Va detto che nemmeno il pubblico ci pensava per voi, e fin dall’inizio non ha voluto crederci. Molti hanno detto: “Sta scherzando! È evidente!”. Avete vissuto gli inconvenienti del giovane che, dopo aver in parte dilapidato la sua vita, un bel giorno annuncia agli amici di volersi sposare. “Sposarsi lui! Sistemarsi lui! Sta scherzando!”. Eppure quel giovane diventa un bravo marito, un buon padre e anche un accademico.

In fondo il vostro teatro è più serio di quanto non sembri, e anche voi siete un uomo più posato di quanto affermiate. Oh! Non ambite di sicuro all’ideale; ma la vita quotidiana ne è priva, ed è quella che voi mostrate. La vostra lingua non è sempre impeccabilmente corretta, ma la battuta è sempre trasparente. Con questo non intendo dire che sia brutale. Quella ce l’avete in punta di penna, e sulla punta della lingua, ma non la lasciate mai sfuggire.

Chapeau de paille d'ItalieLa vostra commedia è forse leggera, anche audace; ma c’è qualcosa che le impedisce di essere immorale: non è sentimentale. Le disgrazie domestiche che mettete in scena sono disgrazie per ridere; accadono in un mondo che non si prende sul serio e di cui è lecito dire: la gioventù vuole il suo sfogo. Questo mondo così buffonesco non crede di commettere un crimine con le farse che inscena, e tutte queste invenzioni irresistibilmente comiche sono percorse da una bella corrente d’aria che rimuove ogni particella malsana. Proprio per questa ragione, a volte, le vostre pièces più celebri sono state prese in prestito per allestirle negli istituti educativi dove le donne non potevano essere in scena, e in cui la figlia del Signor Perrichon è virtuosamente sostituita da un fondo di carrozzeria che due contendenti inseguono attraverso le montagne della Svizzera. A parte questa piccola differenza, le passioni sono le stesse, ed è così che le vostre pièces possono essere allestite nei seminari.

Il viaggio del Signor Perrichon è autentica filosofia. È stato riallestito di recente, dopo vent’anni, ma è sempre giovane perché rappresenta un sentimento imperituro: l’ingratitudine.
È indipendente a modo suo, questo borghese; ha quella che si definisce l’indipendenza del cuore. Non riesce a perdonare colui che lo ha salvato; ha sempre davanti qualcuno che può dirgli: “Eh, se non era per me!”; è tormentato dall’incubo della riconoscenza. Niente di più vero; più argutamente, più comicamente e più profondamente tratto dalla realtà; è vera commedia.
Lo stesso vale per la politica, e per i popoli e gli individui. Vale la pena ricordare le parole di un celebre ministro il cui paese era appena stato salvato dall’intervento armato di una grande potenza: “Stupiremo il mondo con la nostra ingratitudine”. Queste parole risalgono a più di trent’anni fa, ma sono valide ancora oggi. Paesi che sono stati soccorsi o salvati non lo perdonano; ma il mondo non si stupisce più.
Parole come “solo Dio ha il diritto di uccidere i suoi simili”, pronunciate con serietà buffonesca, non contengono forse la filosofia di tutte le discussioni sulla pena di morte?
Non mi soffermerò su quelle opere unicamente leggere che sfuggono a ogni analisi, e talmente esilaranti che gli attori stessi non riuscivano ad arrivare alla fine delle prove. Bisogna disporre di un’inesauribile provvista di battute per portare avanti la cosa per cinque atti, come avviene in una tragedia.

Un giorno, caro Labiche, siete arrivato fino all’accademia di teatro, la Comédie-Française; ed è a questo proposito che Sainte-Beuve, parlando di Collé, dichiarava: “Collé ha fatto qualcosa che abbiamo visto fare allo spiritoso e simpatico autore del Palais-Royal Eugène Labiche. Ha indossato l’abito scuro e la cravatta bianca per rendersi degno della Comédie-Française e si è privato della sua allegrezza, del lato migliore della sua vena comica. Questo atteggiamento lui lo definiva onestizzare le sue pièces; in realtà, significava raffreddarle troppo. Per quanto mi riguarda, preferisco i nostri due autori quando si muovono nel loro ambiente: Labiche in L’amatissimo Célimare, e Collé in La verité dans le vin; due piccoli capolavori con qualche elemento in comune, ornamenti dello stesso tipo portati con leggerezza”.
Io non credo, caro Labiche, che abbiate snaturato la vostra indole nella commedia rappresentata alla Comédie-Française avente per titolo quell’unica parola Moi. È in quel contesto che troviamo la battuta, altrettanto unica, dell’egoista alla nipote, che cerca di dissuaderlo dallo sposare una giovane e gli racconta quanto lei stessa abbia sofferto sposando un anziano: “E lui?”, chiede l’uomo di continuo. “Lui, oh! Era felicissimo!”, ribatte lei. “Beh! E allora che problema c’è?”.
Sono battute convincenti, e destinate a perdurare. Sainte-Beauve preferiva Célimare, è un suo diritto. Niente di meglio di questa vittima della felicità, da molti soprannominata Il più infelice dei tre, per fare pendant con Il più felice dei tre.
Considero queste due pièces opere morali; e senza utilizzare in questa sede parole troppo ambiziose con cui il soggetto ha poca attinenza, mi limito a dire che dal più felice e dal più infelice dei tre si evince che la libertà vera sta nella regola. La sorte di Célimare e di Ernest serve a correggere dai piaceri della carne.
Infatti esiste un rovescio della medaglia: la persecuzione, non delle donne, ma dei mariti che non possono rassegnarsi a fare a meno dell’amatissimo. È un castigo; Célimare non ha il diritto di sposarsi, e sfugge all’attenzione dei suoi amici traditi solo annunciandogli che la loro devozione gli costerà grosse somme di denaro. È la goccia fredda versata nell’acqua bollente.
In Il più felice dei tre, il marito è coccolato, vezzeggiato, avvolto nel cotone. Si suppone che ignori il suo destino, ma forse non chiede di conoscerlo. C’è qualcosa o qualcuno che ama più di sua moglie, e anche più di Ernest: se stesso, e sta bene così; è davvero il più felice dei tre. Quanto agli altri due, passano la vita in un perpetuo stato di allerta. È un continuo: “Sono rovinata! Non vivo più!”. Ernest fa il servo, porta lo scialle, la borsa dell’acqua calda, il cagnolino, e urla: “Sposarmi! Ah, se solo potessi! Sarei finalmente libero!”. In forma scherzosa, molto leggera, non ritroviamo forse in queste invenzioni il fondo di tutti i veri drammi della vita?

Mon IsménieLa vera critica la ritroviamo anche in Il misantropo e l’alverniate. L’uomo afflitto vede tutto grigio, diffida del genere umano, pensa che tutti siano bugiardi, cerca sempre di scoprire il tradimento di qualcuno cogliendolo in flagrante delitto. Quando questo succede, si convince di non aver perso la sua giornata e, per usare un’espressione familiare, di non essere tornato a mani vuote.
Incontra l’alverniate; un uomo che gli dirà la verità, sì, ma in un modo assolutamente intollerabile. Machavoine dichiara di essere una persona franca, incapace di mentire. Il misantropo gli chiede come lo trova e lui gli risponde brutto. Il misantropo è felice ed esclama: “Finalmente! Ecco un uomo onesto! È riposante, fa stare bene”.
No, non fa stare bene; no, non è riposante. Il misantropo, a cui la verità non viene più nascosta, è il primo a soffrirne: è costretto a rinunciarvi per tornare, non dico alla menzogna, ma alla tolleranza. Insomma, il mondo è una grande società di mutua tolleranza. Alceste, nell’opera di Molière, è un essere insopportabile, adatto a vivere nel luogo isolato che finisce per cercarsi. Qual è, vi prego di dirmelo, il dovere d’onore, l’obbligo morale che lo spinge a trovare brutto un sonetto? La religione, la famiglia e la proprietà c’entrano in un sonetto? Forse si mente quando si è gentili? Si dice a una donna non bella che è brutta? Si dice a un uomo di scarsa intelligenza che è stupido? A meno che, ovviamente, non ci siano valide ragioni per dirglielo. Ma per puro amore della verità assoluta! Oh! No, la morale non lo esige. Se tutti fossero così virtuosi, non esisterebbe più una sola società vivibile; come potremmo vivere insieme, mi chiedo? E come potremmo fare discorsi accademici?

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