La Cagnotte di Labiche rivisitata (in modo discutibile) dal Teatro di Strasburgo

Il presente articolo è tratto dal Corriere della Sera, 06 aprile 1972. L’autore è Raul Radice.

Caricatura del personaggio di Cordenbois

Caricatura del personaggio di Cordenbois

“Le noie e gli affanni sono finiti, spero. Senza rammarico si può dire addio a Parigi”. Queste, all’incirca, le parole del couplet conclusivo quali figurano nel testo originale della Cagnotte di Eugène Labiche. Al Teatro della Pergola, dove è stata inaugurata con successo l’ottava Rassegna Internazionale dei Teatri Stabili, il ritornello finale della Cagnotte presentata dal Teatro Nazionale di Strasburgo dice invece: “Salvo spioni e poliziotti non si vedono per le strade che vecchi piangenti, vedove e orfani. Parigi trasuda miseria, coloro che sono felici tremano, la moda è al consiglio di guerra, e le strade sono insanguinate”.

Meglio che della Cagnotte di Labiche si dovrebbe perciò discorrere della Cagnotte che da quel testo hanno derivata Jean-Pierre Vincent, Jean Jourdheuil e Patrice Cauchetier, ideatori di uno spettacolo massimamente concepito in avversione a un commediografo che fu considerato dai suoi contemporanei e dai suoi immediati successori come il campione assoluto non tanto del teatro comico quanto dell’allegria. Scrittore borghese al servizio degli spettatori borghesi del Palais Royal, conservatore per costituzione, nessuno quanto lui avrebbe potuto fornire a una rappresentazione antiborghese gli argomenti più adatti.

Gli ideatori della Cagnotte di Strasburgo sembrano dunque aver dimenticato che in Labiche, secondo un’opinione non recente, già in anni lontani si era potuto scorgere un “accusatore della società nella quale egli si trovava perfettamente a suo agio”. Che Labiche nella società del Secondo Impero si trovasse bene, può darsi, nonostante della sua vita privata si sappia ben poco. Ma a suscitare assai più di un dubbio sulla qualità della sua bonomia aveva provveduto, circa trent’anni fa, il saggista Philippe Soupault: il quale, fedele a una particolare concezione della comicità (comicità è sinonimo di crudeltà), fu tra i primi a scoprire nelle opere di Labiche un gioco del massacro il cui bersaglio coincideva appunto con la società borghese del secolo decimonono.

Stabilito il carattere borghese della corte di Napoleone III e della Parigi del Barone Hausmann, Soupault annota fra l’altro: “Per i borghesi del Secondo Impero la grande regola è non soltanto di non intaccare il capitale, ma di spendere soltanto la metà, un terzo e magari un quarto delle proprie rendite. Sarà ad essi, dunque, che l’industria, le banche e lo stesso governo dovranno rivolgersi per finanziare le loro imprese”. Si capisce che una società siffatta, al di là delle apparenze, finisse per assumere i caratteri di una società segreta: e in un certo senso si capisce che la testimonianza dei suoi campioni più probanti sia stata ricercata, sempre al di là delle apparenze, nei personaggi di Labiche. “Noi sappiamo – insisteva Soupault – che Perrichon, Célimare, Dutrécy sono i campioni di altrettanti borghesi simili a loro, ognuno nascosto nel proprio appartamento. Impariamo a conoscere le loro manie, i loro vizi e i loro difetti, ma sappiamo anche in che cosa consiste la loro forza, e perché quella loro forza sia così poco conosciuta e così poco ufficiale. Il teatro di Labiche, spogliato della sua atmosfera comica, è la pittura della società borghese, rifinita con una esattezza e una potenza che stupiscono anche il lettore non prevenuto”.

La Cagnotte (locandina)

Quel che ancora resterebbe da studiare è il particolare tipo di rapporto creato da Labiche fra i rappresentanti di una società nella sua sostanza reale e i casi improbabili nei quali essi si trovano coinvolti durante affannose rincorse che di quei casi sottolineano soprattutto l’irrealtà. Ricordare che da quel terreno hanno poi preso le mosse creatori variamente assortiti, da Jerry Lewis a Tati, a Ionesco, a Wolinski, significa sottolineare l’importanza di una componente della quale Labiche non può essere defraudato senza danno.

E questa è invece l’impresa nella quale, dopo aver fornito parziale documentazione dell’animo reazionario di Labiche (reo, tra l’altro, di non avere approvato la demolizione della colonna Vendôme) e una abbondante casistica sulla borghesia massimamente espunta da Marx e da Engels, si è polemicamente cimentato il Teatro Nazionale di Strasburgo. All’irrazionalità degli estri comici si è di fatto sostituita una simbologia deliberatamente convenzionale: si va dal palazzo della Borsa, tempio massimo (e malsicuro) dell’epoca borghese, alla statua vivente della nazione (che come tale può permettersi qualche anacronismo canoro). Al segreto delle pareti entro le quali il borghese di Labiche agisce, e soprattutto parla, si è sostituita l’aria aperta, o meglio uno “spazio di lavoro” buono per tutti gli usi, “non dissimulato dai dettagli ingombranti degli interni”. Si è poi smontata di proposito l’assurdità dei casi nei quali va a impigliarsi il gruppo dei borghesi di provincia arrivati a Parigi per godersi i “soldi” pagati sulle partite a carte di tutto un anno, e di ogni singolo caso ci si è adoperati a scoprire una “ragione” che giustifichi il comportamento effettivo di ogni personaggio. Finalmente, sempre di proposito, si è frantumato il “sacrosanto ritmo del teatro di Labiche”, parendo illogico che dalla contraddittorietà delle situazioni non dovessero scaturire ritmi differenti. Ne ha sofferto, non imprevedibilmente, il linguaggio, qua e là manomesso, amputato e interpolato, che del ritmo di Labiche rimane la fonte essenziale.

I liberi interventi ideologici e registici ci hanno da tempo assuefatti a operazioni di questo genere. E bisogna dire che dalla loro Cagnotte i responsabili del Teatro Nazionale di Strasburgo e gli attori di cui dispongono (si ricordano in particolare il Petitpierre, la Bertin, la Loïk e il Pamarat) hanno tratto uno spettacolo formalmente esemplare anche laddove il manifesto politico diventa preponderante. Resta tuttavia da chiedersi fino a qual punto Labiche si sia effettivamente prestato, manomissioni a parte, a una trasposizione così puntigliosa. Durante la quale a Firenze, e lo spettacolo dura tre ore, nessuno ha riso.

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Eugène Labiche membro dell’Académie Française

Il presente articolo è tratto dal quotidiano The Daily News, 27 novembre 1880. L’autore è sconosciuto. La traduzione è mia.

Théâtre du Vaudeville

Théâtre du Vaudeville

La nomina di Eugène Labiche all’Académie Française farà di sicuro rivoltare ansiosamente nella tomba uno degli uomini più spiritosi della Francia del primo Settecento. Alexis Piron, vaudevillista e non solo, “non fu nulla, neanche accademico” come recita il suo epigramma. Eugène Labiche, che non è nulla se non un vaudevillista, è qualcosa e qualcuno e pure accademico.

È bizzarro che lo stile letterario forse più rappresentativo di ogni altro della genialità francese ci abbia messo circa due secoli e mezzo per ottenere il più alto riconoscimento mai attribuito nel suo paese, ma il fatto rimane. La rispettabilità letteraria è il sine qua non per essere ammessi nella società degli Immortali; la rispettabilità personale, a meno che la sua mancanza non sia compensata dal possesso di un ducato, è di solito un sine qua non ancora più innegabile. Ora, i vaudevillisti dell’ultimo secolo, eccezion fatta per Charles Collé, non erano esattamente uomini rispettabili e di rado erano nella condizione di essere ingaggiati. Il pubblico rideva ma non li pagava molto e di solito conducevano una vita da bohémien. Labiche è un caso più fortunato. È bravo nel suo lavoro; ha molti amici, pochissimi nemici e di questi ultimi non sembra meritarsene alcuno. I suoi testi hanno ottenuto il doppio del successo di quelli del suo predecessore, Eugène Scribe, ed egli possiede un talento pari almeno a tre/quattro volte tanto. È un letterato affermato per il quale, come ha specificato nel suo discorso di accettazione, una poltrona all’Académie ha sempre rappresentato qualcosa di irraggiungibile come i castelli delle fiabe, anche se è stato in grado di consolarsi trovando alloggio in un castello autentico del suo paese. Come se non bastasse, è un drammaturgo le cui opere non vengono solo recitate ma anche lette, e vi assicuro che leggerlo vale proprio la pena.

Dalle sue pièces sono stati tratti imponenti volumi, mentre secondo il giornalista John Lemoinne le edizioni tascabili sono state viste in mano ai viaggiatori ferroviari. “Questa sì che è vera fama!”, avrebbe esclamato Samuel Taylor Coleridge se fosse vissuto nella seconda metà dell’Ottocento anziché nella prima. Ricco, cordiale, irreprensibile, celebre a giusto titolo – un uomo così può occupare il suo posto senza trattenere il fiato o essere costretto a muoversi servilmente tra gli altri trentanove eletti del suo paese – . Se fuori ci sono uomini migliori, come spesso accade, può darsi che nessuno ci avrebbe pensato due volte a mantenere Eugène Labiche sulla celebre quarantunesima poltrona, quella metaforicamente destinata a chi non diventa mai membro dell’Académie, ma pochi sono quelli che possono permettersi di mettere in discussione il suo diritto a sedersi sulla quarantesima.

Théâtre du Vaudeville di Édouard Cortès

Théâtre du Vaudeville di Édouard Cortès

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Il dossier di Rosafol (Le dossier de Rosafol)

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Siècle, 29-30 marzo 1869. L’autore è E. D. De Biéville. La traduzione è mia.

Ritratto dell'attore Pellerin disegnato da Lhéritier

Ritratto dell’attore Pellerin disegnato da Lhéritier

Il Dossier di Rosafol dovrebbe più giustamente intitolarsi Il Dossier di Godivais. Il Signor Godivais è un ex commerciante che un tempo viveva in Svizzera, nella città di Ginevra. Qui aveva contratto matrimonio con una donna di modeste origini del posto, Antonina. La giovane aveva un carattere talmente volubile che non passava settimana in cui non avesse da farsi perdonare da lui qualche imperdonabile infedeltà. Anche la misercordia dell’uomo più bonario ha dei limiti. Un giorno, mentre lei era pronta a partire per un breve viaggio, Godivais notò tra i suoi bagagli un paio di stivali con gli speroni. Antonina sostenne che le servivano per uso personale. Esasperato da tanta impudenza, l’uomo la schiaffeggiò. Lei gli diede del vigliacco e lui la schieffeggiò una seconda volta. La giovane fuggì e lui non la rivide più. In Francia, tradito e abbandonato, Godivais sarebbe stato obbligato a restare legato per sempre al destino di questa spergiura assumendosi la responsabilità di tutte le avventure da lei corse. In Svizzera, dove il divorzio è consentito, l’uomo ne approfittò per riottenere la sua libertà. Un avvocato di Ginevra, l’austero Laridel diventato poi suo amico, stilò un dossier delle più note infedeltà di Antonina e, grazie a questo voluminoso fascicolo, il divorzio fu rapidamente concesso.

Sollevato, ma un po’ imbarazzato dalla fama che l’ex moglie aveva dato al suo nome, Godivais decise di abbandonare il luogo delle sue sventure. Vendette le sue proprietà commerciali e tornò in Francia a cercare un nuovo impiego a Parigi. Qui incontrò una signorina brutta come la fame, che però aveva quarantamila franchi di rendita e si chiamava Aglaure de Rosafol. Godivais le rivolse i suoi omaggi e lei accettò di concedergli la sua mano a patto che lui aggiungesse all’ignobile cognome Godivais il bellissimo Rosafol. Grazie ad alcuni potenti alleati la donna ottenne questa possibilità, e così Godivais divenne Rosafol.

Tuttavia, con il contratto di matrimonio, Aglaure ha tenuto per sé l’amministrazione dei quarantamila franchi e ha stabilito il diritto di concedere al marito la rendita che ritiene più opportuna. Inizialmente, gli ha concesso cinquecento franchi al mese. Sfortuna vuole che Godivais abbia in parte ereditato la volubilità della prima moglie e cerchi di compensare la bruttezza di Aglaure con tutte le sue cameriere. La Signora de Rosafol continua ad assumere nuove giovani, ma queste vengono sempre sorprese a civettare con l’infedele Godivais, che fa loro la corte. Godivais cerca invano di professare la sua innocenza e quella delle ragazze, ma Aglaure si dimostra inesorabile: licenzia subito la giovane troppo compiacente e riduce la rendita del seduttore. Ora Godivais riceve appena duecento franchi al mese.

L’uomo si troverebbe in condizioni di povertà se non fosse per lo stratagemma che ha inventato per ricevere un supplemento di denaro. Ha raccontato ad Aglaure di essere vedovo, poi ha acquistato da un rigattiere il ritratto di una donna e l’ha appeso in camera sostenendo che si trattasse di quello dell’adorata prima moglie. Quando ha bisogno di soldi, guarda malinconicamente l’immagine, si asciuga gli occhi, sospira e si inginocchia. Aglaure, pur di richiamare l’attenzione su se stessa, gli offre una somma abbastanza cospicua; lui la smette di guardare il ritratto e il gioco è fatto.

Il dossier di RosafolNel frattempo, Aglaure ha assunto una nuova domestica e Godivais non vede l’ora di conoscerla. Si strappa un bottone dal polsino e la manda a chiamare per farselo ricucire. Oh, Santo Cielo! La giovane è Antonina, la sua prima moglie, e per Godivais iniziano i guai. […]

L’atto unico è scritto con la disinvoltura e il brio che gli autori del Gruzzolo ci hanno già fatto conoscere. Geoffroy riesce a rendere spontanei gli imbarazzi e le salacità di Godivais mentre la Signorina Alphonsine sa infondere malizioso rancore al personaggio di Antonina. Pellerin, nel ruolo di Laridel, e la Signora Delille, in quello di Aglaure, completano un gruppo davvero molto affiatato.

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Il papà del premio d’onore (Le papa du prix d’honneur)

Il presente articolo è tratto da Le Temps, 10 febbraio 1868. L’autore è Francisque Sarcey. La traduzione è mia.

Le papa du prix d'honneurIl papà del premio d’onore è un grande vaudeville in quattro atti di Eugène Labiche e Theodore Barrière che è andato in scena, questa settimana, al Teatro del Palais-Royal. La pièce è strutturata sullo stesso modello di quelle a cui Labiche sta lavorando in questo periodo. Forse l’autore è stanco? È disgustato dal pubblico? Non so dirlo; ma questa nuova edizione del Cappello di paglia di Firenze e del Gruzzolo non ha riscosso il successo delle opere che l’hanno preceduta. Già Le ferrovie poteva definirsi una pièce solo parzialmente riuscita: Il papà del premio d’onore, l’altra sera, è stata quasi un fiasco. So benissimo che le buffonerie di questo tipo hanno singolari dislivelli e che le previsioni del primo giorno vengono molto spesso stravolte. Tuttavia, dubito che un simile giudizio si ribalti in appello. Il copione non è così ben concepito da permettere all’estrosa verve degli artisti del Palais-Royal di sprigionarsi con gaiezza.

Una simile caduta dovrebbe servire da avvertimento a Labiche: il genere teatrale sul quale tanto si accanisce è ormai morto. Sarà costretto a prendersi il disturbo di comporre i suoi vaudeville. Quelli che ci offre attualmente non hanno più né capo, né coda, né centro: sono una successione di scene distaccate collegate tra loro, alla meno peggio, dal titolo. Ho l’impressione che il pubblico se ne sia stancato.

Gli interpreti

Anche gli interpreti andrebbero rinnovati. Geoffroy riveste il solito ruolo alla Prudhomme, sorridente e solenne, sempre alle prese con Lhéritier che si presenta nei panni del vecchio scemo. A fargli da spalla, una borghese bisbetica e sensibile che sbraita e si lamenta incessantemente, mentre l’eterna fanciulla ripete, dalla mattina alla sera, come una di quelle bambole articolate, mamma e papà. Tutti gli effetti comici di questi ruoli sono sfruttati fino allo sfinimento. Geoffroy, un bravissimo attore dalla risata spontanea e comunicativa, non ha più alcun effetto sulla folla, il sorriso si è fossilizzato sulle sue labbra. L’altro ieri sembrava presiedere un funerale. Il suo talento avrebbe potuto rinnovarsi solo con la diversificazione dei ruoli. Ma Perrichon resta sempre Perrichon, senza quella verve comica che un tempo l’attore riusciva a infondere al ruolo!

Ovviamente, è lui a interpretare il Papà del premio d’onore, titolo peraltro abbastanza allettante. A chi non è mai capitato, infatti, di assistere a una di quelle scene familiari in cui il figlio ritorna a casa ricoperto di premi? L’orgoglio del padre, la commozione della madre, le felicitazioni dei vicini, la vanità dell’ometto, le corone appese al grande specchio del salotto, i volumi dal taglio dorato esposti sul tavolo in centro e le grandi speranze che diventano oggetto di lunghe conversazioni! Queste gioie hanno un non so che di toccante, ma possono anche essere prese dal lato comico; infatti, la sproporzione esistente tra una cosa insignificante come un premio scolastico e le ambizioni che suscita è tale da indurre uno scoppio di risa.

La trama

Sfortunatamente, non è questo il quadro che Labiche ci pone davanti agli occhi. Ci mostra il premio d’onore, ormai cresciutello, risoluto a non fare assolutamente nulla. Il padre ha mantenuto intatte le sue illusioni e continua a farsi passare per il papà del premio d’onore. Avrebbe dovuto smaltire da tempo l’orgoglio paterno e questo rende difficile che la maggioranza dei padri si riconosca in un simile imbecille.

I padri, in genere, sono uomini pratici, e regalerebbero volentieri al diavolo quel benedetto premio d’onore che serve al figlio come puro pretesto per non assumersi le sue responsabilità. L’argomentazione è dunque falsa; in ogni caso, poco convincente. Di chi e di cosa hanno voluto farsi beffe gli autori? Del padre? Del figlio? Del premio scolastico? Non ne ho idea.

Oggigiorno è diventato quasi un luogo comune sbeffeggiare l’importanza attribuita ai premi scolastici. Alphonse Karr, tempo fa, ha sollevato la questione e tutti gli sono andati dietro. In effetti è stato lui a raccontarci, per primo, lo sconforto causato dal giudizio bravo in traduzione a un ragazzo a cui latino e greco non sono mai serviti a nulla se non a fargli disprezzare le professioni utili e a renderlo incapace di guadagnarsi il pane. Altri romanzieri sono in seguito tornati sull’argomento. Merita ricordare il romanzo di Eugène Sue in cui non so quale povero diavolo vincitore di un premio d’onore si ritrova a fare il saltimbanco e a interpretare l’uomo-pesce nelle baracche della fiera.

La tematica a contenuto scolastico

Eugène LabicheL’argomento è facile fonte di battute e non è strano che tanti giornalisti e autori drammatici abbiano pensato di sfruttarlo. […] Cos’è, in fondo, un premio in latino o in francese? La dimostrazione che lo studente sa ricavare da un’idea principale un certo numero di idee accessorie, dedurle l’una dall’altra e condurle con ordine, attraverso un percorso ben delineato, verso un obiettivo preciso. Non è una dimostrazione di genialità o di immaginazione, ma di logica, o, se preferite, di buon senso. […] Ecco dunque il premio d’onore di Labiche e Barrière che grida, dopo una rimostranza del padre: “Santo cielo! Non penserà mica che io vada a lavorare!”. In buona fede, la scuola può essere causa di fallimenti di cui però non è direttamente responsabile. Un fannullone si abbandona mollemente alle circostanze della vita; scivola ogni giorno più in basso, e quando è rotolato sul fondo dell’abisso, ripete in tono di malinconico rimprovero: “Eppure ho vinto il premio d’onore!”. Eh, certo, mio caro, l’hai vinto; ma all’epoca facevi dei sacrifici, vivevi in base a una ferrea disciplina, ti sforzavi di tirare fuori da te stesso quello che la natura ti aveva dato. E poi, cos’hai fatto? Ti sei vigliaccamente lasciato andare. Perché rimproverare ai tuoi maestri le qualità che hanno ricompensato in te e di cui non ti vuoi più servire? Non è stata l’istruzione a ridurti nel tuo stato attuale, ma ci sei arrivato malgrado essa, quindi la tua caduta è solo colpa tua.

Mi infastidisce molto che persone di spirito sfruttino queste casualità come se fossero responsabilità della scuola. La scuola non forma né grandi geni, né saltimbanchi, né falliti. La sua missione è fornire alle diverse professioni uomini di intelligenza media in grado di apportare, nell’esercizio del loro mestiere e nella pratica della vita ordinaria, quell’insieme di qualità serie che vengono catalogate sotto il nome di buon senso. […] Ragion per cui, le risate di Labiche e Barrière mi hanno lasciato freddo. I due autori hanno esaurito in fretta le classiche battute e, dopo due o tre scene, si sono ritrovati privi di argomenti. Sono stati costretti a cambiare tematica e così gli ultimi due atti non hanno alcun collegamento o rapporto con l’inizio della pièce e vedono anche l’introduzione di nuovi personaggi. […] Dov’è finito il tempo in cui Labiche riusciva a ricavare, da argomenti del genere, un gradevole atto unico, vivacemente costruito, spiritoso e leggero? Adesso gli servono quattro atti, a volte addirittura cinque. Tutta colpa di questa mania che hanno gli autori di occupare da soli l’intero cartellone! Quanti capolavori ci è costata!

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Io (Moi): Eugène Labiche alla Comédie-Française

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Presse il 04 aprile 1864. L’autore è Paul De Saint-Victor. La traduzione è mia.

Moi (Labiche)Gli autori di tanti piccoli capolavori comici abborracciati in fretta e furia, Eugène Labiche ed Édouard Martin, hanno appena debuttato alla Comédie-Française con una pièce ingegnosa, divertente e ben studiata il cui unico difetto è l’eccessiva timidezza. La commedia, accolta per la prima volta nel Tempio di Molière, ha lo stesso atteggiamento di una donna piccolo-borghese invitata nella dimora di un’anziana aristocratica che vive di rendita: stringe i gomiti, si morde le labbra, trattiene una risata, ha paura di dire e di osare troppo. Lasciatela fare e, in poco tempo, avrà imposto ai nuovi ospiti il suo carattere schietto e il suo buon umore.

Io è l’Egoismo insito in due persone, e rappresentato nei suoi due aspetti: Dutrécy è un anziano la cui personalità chiusa è insensibile agli eventi del mondo esterno. Per lui l’universo non va oltre la punta delle sue unghie e le sue unghie, ovviamente, sono tagliate cortissime; lui è Dutrécy, e tutto ciò che non ruota attorno a Dutrécy gli è estraneo. In mare, ha un nipote di cui gliene importa anche meno di un cinese gettato nelle acque del fiume giallo; sulla terraferma, ha una nipote che fa uscire dal collegio il tempo necessario per trovarle marito, ma che pretende di sposare lui quando si accorge di poterla utilizzare come domestica e dama di compagnia: “Forza, Babet, sii gentile, una tazza di latte di gallina e il mio berretto da notte”.

Babet ha sedici anni e preferirebbe restare zitella che occuparsi del berretto da notte di un cinquantenne assonnato. La ragazza è difesa da un giovane, innamorato di lei, e dal cugino ufficiale di marina che rientra dall’Oceano Pacifico generoso e devoto come un cavaliere di ritorno da una Crociata. Dopo una lotta accanita, la giovane ingenua viene strappata dalle grinfie del vampiro borghese che pensava di rinvigorire gli anni della sua vecchiaia grazie alla sua giovinezza. Dutrécy resta solo con il suo domestico, un uomo originario della Bretagna inferiore, stupido e fedele come il cane di un cieco. L’idiota, smaliziato dall’esempio del suo “buon” padrone, lascia la sua stamberga e lo abbandona a sua volta.

La peculiarità di Dutrécy è l’eccessiva mielosità di cui riveste e cosparge il suo vizio: parla con untuosità, predica la devozione e l’abnegazione; piagnucola e si intenerisce a seconda delle esigenze. È come una lumaca che sbava miele.

Moi (Labiche)È un personaggio quasi comico. Al contrario di De la Porcheraie, che è quasi sinistro. Il primo rappresenta l’io grottesco, ipocrita, risibile; il secondo l’io odioso di cui parla Blaise Pascal, l’egoista dai capelli lisci, l’occhio spento, che porta scritto sulla fronte cinica: “Cos’è che ci accomuna?”. Quest’ultimo si vanta della sua turpitudine; mette in risalto la spaventosa durezza del suo cuore; si inalbera al minimo gesto di simpatia o amicizia: è come un porcospino all’ingrasso. Questo essere indefinibile un tempo è stato comunque sposato: una donna si era legato a questa specie di cadavere ambulante. L’ha lasciato presto, senza tante discussioni, per girare il mondo. Ma dopo dodici anni di “felicissima separazione” – bella definizione davvero! – la signora, stufa del suo girovagare, pretende di tornare sotto il tetto coniugale. E fa il suo ritorno spalleggiata da un commissario di polizia e armata di codice. Potete ben immaginare il furore e le proteste di De la Porcheraie, minacciato nel suo inespugnabile rifugio. L’uomo prende una decisione immediata: meglio il nomadismo alla vita sociale; meglio la strada alla casa. Eccolo dunque tornare vestito da viaggio: foderato, ovattato, imbacuccato, coperto dalla testa ai piedi. Meglio morire di verme solitario nel letto di un albergo, con in sottofondo un piano che suona una polka e circondati da un domestico pronto ad aprirgli la valigia un istante dopo avergli chiuso gli occhi e da un’infermiera pronta a dargli il colpo di grazia se ci dovesse mettere troppo a tirare le cuoia!

Tutto l’interesse della commedia sta appunto in questi due temperamenti, che vengono analizzati sotto ogni punto di vista. I due personaggi generosi, che fungono da contraltare, hanno l’unica funzione di metterli in risalto. La convenzione si insinua in questo contrasto troppo simmetricamente marcato. Nell’intreccio è anche rilevabile qualche peripezia non nuova o un po’ forzata. In compenso, però, lo spirito d’osservazione è spontaneo e schietto! Le battute sono sottili, allegre, caratteristiche, incisive, sembrano restare in superficie e invece vanno a colpire in profondità. Il successo è completo; si sorride sempre e si ride a volte.

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Permettete, Signora! (Permettez, Madame!)

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Temps, 02 marzo 1863. L’autore è Louis Ulbach. La traduzione è mia.

Permettete, Signora! (DVD)Permettete, Signora!… questa è la formula di cortesia con cui il Signor Léon, celibe molto maturo e zio del giovane Henri, contraddice continuamente la Signora Bonacieux, donna estremamente suscettibile e futura suocera ancora più bisbetica. I due personaggi, il Signor Léon e la Signora Bonacieux, devono definire le condizioni di un contratto tra il giovane Henri, nipote dell’anziano, e la Signorina Blanche, figlia dei coniugi Bonacieux.

Inizia una discussione, non riguardo all’ammontare della dote, già stabilito, ma a proposito della spagnoletta di una finestra, e i due anziani si beccano e si graffiano come due galli da combattimento… “Permettete, Signora!”… “Permettete, Signora!”… E patapim e patapam… I due testardi se le danno di santa ragione.

Il fidanzamento è rotto: Henri piange, Blanche sospira. Ahimè! Che disgrazia avere per genitori e per punti di riferimento due teste sempre pronte a esplodere. Il buon Signor Bonacieux, una pasta d’uomo il cui cognome gli calza a pennello, vorrebbe compiere il miracolo per calmare quei due zolfanelli che si accendono per un nonnulla. Tuttavia, egli stesso, a cui capita la sfortuna di rientrare a mezzanotte passata, ha a malapena il coraggio di alzare lo sguardo sulla sua tremenda moglie e rizzare il pelo quando viene minacciato. La felicità del giovane Henri e dell’attraente Blanche non riuscirebbe mai a scaturire dai conflitti dei due terribili cocciuti se non fosse per una bomboniera (perché va detto che la gente dalla saliva amara sta sempre lì a succhiare caramelle), con una miniatura raffigurante il bel Léon negli anni della sua fanciullezza, che determina una scabrosa forma di gratitudine.

A quanto sembra, la terribile Signora Bonacieux non ha passato tutta la vita a fulminare la gente con lo sguardo e non ha sempre avuto i denti simili a zanne sporgenti. Quand’era ancora giovane, e il cuore le cantava nel petto, ha “improvvisato un duetto” con uno stordito degno di lei che, un giorno, è stato sorpreso, all’ora di Romeo, sul balcone della sua Giulietta. La Signora credeva che il bel seduttore fosse morto, per un colpo di fucile che lo aveva spedito all’altro mondo; ma il barbaro padre, che aveva sollevato il dito dal grilletto dell’arma assassina, aveva caricato il fucile a sale anziché a piombo: grazie a questa filantropica precauzione, e grazie al bersaglio scelto dalla vendetta paterna, il seduttore se l’era cavata con una salatura forzata e con il divieto assoluto di montare in sella per un po’ di tempo.

La Signora Bonacieux riconosce con difficoltà (nel vero senso della parola) il suo ex spasimante nel suo feroce avversario. Ma come si fa a serbargli rancore? Anche il cuore più duro ha le sue debolezze. La donna si intenerisce, e si commuove:
“Cosa! Siete voi l’uomo che ho tanto amato?”.
“Cosa! Siete voi la donna per cui ero pronto a morire?”.
“Ah! Che peccato ritrovarsi in simili circostanze!”.
“Al contrario, è una gioia!”.
“In effetti, se ci fossimo sposati, chissà quante litigate avremmo fatto!”.
“Già! Ma poiché la Provvidenza ci ha risparmiato una convivenza forzata, ora potremo essere ottimi vecchi amici!”.

Permettete, Signora!La pièce grottesca si conclude quasi su una nota tenera e sentimentale. Kime dà vita e corpo alla maschera dell’anziano Léon; purtroppo, l’attore soddisfa determinate esigenze di gusto senza mai suscitare una risata sincera; è un altro di quei comici impegnati di cui ho parlato spesso. Mélanie, al contrario, fa ridere quando fa paura; è un’attrice dal talento completo.

Blaisot fa del suo meglio per evitare che si percepisca l’assenza di Geoffroy in un ruolo che gli sarebbe calzato a pennello; ma lo sforzo di Blaisot risulta fin troppo evidente nella sua bonomia; esagera invece di andare alla carica e questo è un difetto a cui non c’è rimedio.

La pièce è stata un successo sia di critica che di pubblico. Certo, si basa su un’idea non nuova che non prevede nessun grande colpo di scena, ma possiede quell’allegria e quel facile buonumore di cui Labiche serba il segreto, in quest’occasione condiviso con Delacour.

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L’allegria vertiginosa delle farse di Labiche

Il presente articolo è tratto da Radiocorriere TV, 18-24 agosto 1963, p. 15. L’autore è Carlo Maria Pensa.

La crisi della Comédie-Française

Di crisi, la gloriosa storia della Comédie-Française è piena: d’ogni genere e d’ogni grado. Ma è strano che una delle più clamorose se non, come qualcuno ha detto, la più grave, si sia accesa, tre o quattro anni fa, attorno al nome di un autore che aveva speso tutta la sua vita, dal 1815 al 1888, per spandere attorno a sé, col suo carattere e con le sue opere, soltanto allegria e serenità. Era Eugène Labiche; e se ne dovette discutere persino in Parlamento dove il Ministro della Cultura, André Malraux, cercò di difendere il governo accusato d’aver proibito le rappresentazioni, nell’austera Casa di Molière, d’una commedia del famoso scrittore a vantaggio di illustri ma barbose tragedie destinate a lasciar vuote di denaro le casse e di spettatori le poltrone del grande teatro.

“Il governo non ha niente contro Labiche!”, proclamò Malraux; “tant’è vero che il nostro primo ministro (che allora era Michel Debré) è il presidente dell’Associazione Amici di Labiche”. Le assicurazioni di Sua Eccellenza non valsero, comunque, a calmare le acque; la Francia è un paese di raffinata civiltà teatrale e perciò la polemica si trascinò per mesi con l’intervento dei più autorevoli esponenti della cultura e col risultato che Eugène Labiche, a oltre settant’anni dalla morte, vinse la sua ennesima battaglia.

Théâtre des Bouffes-Parisiens

Théâtre des Bouffes-Parisiens

L’opinione di Philippe Soupault

Il poeta Philippe Soupault, uno dei fondatori del movimento surrealista, che durante la seconda guerra mondiale, imprigionato a Tunisi dal governo di Vichy, aveva approfondito i suoi lunghi studi su Labiche rileggendone (grazie all’autorizzazione concessagli dal giudice istruttore del tribunale militare, “uno dei più perfetti imbecilli che io abbia conosciuto”) il teatro completo, saltò su a dire senza mezzi termini: “Labiche è, con Alfred De Musset, il più grande autore drammatico del XIX secolo e, dopo Molière, è il più grande autore comico di Francia”.

È un giudizio categorico, forse troppo; ma non tanto lontano da una valutazione obiettiva, se è vero, come è vero, che le commedie di Labiche, dopo aver incantato il pubblico e sorpreso la critica dell’Ottocento, sono state felicemente depredate per decenni e ancora oggi reggono con grazia e disinvoltura le prove del palcoscenico e del teleschermo. […]

Il metodo di Labiche

Voler cercare un segreto nel modo di lavorare di Labiche sarebbe, più che inutile, assurdo. Il fatto è, a nostro avviso, ch’egli seppe sempre governare con estrema saggezza, sebbene abbia scritto e fatto rappresentare montagne di copioni (lui stesso parla di 170, altri addirittura di 300); fra tante opere, solamente sei o sette ne compose da solo. Per tutte le altre ebbe un collaboratore, da Augier a Martin, da Lefranc a Marc-Michel, da Gondinet a Dumanoir. Ma l’impronta è sua, lo stile, il gusto, il sapor comico sono suoi: inconfondibili.

Saggezza vuol dire organizzazione. A ventisei anni Labiche si sposò sistemando agiatamente la sua posizione economica e cominciando, dopo i felici risultati che già aveva raggiunto, a costruirsi con metodo la fama di cui è tuttora circondato e alla quale, probabilmente, sarebbero bastati titoli come Il Cappello di paglia di Firenze, Il più felice dei tre, La cagnotte oltre al Viaggio del Signor Perrichon. Ai collaboratori chiedeva un’idea, lo stimolo a lavorare e la fiducia nelle sue capacità. Era una ricetta semplice e infallibile.

Oltre tutto, era modesto; possedeva, cioè, una virtù rara: con essa sbalordì e conquistò Parigi e con essa, non appena i favolosi diritti d’autore glielo permisero, si comperò alcune centinaia di ettari di terra in Sologne che trasformò in una zona agricola modello accettando poi la carica di sindaco di Souvigny che tenne, soprattutto durante la guerra del 1870, con profonda dignità e singolare destrezza. Qualche anno dopo l’invasione dei prussiani, scrisse la sua ultima commedia. “È troppo presto, smettere ora, Signor Labiche”, gli dissero. “Uno scrittore di teatro”, rispose, “deve ritirarsi troppo presto per non correre il rischio di ritirarsi troppo tardi”.

La nomina ad accademico arrivò solo nel 1880. Con lui, fu osservato, il più antico genere teatrale francese, la farsa, entrava finalmente nella massima assemblea della cultura, riconosciuto e legittimato. L’abito verde stava bene indosso a Eugène Labiche: era il buon borghese che aveva deliziato la buona borghesia traendo da essa i suoi stessi personaggi: gente guardata con spirito scevro di cattiveria, fanciulle un po’ sciocchine ma sanamente pudiche, madri oculate, padri fieri e un tantino sospettosi, giovani non abbastanza coraggiosi per essere intraprendenti né abbastanza timidi per essere sciocchi. E, dentro alle sue storie, sempre un’invenzione; sempre un meccanismo perfetto; sempre un artificio credibile. Il vaudeville tocca il suo grado più alto; il senso della misura sostituisce l’impegno dell’arte, una gaiezza immediata elimina la volgarità, il ritmo vorticoso non fa rimpiangere l’assenza di un linguaggio preciso, le strofette e i couplets arrivano puntuali al momento giusto.

Théâtre de la Renaissance

Théâtre de la Renaissance

Il vaudeville

Il vaudeville è stato rivoluzionato, proclamò Sarcey all’indomani del Cappello di paglia di Firenze; e perché Sarcey, da quel ruvido che era, si lasciasse andare a una simile dichiarazione bisognava proprio che si fosse impressionato. […] Philippe Soupault, nell’infuocata difesa alla quale accennavamo sopra, invitò i francesi a rileggere Labiche poiché “la lettura del suo teatro, come aveva predetto Emile Augier, conferma l’ammirazione da cui si è presi quando si ride assistendo alla rappresentazione di una delle sue commedie”. Anche in Italia, per la verità, una ripresa di Labiche si è tentata, e abbastanza felicemente. Che la televisione, con Il viaggio del Signor Perrichon prima e con I due timidi poi, si inserisca in questa impresa, ci sembra un fatto da non sottovalutare.

Le foto dei teatri sono tratte dal sito: http://www.regietheatrale.com

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