Rue de l’homme-armé 8 bis: il fiasco di Eugène Labiche

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Journal des Débats, 01 ottobre 1849. L’autore è Jules Janin, la traduzione è mia.

Rue de l’hommé-armé 8 bis, commedia-vaudeville in quattro atti di Eugène Labiche e Eugène Nyon.

Rue de l'homme armé 8 bis (Labiche)In questo momento storico anche la parola più innocente può suscitare forti collere visto che il teatro, chissà mai perché, si è trasformato nella succursale dei club e delle sale chiuse. Grazie a Dio io ignoro completamente la struttura di un club, ma immagino che al suo interno si susseguano gli stessi tumulti, scompigli, obiurgazioni e imprecazioni improvvise che si respirano nei nostri teatri politici. La minima allusione, la minima ironia basta a far esplodere una bomba mentre le canzoni del disordine si fanno sentire con le loro arie minacciose e implacabili! Vi basti pensare che al Teatro delle Variétés, che non ha nessuna colpa, un vaudeville pieno di arguzia e di onesta allegria ha rischiato per un attimo di farci sentire le campane dei Vespri Siciliani o della notte di San Bartolomeo! Questo vaudeville, che si portava dietro, sui fianchi semiscoperti, tante tempeste quante quelle contenute nell’otre di Eolo, ha avuto innanzitutto il grande torto di possedere un titolo sciocco e pretenzioso, Rue de l’homme-armé 8 bis, quando avrebbe dovuto intitolarsi Les Tribulations du Proprietaire!.

Di solito, quando si possiede una certa arguzia, è importante utilizzarla all’interno della propria opera e non al di fuori di essa. Les Saltimbanques! Les Bonnes d’Enfants! Le Bénéficiaire!, ecco qua degli ottimi titoli che non complicano inutilmente le cose. Questa Rue de l’homme armé, che a quanto sembra era molto conosciuta dagli esperti di barricate, era un enigma non risolvibile per le persone che abitualmente frequentano Rue Saint-Honoré, il Quai Voltaire o i boulevard. Per prima cosa, era dunque necessario attribuire un significato a questo homme armé, e il pubblico ha finito per vederci quello che non c’era: un insulto agli operai. A quel punto sono esplose le urla, le ingiurie, la rabbia, l’indignazione! Al contrario, se la locandina avesse specificato che si trattava di prendersi gioco delle disgrazie di un proprietario, tutti sarebbero rimasti al loro posto e lo spettacolo sarebbe filato liscio fino alla fine.

Del resto, è così bonario quest’uomo che decide di comprarsi una casa – proprio alla vigilia del 24 febbraio 1848 quando Luigi Filippo abdica! –. Appena concluso l’acquisto, l’edificio diventa un corpo di guardia; le pietre del suo cortile vengono sfruttate per la barricata più vicina; i locatari o disdicono il contratto o minacciano il nuovo proprietario di impiccarlo se solo osa inviargli una quietanza; i più assennati gli portano una corona e un cartello con specificato che lui li alloggia gratis. Un altro giorno, il locatario del secondo piano dà un ballo e le ballerine ruzzolano giù dal soffitto sfondato trasformatosi nella voragine di Marco Curzio. Che fare? Riparare il soffitto, certo; ma il nostro povero Chevillard non ha fatto i conti con l’idraulico, il muratore, il carpentiere, il decoratore. Egli aspetta, invano, i comodi di questi signori. E una scena del genere non rappresenta, in fondo, la realtà? Chi di noi non ha aspettato, anche per un nonnulla, per ben più di otto giorni un operaio che non arriva? Ecco dunque la causa scatenante del furore del pubblico. “Se la prendono con gli operai!”, ha urlato qualcuno, come se al giorno d’oggi non ci fosse un continuo prendersela con tutti, come se l’attacchino godesse di maggiori privilegi del segretario di Stato. “Se la prendono con gli operai!”, Mangiar dell’erba altrui…! ma si può dare azione più nefanda? La morte era una pena troppo blanda per espiar sì orribile misfatto (La Fontaine, Gli animali malati di peste).

Labiche teatroE gliel’hanno fatta pagare sì ai due autori, che avevano trovato una commedia divertente e autentica, piena di uno spirito a volte un po’ grossolano ma comunque buono. Il pubblico li ha insultati, fischiati e messi alla gogna; sui più importanti quotidiani parigini, hanno avuto l’onore della prima pagina con un titolo sfavillante rosso ardente. Ancora adesso, i due malcapitati, quando confrontano la bontà della loro versione con la traduzione violenta che il pubblico ne ha fatto, o quando pensano che mille trombe di bronzo hanno suonato la loro ouverture concepita per due flautini, si chiedono se per caso sono finiti in balia di qualche brutto sogno, se la sera prima non si sono forse rimpinzati di vitello al sangue, se magari si sono addormentati presso qualche locale notturno per poi risvegliarsi alla scuola dell’abate Châtel.

In questa Rue de l’homme-armé, Leclère è semplicemente magnifico. Pronuncia molto bene la battuta: “Nella mia casa manca un portiere” e mette in scena il ruolo di un proprietario sventurato con grande bonomia e con tutta quella speranza che uno porta con sé negli abissi di un paradiso collerico!

N.d.T.: A causa delle proteste del pubblico il Teatro delle Variétés fu costretto a interrompere le repliche di Rue de l’homme-armé dopo 14 rappresentazioni.

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I trentasette soldi del Signor Montaudoin (Les 37 sous de Monsieur Montaudoin)

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Temps del 05 gennaio 1863. L’autore è Louis Ulbac. La traduzione è mia.

Alphonse Jolly e Eugène Labiche (caricatura di Lhéritier)

Alphonse Jolly e Eugène Labiche (caricatura di Lhéritier)

Il Palais-Royal si è preso la sua rivincita su una rivista non proprio soddisfacente con il divertente vaudeville I trentasette soldi del Signor Montaudoin, un successo assicurato in anticipo dal fatto che gli autori sono Labiche e Martin. La pièce ha rallegrato il pubblico, rattristato dalla rivista precedente, e l’attore Geoffroy, alla sua seconda esperienza sul palcoscenico del Palais-Royal, ha conosciuto un nuovo trionfale successo.

Un tempo, il Signor Montaudoin era il migliore degli uomini, nonché il più gioviale; poi, all’improvviso, si è trasformato in un uomo cupo e taciturno e in un marito e padrone estremamente sospettoso, in pratica: un tiranno. Montaudoin ha un segreto, che tiene celato da ben vent’anni e che lo sta a poco a poco consumando. Ogni giorno, dopo la nascita della figlia che all’inizio della pièce sta per contrarre matrimonio, qualcuno lo deruba: trentasette soldi, né uno di più né uno di meno, da vent’anni. Perché una cifra così bizzarra e cabalistica? Perché proprio trentasette soldi e non due franchi? Cosa si nasconde dietro un simile mistero? Il pubblico lo scoprirà dalla Signora Montaudoin, moglie impeccabile. È lei la responsabile del furto, e lo fa per mettere da parte una dote per la figlia. In questo modo, il giorno della firma del contratto di matrimonio, potrà orgogliosamente aggiungere 13.505 franchi agli 80.000 tanto promessi e sbandierati dallo stesso Montaudoin.

A questo punto, però, subentra una difficoltà. Come confessare al marito, all’oscuro di tutto, il furto da lei commesso per vent’anni? Chi potrebbe consegnare i 13.505 franchi? La brava madre si rivolge a un amico, Pénuri, arrivato espressamente da Arpajon per consegnare alla futura sposa dodici portatovaglioli ad anello e un distico. La donna lo supplica di farsi carico di un simile atto di generosità e l’uomo si lascia convincere. Tuttavia, l’elargizione in denaro di Pénuri, noto per la sua avarizia, incrementa i sospetti di Montaudoin e lo mette di malumore. Se Pénuri si permette di versare una dote per sua figlia, significa che ne è il vero padre e che Montaudoin, oltre a essere vittima di furto, è anche cornuto.

La tematica è la stessa del dramma in cinque atti Misanthropie et Repentir di Kotzebue, ma viene trattata con allegria: Montaudoin interrompe continuamente la firma del contratto in base ai suoi scatti d’umore; il notaio va e viene dalla sala della cerimonia; Pénuri resta basito di fronte a situazioni che non capisce. Tutto questo costituisce la base della comicità.

Eugène Labiche è un autore molto spiritoso e dall’incredibile talento immaginativo, ma è anche molto bravo nello sfruttare i procedimenti da lui stesso inventati. Il corteo nuziale che si sposta in continuazione è una fonte inesauribile di quiproquo e di grasse risate. Si era già visto in Un cappello di paglia di Firenze, ma anche in questa circostanza si rivela indispensabile; il che ci induce ad affermare che questo “benedetto” corteo lo rivedremo ancora.

Edouard Martin (caricatura di Lhéritier)

Edouard Martin (caricatura di Lhéritier)

Geoffroy, nella parte di Montaudoin, fa del suo meglio per risultare piacevole e divertente ma, cosa strana eppure facile da prevedere, questo eccellente attore e comico, così estroverso sul palcoscenico del Teatro del Gymnase, fa fatica a suscitare la stessa ilarità di Gil-Perez, Lassouche e Hyacinthe. Il teatro del Palais-Royal, votato quasi esclusivamente al grottesco, sembra aver messo in difficoltà questo artista, che conosce bene il suo mestiere anche in tutti gli aspetti più nascosti, facendolo risultare meno comico delle sue spalle. È tutta una questione di prospettiva, ma è anche una lezione per chi abbandona l’ambizione del successo artistico per quella del successo patrimoniale.

Detto questo, non ci sono dubbi che I trentasette soldi del Signor Montaudoin farà incassare soldi a palate ai suoi autori.

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La dama col cagnolino (La dame au petit chien)

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Siècle il 16 febbraio 1863. L’autore è E.-D. De Biéville. La traduzione è mia.

Quadro di Madeleine Lemaire

Quadro di Madeleine Lemaire

Il Palais-Royal allestisce una nuova farsa in un atto di Labiche e Dumoustier, La dama col cagnolino.

Un capitalista, Monsieur Defontenage, insegue un giovane pittore a causa di una cambiale da diecimila franchi che questi non ha pagato il giorno della scadenza. L’artista insolvente, Eugène Roquefavour, si presenta a casa del creditore e gli dimostra la sua buona fede offrendosi, prima del pignoramento, di far trasportare in loco i suoi mobili ed effetti personali per lasciarglieli in pegno. Gli consegna perfino il letto e la sua biancheria che la legge gli consentirebbe comunque di tenere. Tutto ciò che chiede in cambio è il permesso di recarsi, di tanto in tanto, a casa di Defontenage per cambiarsi d’abito e dormire.

Defontenage, che è di una stupidità senza pari, accetta, malgrado egli abbia anche una moglie. Solo per far trasportare a casa sua i mobili di Roquefavour, è costretto a sborsare una somma corrispondente a tre volte la cambiale del suo debitore, ma se ne preoccupa poco perché c’è sempre il pegno. Roquefaveur, tuttavia, si installa in casa sua, si fa servire dai suoi domestici e si permette di corteggiare sua moglie, una donna molto bella con la quale aveva scambiato alcune parole alle Tuileries perché aveva inavvertitamente calpestato il suo cagnolino.

Defontenage inizia a pentirsi della sua scelta, e cerca di rispedire il debitore a casa sua. La moglie, però, che considera il pittore una persona gentilissima, racconta al marito che l’uomo è lo sconosciuto che l’ha coraggiosamente salvata dai flutti l’estate prima a Le Havre. Grazie a questa astuta bugia, Roquefaveur resta a casa di Defontenage a fare da terzo incomodo.

Viene da chiedersi perché la censura abbia autorizzato La dama col cagnolino e invece vietato I diavoli neri di Victorien Sardou. Forse perché La dama col cagnolino parla di una donna sposata che tradisce il marito piazzandogli in casa l’amante, mentre nei Diavoli neri si narra della passione di una vedova? Qualunque sia la ragione, non lamentiamoci dell’indulgenza. L’implausibilità e la buffoneria della pièce fanno sì che il pubblico la interpreti come una storiella divertente senza alcuna conseguenza.

Lhéritier e Priston sono molto gradevoli nei ruoli di Defontenage e Roquefaveur. La signorina Théric, invece, è una gran bella dama col cagnolino.

La dama col cagnolino (foto di Arthur Pequin)

La dama col cagnolino (foto di Arthur Pequin)

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Il gruzzolo (La cagnotte)

Il presente articolo è tratto da Impressions de théâtre, 9ème série (1888-1898), pagg. 57-61. L’autore è Jules Lemaître. La traduzione è mia.

Il testo è il resoconto della conferenza tenuta da Francisque Sarcey su Il gruzzolo di Labiche.

Il gruzzolo (La cagnotte)Ero in ritardo di alcuni minuti. Quando entrai in sala, LUI (Francisque Sarcey) stava dicendo: «…Durante la prova generale, Dormeuil rimase sconvolto e sostenne che era una colossale idiozia. L’autore a quel punto rispose che poteva anche darsi ma lo avremmo scoperto solo in seguito. Il giorno della prima, Dormeuil, completamente disgustato, partì per la campagna promettendo di rientrare solo dopo l’ultima replica. Fu costretto a tornare prima del previsto perché la pièce fu rappresentata per trecento sere di fila.

L’opera teatrale in questione era Un cappello di paglia di Firenze.

Il pubblico si era subito accorto di aver trovato esattamente quello che cercava. Cosa c’era dunque di nuovo in questo capolavoro? Semplice. Immagino già sappiate come si svolge la trama. Un uomo, seguito da un corteo nuziale, insegue un cappello di paglia per cinque atti e lo trova solo alla fine del quinto. Scommetto di indovinare quello che state pensando: non lo si può certo definire un miracolo dell’ingegno umano. Vero. Ma nessuno aveva mai portato a teatro una storia del genere. L’idea di questa caccia disperata, bisognava pur averla; e Labiche era stato il primo.

No, mi sto sbagliando. Un abbozzo dell’idea era già presente in Molière, perché tutto è in Molière. Sembra di vedere il suo Signor de Pourceaugnac inseguito da quei buffoni che lo prendono di mira, scomparire dietro una porta, poi ricomparire da un’altra, sempre minacciato da quei faceti importuni finché non si vede costretto a lanciarsi nella buca del suggeritore…

Ma se quest’idea è in Molière, è perché era già presente nella commedia italiana; e se era già presente nella commedia italiana, è perché era presente in natura. Un ragazzino lega una casseruola alla coda di un cane; il cane fugge terrorizzato; tutti i monelli del paese si lanciano al suo inseguimento; gli uomini si mettono in mezzo; le comari, attratte dal baccano, escono dalle case; il flusso le trascina e le fa rotolare finché non cadono a gambe all’aria; tutti ridono, gridano, si spingono, si scambiano delle battute e si prendono a pacche sulle spalle, e il paese intero finisce coinvolto in una corsa disordinata, una ressa gioviale: tumultus gallicus.

Ecco qua, in sintesi, lo schema di Un cappello di paglia di Firenze. Quello che Labiche ha introdotto di diverso, è uno stampo nuovo. Una volta trovato questo stampo, ci si può versare dentro qualsiasi cosa: cinque o seicento vaudeville.

Un commerciante del Marais nota la bellezza di una delle sue operaie e le dà appuntamento in una balera per i successivi sviluppi. Però, per un gioco del caso, i commessi e le commesse del negozio – e se volete anche la padrona stessa – finiscono per trovarsi in quella balera nello stesso momento del padrone. Sapete, no, di cosa parlo? L’avrete visto un migliaio di volte. In fondo, si tratta sempre di fughe e inseguimenti incrociati, esattamente come nei Domino rosa di Delacour e Hennequin, nel Signore va a caccia e nell’Albergo del Libero Scambio di Feydeau, e così via…

Tredici anni dopo, Labiche, con Il gruzzolo, inaugura un secondo stampo. È sempre lo stesso di Un cappello di paglia di Firenze ma con qualcosa in più. Cosa esattamente?

Il gruzzolo (La cagnotte)Il gruzzolo è sempre Il cappello, ma è Il cappello dopo La signora delle camelie di Dumas, dopo Madame Bovary di Flaubert, dopo gli studi di critica sperimentale di Hippolyte Taine. Proprio così!

Sapete bene che la grande originalità della Signora delle camelie consiste nel mostrarci, sul palcoscenico, persone che, mentre si dipana l’azione principale, compiono una serie di piccoli gesti quotidiani e conversano, la maggior parte delle volte, in un vero linguaggio parlato, mettendo in contatto il pubblico con un mondo più reale e più autentico. Ricordo che, ogni qualvolta si parlava della Signora delle camelie con Théodore Barrière, o piuttosto ogni qualvolta ve ne parlava lui (perché ritornava continuamente sull’argomento), gridava che Dumas gli aveva rubato l’opera, che Margherita era Mimì di La Vie de Bohème, che Armando era Marcel, che il padre Duval era lo zio Durantin. Dimenticava che il nuovo e notevole merito della pièce di Dumas non consisteva nella storia, ma nel tono, l’accento, il gesto, e, se posso permettermi, nell’atmosfera in cui è immersa l’azione. Si sente di vivere qualcosa di autentico.

Ebbene, un po’ di questa autenticità è penetrata anche nel vaudeville Il gruzzolo. I personaggi del Cappello erano ancora solo e soltanto dei fantocci. Ma l’intero primo atto del Gruzzolo potrebbe benissimo essere quello di una commedia di costume. Il gruzzolo è pur sempre il Cappello, ma venato di realtà. Il gruzzolo è La signora delle camelie del vaudeville».

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La caccia ai corvi (La chasse aux corbeaux)

Il presente articolo è tratto da RadiocorriereTV n. 38, 1962, pagg. 40-41. L’autore è Vincenzo Ceppellini.

La caccia ai corvi (La chasse aux corbeaux)L’adulatore vive a spese dell’adulato: questa è la notissima morale della favola di La Fontaine, ove si narra di un corvo appollaiato sui rami di un albero, con un pezzo di cacio in bocca, e di una astuta volpe che, provocando la vanesia ambizione canora dell’uccello, riesce a impossessarsi di quel cibo. Ma fino a che punto è vera l’affermazione che quella dell’adulatore è una professione redditizia?

Eugène Labiche, il fecondo autore del teatro comico francese, autore di quel divertente e sempre fresco Cappello di paglia di Firenze, cui è legata maggiormente la sua fama, insieme ad un centinaio di commedie leggere, spesso accompagnate da allegre strofette (il vaudeville), deve essersi posto il quesito conversando con Marc Michel, una sera qualsiasi intorno al 1850. Labiche scriveva sempre in collaborazione: l’interlocutore gli offriva generalmente l’idea, poi la fantasia teatrale di Labiche si sfrenava ad inventar trovate e battute, per un inesauribile sviluppo di trame divertenti. Anche il tema dell’adulazione redditizia offrì lo spunto a tre atti brillantissimi, arguti, ironici, pungenti, La caccia ai corvi, tradotti e adattati ora per la TV da Alessandro De Stefani. Caccia ai corvi ovverosia a chi è disposto a pagare per essere adulato.

Trama della pièce

Alberto Criqueville, il protagonista, è un giovane di ventisei anni rovinato da un nobile vizio: la poesia. Per procurare lodi ai suoi versi, per sentirsi applaudire, ha profuso un patrimonio in feste e ricevimenti, popolati naturalmente da volpi abili nel farsi cadere il cacio sui piedi con qualche opportuno incensamento. Gli sono rimaste solo le azioni di un giornalucolo, Il Faro acceso, acquistate in un’ora di euforia.

Il giornale ha però solo un lettore: un deputato, che è anche il sovvenzionatore, perché il foglio pubblica ripetutamente un suo discorso mai pronunciato alla Camera. D’altro canto, non è questo il momento per Alberto di essere senza soldi: è innamorato di Clotilde e vuole sposarla, ma la ragazza è figlia di un generale, a rivelare il carattere del quale basterà dire che conta uno per uno i 3500 passi della igienica passeggiata quotidiana. Non c’è da sperare che rinunci a contare, uno per uno, i centomila franchi che pretende dal futuro genero. Disperato, il poeta si dirige alla Senna per un tuffo nell’acqua gelata. Sul Lungosenna Labiche gli fa incontrare il padre di Clotilde, che concede due mesi di tempo perché Alberto trovi un posto e il capitale, e un lustrascarpe, Antonio, che ha la buona idea, all’ultimo momento, di leggere ad alta voce la favola di La Fontaine.

La volpe e il corvo

Criqueville si illumina e rimanda il suicidio: si è rovinato per farsi adulare, ora vivrà invece coi profitti dell’adulazione. I quali, all’inizio, non mancano: il sarto Pagevin concede credito in cambio della promessa di una onorificenza brasiliana; il finanziere Montdouillard offre amicizia, inviti e favori per il piacere di sentirsi magnificare i suoi innumerevoli gilet e per sentir celebrare la sua abilità di seduttore; l’alto funzionario Flavigny sembra lasciarsi sedurre dalle lodi sperticate per una sua relazione, giudicata da altri sgrammaticata e caotica. Alberto vive per qualche tempo, insieme con Antonio divenuto suo maggiordomo, sul guadagno procurato da superlativi spesi con liberalità, da complimenti cesellati con astuzia, da malignità sussurrate contro i rivali dei suoi soggetti. L’adulazione è, a suo modo, un’arte, che richiede tutto, intuizione, prontezza, mobilità di spirito, intraprendenza: Alberto ha queste doti e può perciò vestirsi, mangiare, divertirsi, frequentare gente importante. Ma non ha ancora il capitale e il posto, né riesce a procurarseli con l’adulazione, sia pur spregiudicata. Gli adulati spendono solo gli spiccioli per l’ambizione; i biglietti di grosso taglio li riservano per chi può loro servire o per chi può nuocere.

Alberto impara la lezione, si ricorda del giornaletto di cui è comproprietario, si improvvisa giornalista e persegue i suoi scopi, non più adulando, ma mordendo, con minacce e ricatti. Labiche corregge e aggiorna La Fontaine: l’adulazione, da sola, non dà da vivere.

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Un passo nel crimine (Un pied dans le crime)

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Temps del 03 settembre 1866. L’autore è Louis Ulbach. La traduzione è mia.

Un pied dans le crime Quando si compie un solo Passo nel crimine, è sempre possibile uscirne. È così che inizia a compiersi il destino di un versaiolo; è la situazione in cui si viene a trovare l’eroe della nuova pièce di Labiche e Choler.

Sono sicuro che Gatinais crede alla tragedia, e anche allo sciovinismo militare ed esclusivo. È talmente orgoglioso del suo ruolo di giurato da provare un orgoglio altrettanto smisurato per il suo essere francese.

L’idea di una commedia che studia le pretese e le manie di un borghese che il destino ha elevato all’imponente funzione di giurato è nuova e intrigante. Bisogna ammetterlo, la maestosità del suffragio universale, alla pari di quella regale, non deve essere esente da analisi e scetticismi. L’umanità è sempre e ovunque un fecondo soggetto di caricatura. Gatinais, che sogna gli onori della Corte d’Assise, le delizie delle porte chiuse, che studia diritto per svolgere con maggiore coscienza la sua funzione di giurato, non è forse un eccellente soggetto? Alla solennità della situazione aggiungeteci un’imprudenza da lui commessa che lo costringe a comparire presso la Corte anche in qualità di imputato, proprio nello stesso giorno in cui è chiamato a esercitare il suo ruolo di giurato, e otterrete una serie di effetti estremamente comici. Da una parte c’è Gatinais, consapevole che l’uomo che sta per comparire al suo cospetto è innocente, in quanto accusato del crimine da lui commesso; e dall’altra c’è sempre Gatinais, che cerca di far evadere l’innocente in quanto sa benissimo che il suo verdetto non può salvarlo. La lotta che si consuma in questo contesto è reale, e ben più imbarazzante di quella del novello Cid contro la novella Chimène.

Geoffroy

Geoffroy visto da Lhéritier

Non è difficile intuire che cosa è riuscito a tirare fuori da una simile tematica l’arguto spirito di osservazione di Labiche. Tuttavia, devo confessare che dal mio punto di vista questa commedia non riuscirà a ottenere, o a superare, il successo del Gruzzolo, della Stazione Champbaudet, dei Trentasette soldi del Signor Montaudoin, e di tante altre opere buffonesche firmate Labiche. Mi sembra, anzi, che Geoffroy mancasse della sua solita verve e non tratteggiasse il personaggio nel modo giusto. Sta di fatto che con dei simili artisti, la rivincita, se di rivincita si può parlare, sarà facile facile.

Alcuni miei conoscenti hanno espresso notevole stupore nel vedere sul palcoscenico la caricatura di un giurato. E cosa c’è da stupirsi? Un giurato non è un funzionario scelto, nominato dall’autorità, che la censura ha il compito specifico di proteggere. Il suo ruolo è occasionale, non è tenuto a dimostrarsi integerrimo quanto un giudice. Ah! Se si trattasse di un funzionario con tanto di salario, il discorso cambierebbe! Ma un cittadino libero e probo, che giura solo di rispettare la verità e di ascoltare la sua coscienza, può benissimo essere oggetto di scherno senza che la censura senta l’esigenza di intervenire. In compenso, è impossibile introdurre nelle pièces ad argomento giudiziario un personaggio che assomigli anche solo lontanamente a un sostituto procuratore imperiale. Nel testo di Labiche e Choler, infatti, è un procuratore dilettante a condurre le indagini. Come mai una simile distinzione quando si tratta di satira? Perché l’edificio sociale dovrebbe uscire più scosso se a essere oggetto di scherno è un funzionario anziché un giurato? È forse il salario a determinare l’inviolabilità della persona? Sono tutte domande a cui non mi aspetto di ricevere risposta, e che avrò ancora modo di porre in futuro.

Un pied dans le crime, introduzione del regista Jean Louis Benoit:

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Eugène Labiche a Broadway (e con Orson Welles)

Testi di Eugène Labiche rappresentati a Broadway:

1) Cousin Billy (da Il viaggio del Signor Perrichon). Adattamento di Clyde Fitch. Regia di Clyde Fitch. Numero di rappresentazioni: 76. Da gennaio 1905 a marzo 1905 al Criterion Theatre.

2) Dear Old Charlie (da L’amatissimo Célimare). Adattamento di Charles H. Brookfield. Regia di Charles H. Brookfield. Numero di rappresentazioni: 32. Da aprile 1912 a maggio 1912 al Maxine Elliott’s Theatre.

3) The Straw Hat (da Un cappello di paglia di Firenze). Adattamento di Paul Tulane e Agnes Hamilton Jones. Regia di Richard Boleslavsky. Numero di rappresentazioni: 57. Da ottobre 1926 a novembre 1926 all’American Laboratory.

4) Horse Eats Hat (da Un cappello di paglia di Firenze). Adattamento di Orson Welles ed Edwin Denby. Regia di Orson Welles. Numero di rappresentazioni: 61. Da settembre 1936 a dicembre 1936 al Maxine Elliott’s Theatre.

Horse Eats Hat di Orson Welles

Horse Eats Hat di Orson Welles

Critica all’adattamento di Orson Welles:

Ribattezzato Horse Eats Hat, questo adattamento dell’opera di Eugène Labiche a cura di Orson Welles ed Edwin Denby si distingue per il suo eccesso visto che, come sostenuto da un critico presente alla prima rappresentazione, i due adattatori erano più interessati al bestiame e ai cappelli da donna che ai personaggi di Labiche. Infatti, è stato inserito un prologo in cui si vede proprio il cavallo mangiare il cappello. Nessuno sembra chiedersi perché il personaggio di Fadinard – ribattezzato Freddy per l’occasione e interpretato dal giovane Joseph Cotten – guidi un calesse trainato da cavalli mentre l’intero corteo nuziale scorrazza in automobile. La pièce è trasposta nella Parigi del 1908 e include un fondale parigino con tanto di prominente Tour Eiffel.
La scena più folle avviene alla fine dell’atto terzo, quando Freddy, con il cappello in bocca, è inseguito dall’intero corteo e dagli invitati della Contessa: salta dal divano al tavolo al pianoforte per poi tentare di aggrapparsi al lampadario che sale fino a sparire dalla vista. Nello stesso istante, una fontana, collocata giusto sotto, si mette a zampillare in direzione dei pantaloni di Freddy mentre quest’ultimo spruzza soda sui suoi inseguitori. La scenografia inizia a ondeggiare, poi crolla e lascia spazio a un fondale notturno parigino che scende dall’alto di getto.
L’implausibile spettacolo dell’atto terzo, il cui rapporto con il testo di Labiche è molto debole, dimostra la surrealistica interpretazione slapstick che Orson Welles ha conferito al suo Horse Eats Hat. La pièce è stata definita demenziale e un senatore l’ha addirittura bollata come “un’oscena stupidaggine”. Metà del pubblico l’ha apprezzata – uno spettatore l’ha vista ben ventiquattro volte – e l’altra metà ne è rimasta indignata. […] Sta di fatto che la produzione di Welles ha contribuito poco alla reputazione di Labiche sia in qualità di realista che di vaudevillista.
(Leonard C. Pronko, Eugène Labiche and Georges Feydeau, The MacMillan Press Ltd., Londra 1982, pp. 90-91. Traduzione mia)

Horse Eats Hat di Orson Welles

Horse Eats Hat di Orson Welles

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