Eugène Labiche a Broadway (e con Orson Welles)

Testi di Eugène Labiche rappresentati a Broadway:

1) Cousin Billy (da Il viaggio del Signor Perrichon). Adattamento di Clyde Fitch. Regia di Clyde Fitch. Numero di rappresentazioni: 76. Da gennaio 1905 a marzo 1905 al Criterion Theatre.

2) Dear Old Charlie (da L’amatissimo Célimare). Adattamento di Charles H. Brookfield. Regia di Charles H. Brookfield. Numero di rappresentazioni: 32. Da aprile 1912 a maggio 1912 al Maxine Elliott’s Theatre.

3) The Straw Hat (da Un cappello di paglia di Firenze). Adattamento di Paul Tulane e Agnes Hamilton Jones. Regia di Richard Boleslavsky. Numero di rappresentazioni: 57. Da ottobre 1926 a novembre 1926 all’American Laboratory.

4) Horse Eats Hat (da Un cappello di paglia di Firenze). Adattamento di Orson Welles ed Edwin Denby. Regia di Orson Welles. Numero di rappresentazioni: 61. Da settembre 1936 a dicembre 1936 al Maxine Elliott’s Theatre.

Horse Eats Hat di Orson Welles

Horse Eats Hat di Orson Welles

Critica all’adattamento di Orson Welles:

Ribattezzato Horse Eats Hat, questo adattamento dell’opera di Eugène Labiche a cura di Orson Welles ed Edwin Denby si distingue per il suo eccesso visto che, come sostenuto da un critico presente alla prima rappresentazione, i due adattatori erano più interessati al bestiame e ai cappelli da donna che ai personaggi di Labiche. Infatti, è stato inserito un prologo in cui si vede proprio il cavallo mangiare il cappello. Nessuno sembra chiedersi perché il personaggio di Fadinard – ribattezzato Freddy per l’occasione e interpretato dal giovane Joseph Cotten – guidi un calesse trainato da cavalli mentre l’intero corteo nuziale scorrazza in automobile. La pièce è trasposta nella Parigi del 1908 e include un fondale parigino con tanto di prominente Tour Eiffel.
La scena più folle avviene alla fine dell’atto terzo, quando Freddy, con il cappello in bocca, è inseguito dall’intero corteo e dagli invitati della Contessa: salta dal divano al tavolo al pianoforte per poi tentare di aggrapparsi al lampadario che sale fino a sparire dalla vista. Nello stesso istante, una fontana, collocata giusto sotto, si mette a zampillare in direzione dei pantaloni di Freddy mentre quest’ultimo spruzza soda sui suoi inseguitori. La scenografia inizia a ondeggiare, poi crolla e lascia spazio a un fondale notturno parigino che scende dall’alto di getto.
L’implausibile spettacolo dell’atto terzo, il cui rapporto con il testo di Labiche è molto debole, dimostra la surrealistica interpretazione slapstick che Orson Welles ha conferito al suo Horse Eats Hat. La pièce è stata definita demenziale e un senatore l’ha addirittura bollata come “un’oscena stupidaggine”. Metà del pubblico l’ha apprezzata – uno spettatore l’ha vista ben ventiquattro volte – e l’altra metà ne è rimasta indignata. […] Sta di fatto che la produzione di Welles ha contribuito poco alla reputazione di Labiche sia in qualità di realista che di vaudevillista.
(Leonard C. Pronko, Eugène Labiche and Georges Feydeau, The MacMillan Press Ltd., Londra 1982, pp. 90-91. Traduzione mia)

Horse Eats Hat di Orson Welles

Horse Eats Hat di Orson Welles

Annunci
Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

La stazione Champbaudet (La station Champbaudet)

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Temps il 24 marzo 1862. L’autore è Louis Ulbach. La traduzione è mia.

La stazione Champbaudet (Labiche)Se confessassi a Eugène Labiche e Marc Michel di aver iniziato la recensione del loro ultimo vaudeville, rappresentato al Palais-Royal, sul battello a vapore che risale il Reno da Colonia a Magonza, capirebbero quanto sia elevata la stima che nutro nei confronti della vedova Champbaudet e, allo stesso tempo, dimostrerei quanto io sia ligio al dovere nel mio ruolo di critico teatrale; senza contare che avrei una scusa più che valida per il ritardo che ha necessariamente subito la pubblicazione del presente articolo. […]

Champbaudet non è il nome di un paese; è appunto il nome di una vedova – dal suo punto di vista fin troppo vedova – che indossa i più eleganti berretti e assume le pose più seducenti con lo scopo di attirare nella rete Paul Tacarel, seduttore per principio e architetto di professione. Tacarel, bisogna ammetterlo, è innanzitutto un uomo subdolo che si introduce in casa della vedova con il pretesto di sottoporle alcuni progetti di monumenti funebri in onore del defunto marito, ma che in realtà aspetta, durante il noiosissimo tête-à-tête con la vedova, il segnale della di lei vicina. In questo modo, la visita quotidiana di Tacarel alla fin troppo sensibile vedova diventa la stazione Champbaudet. E ogni giorno, il dongiovanni staziona per una mezz’ora buona finché la Signora Garambois, locataria, appunto, del piano superiore, non si mette a suonare al pianoforte la celebre aria Ho dell’ottimo tabacco nella mia tabacchiera!. Questo ritornello è il dolce richiamo dell’amore. Se il marito, Garambois, è in casa, (ahimè, i mariti non sono mica perfetti!) e quindi c’è il rischio che le effusioni dei due amanti vengano scoperte, il pianoforte inizia a suonare Maria, inzuppa il pane! in modo che Tacarel, avvertito della situazione, prolunghi la sua visita in casa della vedova Champbaudet, che finisce per cadere sempre più in errore.

Andate a fidarvi degli uomini in generale, e degli architetti in particolare! Il nostro personaggio, che si presentava sempre con un album di monumenti funebri sottobraccio, che informava la vedova sull’ultima moda in materia di tombe, che voleva farle costruire, per la memoria del defunto marito, uno chalet funebre che più allegro non si può, era solo un subdolo serpente! Dopo aver abbandonato Parigi nelle loro mani, i mostri si credono autorizzati a espropriarti perfino il cuore! E Tacarel si approfitta in modo scandaloso della vedova Champbaudet, come di un terreno libero in cui far stazionare il carro trainato dalle colombe della Signora Garambois.

La stazione Champbaudet (scenografia di Emmanuelle Roy)

La stazione Champbaudet (scenografia di Emmanuelle Roy)

Non solo questo seduttore ha un bel panorama sulla Signora Garambois e una vista aperta pure sulla Signora Champbaudet, ma si permette anche di desiderare un buon matrimonio; e per raggiungere un obiettivo così morale, che tanto bene fa all’immoralità, si fa introdurre in casa del Signor Letrinquier, buon borghese del Marais, che sogna da tanto un genero.

L’atto in cui avviene la presentazione tra i due, ovvero l’ingresso di Tacarel durante un piccolo ricevimento intimo organizzato dai Signori Letrinquier, è il più divertente perché caratterizzato da un maggiore spirito di osservazione.

In questa commedia si ritrovano molti degli effetti che sono stati applauditi al Teatro Gymnase durante l’allestimento della Polvere negli occhi. Nina Letrinquier, agghindata, addobbata e istruita a dovere dal padre, deve dimostrarsi molto colta, agli occhi dell’architetto, al fine di sedurlo; la scena in cui il padre solleva continuamente domande di geografia, storia ecc… è una delle più divertenti. Tacarel non può resistere a una giovane che gli viene presentata come la migliore del collegio, ne è soggiogato! Rappresenta proprio il suo ideale. Tuttavia, nell’istante in cui le sue speranze legittime stanno per essere accolte con favore, un’indiscrezione dei domestici rivela le sue frequenti visite alla vedova Champbaudet. Quest’ultima, sospettata dai coniugi Letrinquier di essere una donna di facili costumi, dovrà contrarre matrimonio prima di Tacarel; solo allora lui, tornato libero e puro dopo l’abbandono di lei, potrà ricevere in cambio la mano di Nina.

La stazione Champbaudet (Labiche)Tacarel non può confessare che per lui la Signora Champbaudet è solo una stazione, altrimenti sarebbe costretto ad ammettere i segnali da musicista da quattro soldi che lanciava alla Signora Garambois; e il crimine Garambois è grave e sospetto almeno quanto il crimine Champbaudet. Decide dunque di trovare marito alla vedova, e di fingere di liberarsi di una catena di cui non ha mai sentito il peso. Ma in quanto a mariti la vedova accetterebbe solo lui e non vuole sentire ragioni; per fortuna, è una donna buona. Dopo aver scoperto di essere stata ingannata, tradita, raggirata e trattata alla stregua di una stazione, ha un moto di ribellione; tuttavia, la debolezza che nutre nei confronti del traditore la induce ad accettare di sposare il Signor Durosoir, un anziano gentiluomo pieno di reumatismi, a cui non aveva mai minimamente pensato. Tacarel, tornato libero, si inginocchia al cospetto dei coniugi Letrinquier e riceve la loro benedizione.

Questa commedia, che ci dà un po’ di tregua dalle solite danze e spettacoli vari, ha ottenuto un buon successo. Dopo tante parate e salamelecchi, ecco finalmente una bella smorfia: è tutto quello che possiamo chiedere, senza essere troppo esigenti, in questo periodo in cui la giovialità francese è in netto calo.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Eugène Labiche, questo sconosciuto

Théâtre de Labiche (I)Eugène Labiche è famoso e sconosciuto al tempo stesso. Ha sostenitori e detrattori, ma non ha certezza. Quest’uomo di spessore amava solo la risata, ma questo non gli ha impedito di vivere la sua esistenza senza scalpore.

Gli sono state attribuite molte intenzioni, ma nessuna di esse è stata accertata: per gli uni, Labiche si accanisce contro la borghesia; per gli altri, dietro i suoi vaudeville si cela la disperazione. A voler dare retta ad alcuni, questo teatro turbinante si convertirebbe ben presto in non so quale oscura macchinazione. Al di sopra di tutto, c’è quest’uomo dai gusti modesti, per il quale l’ordine viene prima di ogni cosa, che coltiva i suoi campi in Sologne: un essere tutto sommato estremamente banale se non fosse che possiede il segreto della comicità […]

Quello che Labiche inserisce nei suoi spettacoli, e mette in risalto, è la borghesia. Meglio ancora: la borghesia francese sotto il Secondo Impero. Lui stesso appartiene a questa classe, anche se ne elenca le ridicolaggini e i difetti. Labiche non nutre il disprezzo di Flaubert. Osserva, ma non giudica. Ritrae una società, ma non la riforma. È un uomo d’ordine che vede un mondo immobile. La sua comicità si fonda sul buonumore. Ma egli ha una vista eccezionale! Il lettore d’oggi, percorrendo questi sentieri, scopre questa specifica classe sociale (e molto meglio che altrove). Labiche ha scritto un testo come La Grammatica ma era fiero di essere sindaco di un villaggio in Sologne, e raccontava ai fratelli Goncourt di essere stato eletto per aver riferito alle autorità del luogo di essere l’unico, nel cantone, a pulirsi il naso con il fazzoletto e non con le dita: in realtà stava solo ridendo di se stesso mantenendosi, tuttavia, perseverante. Fu così che entrò all’Académie-Française senza mai perdere la sua spontaneità.

Théâtre de Labiche (II)Una cosa ancora. Labiche si espone così poco sulla ribalta, si nasconde a tal punto dietro ai caratteri che crea, si trattiene talmente dall’esprimere le sue intenzioni, che noi tutti finiamo per dimenticarlo. Questo teatro ideale, paradossalmente, sembra indicare un’assenza totale dell’autore. Ci si preoccupa solo del teatro, e Labiche passa in secondo piano: il che è una buona cosa, molto rara. Non c’è molto mistero, né ombra, in questa strada, e in questo la modestia trova una sua ragione d’essere. Alla modestia, il successo (le acclamazioni postume) deve tutto.
(frammento tratto dall’introduzione al volume tre dell’opera Théâtre de Labiche a cura di Hubert Juin, Le Livre de Poche, Paris, 1971, pp. 7-9, traduzione mia)

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Le intense passioni del Capitano Tic (Les Vivacités du capitaine Tic)

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Moniteur Universel, 21 marzo 1861. L’autore è Théophile Gautier. La traduzione è mia.

Les vivacités du Capitaine TicLe intense passioni del Capitano Tic, di Eugène Labiche e Édouard Martin, hanno ottenuto un successo coronato da risate spontanee. Il canovaccio della pièce è forse un po’ debole, ma l’arguta facezia dei dettagli lo rende un divertimento estremamente gradevole.

Il capitano Tic, che ha fatto le guerre d’Africa, di Crimea, d’Italia e di Cina, una volta rientrato dal paese dei magots e delle porcellane inizia a provare delle velleità matrimoniali. Simili idee gli sono ispirate dalla vista di una graziosa cugina che egli aveva lasciato, ancora bambina, prima della sua ultima campagna militare e che ora è diventata una giovane donna. Al capitano dispiacerebbe molto che lei sposasse, come sembra essere stato concordato, un tale Signor Maugis, figuro abbastanza losco che non piace poi tanto a Lucile (questo il nome della giovane), così, si mette in fila e, con gran dispiacere del Signor Désambois, viene nominato tutore della ragazza.

Il Signor Désambois protegge Maugis, che appartiene alla sua stessa risma, e nutre profonda avversione per il capitano Tic. Bisogna dire che il capitano, cuore d’oro e testa calda, s’infervora facilmente e si abbandona a intense passioni più facili da accettare all’interno di una pantomima che nel bel mondo. La sua gamba destra tende a sollevarsi con deplorevole disinvoltura. Il braccio è là per rispondere alle impertinenze della gamba. Désambois stesso si trova a sperimentare la cosa dopo una scena in cui, scatenando sapientemente la collera del capitano con allusioni ai cacciatori di dote, ai bevitori di assenzio e ai gradassi, viene preso per il colletto da Tic, rivoltato come un guanto e spedito nel bel mezzo di una contraddanza. Il volto di Désambois, che per definizione del politico Talleyrand è stato un eccellente diplomatico, non tradisce alcuna emozione, ma sotto il panciotto nero l’uomo serba profondo rancore nei confronti del capitano e così lo calunnia agli occhi di Lucile e della madre di lei dicendogli che Tic non ha affatto rinunciato alle sue abitudini da guarnigione cosmopolita. Qualcuno lo ha visto uscire, di buon’ora, accompagnato dal suo servo che reggeva due sciabole sottobraccio: di sicuro si trattava di qualche duello per qualche amante infedele.

Les vivacités du Capitaine TicIn effetti, Tic si è battuto, ma con il suo stesso servo. Quest’ultimo ha commesso un errore durante il servizio e così la terribile gamba destra del capitano, abbandonando la posizione perpendicolare per quella orizzontale, ha malauguratamente incontrato il fondo schiena dell’anziano prode. Tic, pentendosi del suo fervore, ha lealmente offerto al soldato, commosso fino alle lacrime, di “lavare l’onta”, come direbbero gli spagnoli: uno sfregio e una goccia di sangue. La querelle non ha dunque nulla a che vedere con qualche amante infedele, ma tanto basta perché Lucile, mossa dalla gelosia, accetti un bouquet dal Signor Maugis, che ha trovato il modo di rendere i fiori tetri e stupidi. Il capitano Tic vede il bouquet, lo strappa dalle mani di Lucile e lo butta dalla finestra. Désambois trionfa e si sfrega le mani: niente più matrimonio, qualsiasi forma di unione è impossibile con un simile filibustiere. Tic sta per lasciare la dimora della zia per trasferirsi in albergo e il suo servo, passando a prendere i bagagli, racconta il duello con il padrone. Le cose si sistemano: Maugis viene di nuovo allontanato; Désambois, però, affatto disposto a dichiararsi sconfitto, stila un contratto di matrimonio prendendo nei confronti dello sposo delle precauzioni così ingiuriose da indurre la gamba del capitano ad agitarsi nervosamente in modo inquietante. Per fortuna, Tic ha promesso a Lucile di calmarsi non appena sente il suono di un campanello atto a richiamarlo all’ordine. Il capitano si calma e si mette a fare bamboline di carta con impareggiabile sangue freddo, a quel punto è Lucile a infervorarsi e Tic è costretto a suonare a sua volta il campanello. I futuri sposi non hanno nulla da rimproverarsi e, malgrado le loro intense passioni, formeranno una bella coppia.

Félix interpreta bene il ruolo di Horace Tic, e si fa amare, nonostante gli scatti d’ira, per la franchezza, la cordialità e il buonumore. Il ruolo di Lucile, invece, è coperto da una debuttante molto graziosa e intelligente. Un buon acquisto per il Teatro del Vaudeville.

Qui è possibile vedere un estratto della pièce:

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

L’amatissimo Célimare o Célimare il beneamato (Célimare le bien-aimé)

Il presente articolo è tratto da Les Annales du théâtre et de la musique, a cura di Édouard Noël e Edmond Stoullig, 1898, pp. 55-57. La traduzione è mia.

L'amatissimo Célimare (Célimare le bien-aimé)Prima rappresentazione alla Comédie-Française dell’amatissimo Célimare, o Célimare il beneamato, commedia in tre atti di Eugène Labiche e Alfred Delacour. Da dove deriva il soprannome beneamato che Célimare condivide con Luigi XV, di erotica memoria? Non è difficile indovinarlo, Célimare, infatti, ha avuto numerose avventure: è stato un uomo bello, affascinante e donnaiolo – ovvero, ha vissuto a pieno la sua gioventù e poi, molto saggiamente, ha deciso di sposarsi nel momento preciso e psicologico del compimento dei quarant’anni – . Una volta sposato, tuttavia, Célimare fatica non poco a impedire che i pettegolezzi del mondo esterno rivelino alla moglie il suo passato galante. In particolare, Bocardon e Vernouillet – suoi amici che a suo tempo sono stati anche sue vittime – gli stanno dando molto filo da torcere. Lo inseguono fin dentro casa, lo soffocano di sciocche attenzioni e non gli lasciano un attimo di pace. Alla Signora Célimare basta guardare i volti rozzi dei due uomini, e ascoltare i loro stupidi discorsi, per intuire tutta la verità. Da quel momento in poi per il nostro Don Giovanni inizia la punizione; ed egli si ritroverebbe forse a dover pagare i piaceri di un tempo con la sua felicità attuale se non escogitasse uno stratagemma per congedare bruscamente gli indiscreti testimoni delle sue passate conquiste. Lo stratagemma consiste nel fingere di volersi far prestare dai due uomini una stratosferica somma di denaro. Bocardon e Vernouillet ricominciano a correre.

La reputazione dell’amatissimo Célimare resiste da trentacinque anni; è stata una delle migliori commedie del ricco e variegato repertorio del Palais-Royal. Lo scoppio di risa perdura dall’inizio alla fine. Sainte-Beuve amava moltissimo questa commedia e ne parla addirittura nei suoi Nouveaux Lundis (Volume VII, p. 366). La Comédie-Française, dal nostro punto di vista, ha fatto bene a inserire nel suo repertorio un testo così delizioso. L’amatissimo Célimare non è forse il capolavoro di Eugène Labiche? Tra questo testo e Il viaggio del Signor Perrichon la preferenza cade sempre sul primo. L’idea originaria è più forte e più morale. Sotto una facciata di schietta allegria, si nasconde un profondo spirito di osservazione. Per non parlare della fertile immaginazione e delle battute che scaturiscono spontaneamente dai dialoghi!

Jean Béraud Après l'office à l'église de la Sainte-Trinité (1900)

Jean Béraud Après l’office à l’église de la Sainte-Trinité (1900)

Il palcoscenico della Comédie-Française è indubbiamente più grande di quello del Palais-Royal dove, nel febbraio 1863, Célimare fu per la prima volta il più amato dal pubblico; le esigenze letterarie e lo spirito della Casa di Molière, come dicono i politici, si distinguono nettamente dal genere al quale il Palais-Royal limita il suo ideale, ma sta di fatto che nessuno può resistere a Célimare, nemmeno un’istituzione come questa!

Molte battute, che un tempo partivano a razzo dalla bocca degli interpreti, oggi sono come soffocate; bisogna intuirle o conoscerle a memoria. Ad ogni modo, andare a vedere, o rivedere, la pièce sarà un vero piacere, perché rispecchia il Labiche più autentico, l’ottima annata tirata fuori di bell’apposta in modo assolutamente imprevisto; e merita di essere assaporata dai conoscitori.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , | 1 commento

Mamma Sabouleux di Eugène Labiche vista da Théophile Gautier

Il presente articolo è tratto dal quotidiano La Presse del 16 marzo 1852. L’autore è Théophile Gautier. La traduzione è mia.

Mamma Sabouleux

L’attore Grassot, nel ruolo di Mamma Sabouleux, ritratto da Lhéritier

Mamma Sabouleux è una magnifica parata nell’ambito di quel genere immaginario, esorbitante, piramidale e strampalato che ben si adatta al Palais-Royal e alla sua troupe di buffoni; noi tutti amiamo molto queste farse esagerate, di una giovialità dirompente e di una comicità assurda, sogni pantagruelici di teatrini ambulanti, difformi alterazioni di tipi ridicoli tratteggiati al carboncino da caricaturisti dalla mano pesante che, a volte, valgono quanto il celebre pittore Daumier. La commedia del nostro secolo, così spesso richiesta dai critici che non vogliono vederla, ha trovato rifugio proprio in questo tipo di spettacoli. Queste pochade così disprezzate costituiscono un’arte originale, spontanea e profondamente francese. Le atellane interpretate dai buffoni osci, purtroppo andate perdute, di sicuro possedevano la stessa folle licenziosità e la medesima stravagante verità.

Il militare francese oltre a essere un tipo spavaldo è anche un rubacuori. Egli, infatti, seduce tutte le cameriere, rovina la reputazione alle compaesane e fa andare a male il latte delle nutrici. Da che mondo è mondo Marte è sempre stato amico di Venere. Un corazziere ha sedotto, con la lucentezza del suo casco e del suo corsaletto di ferro levigato, la troppo passionale Signora Sabouleux, che di mestiere fa la nutrice. Di conseguenza, la signora ha seguito il soldato semplice abbandonando a casa due lattanti affidati alle cure delle sue mammelle fallaci: la piccola Suzanne, figlia dei coniugi Claquepont, e Toto, frutto anonimo di un non meglio precisato ghiribizzo.
Papà Sabouleux, a cui la fuga della moglie e la perdita contemporanea dei mesi di balia, dello zucchero e del sapone puntualmente pagati dai Claquepont avrebbe creato non pochi disagi, decide, senza conoscere la mitologia, di affidare i due mocciosi a una capra Amaltea che non nutre, nei confronti dell’esercito francese, lo stesso rispetto dimostrato dalla Signora Sabouleux e che fornisce ai bambini una quantità illimitata di latte. Il tempo passa, i bimbi crescono e Papà Sabouleux ne ha fatto due piccoli domestici. Suzanne controlla le pentole sul fuoco e Toto gira per i prati, sorveglia i tacchini e svolge mille altre attività secondarie tipiche della campagna e proporzionate alle sue forze. Un bel giorno, però, i coniugi Claquepont si presentano in paese per riprendere il frutto del loro amore che credono, grazie alle lettere ingannevoli speditegli da Papà Sabouleux, allevato con estrema cura e sollecitudine materna. La notizia del loro arrivo manda l’uomo nel panico totale e lo spinge a vestirsi da donna nel tentativo di impersonare la nutrice scomparsa. I Claquepont trovano così, al posto dell’angioletto biondo e fresco annunciatogli nelle lettere, una spaventosa piccola sguattera, nera come il “grillo” di George Sand (riferimento a La piccola Fadette, romanzo di George Sand del 1849), smunta, dalla pelle bruciata dal sole, arruffata, con la voce roca, che si esprime in un dialetto spaventoso, bestemmia come un carrettiere e si accovaccia nella cenere per attendere alla propria occupazione che consiste nello schiumare la carne.

Mamma Sabouleux (locandina)Un signore, miope come una talpa e presunto padre di Toto, si presenta a sua volta in casa Sabouleux e cerca, con il sostegno di un occhialino, di riconoscere in quell’orrido ragazzino rustico il frutto smarrito del suo passato amore; a complicare le cose, un barbiere del paese, amico di Sabouleux, ha la geniale idea, per aiutare il compare nei guai, di radersi alla perfezione con il suo miglior rasoio e indossare a sua volta i panni della fuggitiva. Questo conflitto tra nutrici uomo è causa di bizzarre complicazioni, di attoniti sbigottimenti e di una serie di dialoghi della più assurda ridicolaggine che si possa immaginare. Alla fine, la matassa si dipana con l’ammissione, da parte del protagonista, della scomparsa della vera Mamma Sabouleux. I coniugi Claquepont si portano via Suzanne, che a Parigi sarà rieducata al fine di perdere quell’atteggiamento campagnolo, e il signore miope rientra in possesso del selvaggio Toto che sarà civilizzato dopo l’inserimento in un collegio.

La piccola Montaland interpreta alla perfezione Suzanne. Questa bambina graziosa e spiritosa non è semplicemente un pappagallo che recita a memoria una parte, ma rivela doti da vera attrice. Dove avrà mai osservato simili comportamenti? Forse si ricorda del periodo in cui era a balia. Pensate agli attori Grassot e Hyacinthe e a Mamma Sabouleux. La sola idea fa sbellicare dalle risa e ci dispensa da qualsiasi commento.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Abbracciamoci, Folleville! (Embrassons-nous, Folleville!)

Abbracciamoci, Folleville!La favola di questa pièce merita di essere raccontata perché non manca di originalità.
Il marchese Manicamp fa cadere in acqua il cavaliere Folleville nel tentativo di dimostrargli la sua abilità nel tiro all’anatra. Questo comportamento, che sottolinea le scarse capacità del marchese nell’arte della caccia, potrebbe costargli caro come cortigiano. Infatti, insultare un gentiluomo sotto lo sguardo di re Luigi XV è considerato un crimine punibile in base al codice dell’etichetta reale. Ma il cavaliere Folleville, un po’ per generosità e un po’ per ingenuità, dichiara di essere caduto in acqua da solo per sbadataggine. Il marchese, pieno di riconoscenza, salta al collo del cavaliere, lo abbraccia fino a soffocarlo e gli impone sua figlia come futura moglie. Folleville, innamorato di una cugina rimasta in paese, vorrebbe confessare al marchese di non avere alcuna intenzione di diventare suo genero, ma ogni volta che apre bocca per parlare, l’uomo gli spalanca le braccia e gli grida con profondo affetto: “Abbracciamoci, Folleville! Voi mi avete salvato dalla disgrazia avvenuta sotto gli occhi di Sua Maestà!”, e Folleville finisce per tacere rassegnandosi a diventare il marito della Signorina Manicamp.
La fanciulla, dalla mano lesta e dal carattere vivace, ha danzato un minuetto presso la corte del re con il visconte de Chastenay a cui ha mollato un sonoro ceffone per non aver tenuto il ritmo della danza. Manicamp, da uomo di mondo qual è, si reca dal visconte a porgere le sue scuse per la stupidaggine commessa dalla figlia. Nel frattempo, però, il visconte arriva a casa di Manicamp… per poter continuare con la signorina l’animata discussione di cui lei gli ha già dato un assaggio. In presenza dell’uomo che è stata in grado di colpire con la sua bellezza e il suo atteggiamento disinvolto, la Signorina Manicamp, che non possiede la virtù della timidezza, si sente comunque imbarazzata. Il visconte ne approfitta per confessare di adorarla, malgrado lo schiaffo ricevuto che egli considera una prova evidente della sensibilità del suo cuore. Detto questo, i due decidono di sposarsi e di ballare un minuetto per celebrare il comune accordo raggiunto. Ma c’è Folleville! […]
Sul palcoscenico tutti i personaggi si abbracciano, e per completare il quadro, durante il couplet conclusivo l’attore che interpreta Manicamp è avanzato fino alla ribalta e, con voce soave, ha annunciato al pubblico di sentire il bisogno di abbracciare ogni singolo spettatore. Infatti, a pièce conclusa, l’uomo, andato a posizionarsi dietro il banco della biglietteria, si è messo ad abbracciare ogni persona che usciva.
(Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Sylphide: journal de modes, de littérature, de théâtres et de musique, il 20 marzo 1850. L’autore è Philibert. La traduzione è mia.)

Abbracciamoci, Folleville!Nel teatro di Labiche il duello d’onore esiste ancora, anche se egli lo colloca a volte in un contesto storico particolare, come quello del regno di Luigi XV. In Abbracciamoci, Folleville!, rappresentata nel 1850, il duello è una minaccia che incombe sistematicamente mettendo in difficoltà alcuni appartenenti alla nobiltà, dal temperamento vivace e orgoglioso, abilitati al porto d’armi e abituati a servirsene. Un primo duello, tra Manicamp e Folleville, viene evitato perché Manicamp preferisce riconciliarsi con il suo futuro avversario piuttosto che affrontarlo. Un secondo duello, però, si profila all’orizzonte quando Manicamp teme che il visconte de Chastenay gli chieda ragione del comportamento violento di sua figlia, che lo ha schiaffeggiato mentre ballavano il minuetto. I personaggi manifestano l’intenzione di passare all’azione quando Manicamp rifiuta di concedere al visconte la mano della fanciulla:

Manicamp Farabutto!
Il visconte Uccello del malaugurio!
Manicamp Uccello del malaugurio a me?… Oh, questo è troppo! Come osate insultarmi in casa mia?… Me ne darete ragione!
Il visconte Quando volete!
Manicamp Anche subito!
Il visconte (a parte) Come osa rifiutarmi la mano di sua figlia! (Ad alta voce, sfoderando la spada) In guardia!
Manicamp (a parte) Come osa darmi dell’uccello del malaugurio! (Ad alta voce, sfoderando la spada) In guardia!
(François Cavaignac, Eugène Labiche ou la gaieté critique, L’Harmattan, Paris 2003, p. 118, traduzione mia.)

Curiosità: In Francia, la pièce di Labiche è talmente nota che l’espressione Abbracciamoci Folleville! è entrata a far parte del linguaggio corrente per indicare un’ipocrita dimostrazione di gioia o amicizia.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

L’avvocato Loubet di Labiche e l’aneddoto legato a un cappello

Il presente frammento è tratto dal quotidiano L’Univers del 05 aprile 1889. L’autore è Henri Meilhac. La traduzione è mia.

Eugène Labiche, dopo il dignitoso successo ottenuto con la sua prima pièce, decise di scriverne una seconda: L’avvocato Loubet. In questo caso non si trattava di un vaudeville ma di un dramma; l’azione si svolgeva agli inizi del XVII secolo. Era la storia di una marchesa che decide di uccidere la sua rivale. […]

L’aneddoto riguardante questo testo è stato raccontato molto spesso ma mi è impossibile, in questa specifica occasione, non narrarlo a mia volta. L’avvocato Loubet fu presentato al Teatro del Panthéon che, come tutti i teatri, aveva un suo direttore ma, cosa ben più rara, aveva anche un comitato di lettura composto da quattro/cinque persone. Il direttore, quando non si divertiva a dirigere il teatro, faceva il cappellaio; i quattro/cinque membri del comitato di lettura erano anch’essi cappellai; il direttore li aveva selezionati tra i suoi colleghi di lavoro. Fu al cospetto di un simile comitato che Labiche fu invitato a leggere la sua pièce: entrò, salutò, posò il cappello sul tavolo, si sedette, si schiarì la voce con un colpetto di tosse e iniziò la lettura. Giunto a metà del primo atto, il suo vicino, membro del comitato, afferrò distrattamente il cappello che egli aveva posato sul tavolo, ne osservò la fodera, fece una smorfia e lo passò al collega che gli stava accanto; il collega osservò a sua volta la fodera e fece anch’egli una smorfia. Di mano in mano, il cappello fece il giro dell’intero tavolo per poi essere ricollocato al suo posto giusto nell’istante in cui Labiche ultimava la lettura del primo atto. Gli fu detto che era inutile proseguire oltre e che il testo era stato rifiutato. Labiche non provò in alcun modo a insistere, aveva capito perfettamente: il direttore e i membri del comitato erano cappellai della rive gauche; Labiche acquistava i suoi cappelli sulla riva droite.

L'avvocato Loubet (una scena del secondo atto)

L’avvocato Loubet (una scena del secondo atto)

Malgrado la delusione, la fortuna non lo abbandonò. Poco tempo dopo, infatti, il teatro del Panthéon passò nelle mani di un altro direttore. L’avvocato Loubet fu accettato e messo in scena con buon successo sia a Parigi che nelle città di provincia. Labiche accompagnò la sua pièce in quella che fu la sua prima tournée: lesse il suo nome sui manifesti e sentì gli applausi, più o meno scroscianti, di tutto quel variegato pubblico. Ed è probabile che siano stati proprio quegli applausi intermittenti a impedirgli, per un certo numero di anni, di dare retta a quella vocina interiore che gli diceva: “Lascia perdere la gente dei tempi andati e guarda le persone che ti circondano; lascia stare una volta per tutte le marchese e pensa piuttosto ai cappellai!”, e infatti, in seguito, sarebbe arrivato Un cappello di paglia di Firenze.

Il testo de L’avvocato Loubet è disponibile in lingua francese sul sito della Bibliothèque Nationale de France.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Eugène Labiche visto da Émile Zola (III)

Il presente saggio breve è tratto dal volume Nos auteurs dramatiques, Éditions G. Charpentier, Paris 1881, pp. 253-259. L’autore è Émile Zola. La traduzione è mia.

Il viaggio del Signor PerrichonIl viaggio del Signor Perrichon
Il secondo volume del Théâtre complet di Labiche contiene le sue commedie più letterarie. Parlerò, innanzitutto, del Viaggio del Signor Perrichon che molti si stupiscono di non vedere inserita nel repertorio della Comédie-Française. Il soggetto è noto ed è tratto da un’osservazione filosofica che un La Rochefoucauld misantropo avrebbe potuto sintetizzare così: “Amiamo gli uomini non per i servizi che ci rendono, ma per i servizi che noi rendiamo loro”. Il Signor Perrichon, durante un viaggio in Svizzera, viene salvato da un giovane di nome Armand e inizia a detestarlo cordialmente; all’opposto, inizia a manifestare uno straordinario affetto per tale Daniel che crede di aver a sua volta salvato da un grave pericolo. Ed è qui che la grande abilità di Eugène Labiche prende il sopravvento. Questa figura di borghese scioccamente vanitoso, vigliacco e ferocemente egoista dovrebbe risultarci insopportabile, invece, Labiche, ce la rende amabile a causa di quella bonarietà e ingenuità di fondo con cui lo dipinge. Si ripete dunque ancora una volta quella personalità dell’autore comico che gli consente di glissare sulla bassezza umana per soffermarsi sulle note leggere e divertenti che ci fanno sorridere.
La cosa che mi ha colpito ancora di più, dal punto di vista del mestiere, sono le risorse dell’immaginazione drammaturgica di cui Labiche dà prova nell’affrontare una simile tematica. La pièce si regge solo e soltanto sul pensiero egoista che ho descritto poco fa, quindi si può prevedere quale povero partito avrebbe preso un autore meno avvezzo alle esigenze sceniche di Labiche. Egli ha prolungato gli effetti riprendendo la stessa tematica in tutti i modi possibili e riuscendo, così, a riempire quattro atti. Per quanto mi riguarda, mi piace soprattutto il secondo, durante il quale si verificano i due incidenti in senso inverso, e il terzo, che sviluppa la situazione; il primo, ambientato in una stazione ferroviaria, mi sembra piuttosto vuoto; l’ultimo, invece, risolve la situazione in un modo troppo semplicistico, grazie a una conversazione tra Armand e Daniel a cui Perrichon assiste per caso. Va comunque ammirata la flessibilità dell’autore; l’arte con cui è riuscito a trarre un’opera interessante da un soggetto morale che, a teatro, sembrava destinato a suscitare sgradevolezza.
Va sottolineato che non ci troviamo di fronte a una commedia d’intreccio ma a una vera e propria analisi umana. Essendo un autore molto abile, Eugène Labiche non cerca mai le complicazioni inutili ed è per questo che gode di tutta la mia stima. Volendo fare un paragone tra il suo teatro e quello di Victorien Sardou, si nota subito la sua netta superiorità per la spontaneità dell’inventiva e l’inesauribile abbondanza dei dettagli comici che sgorgano come da una sorgente, poiché la ricca vena, altamente francese, non si limita a sfruttare i mezzucci ma trae la risata dalle situazioni stesse.
Cosa manca dunque al Viaggio del Signor Perrichon per essere un autentico capolavoro? Sarò sincero: manca una certa tenuta letteraria e una maggiore semplicità nell’utilizzo degli elementi comici. Ho già parlato della vuotezza del primo atto, mediocre caricatura del viaggio in treno di un borghese poco avvezzo a simili attività. Mi dimostrerò ancora più severo per quanto riguarda il modo in cui è concepito l’epilogo. Questa conversazione a cui Perrichon assiste involontariamente è una strategia indegna di un’opera superiore. Credo che la conclusione la si sarebbe potuta trarre dal carattere stesso di Perrichon. Inoltre, ci sono alcuni episodi, in particolare quello del maggiore Mathieu, che sono stati inseriti per dare corpo alla pièce ma che finiscono per renderla troppo lunga e poco uniforme. Avrei preferito un getto unico e potente.

La polvere negli occhi
Il teatro di Labiche
Anche La polvere negli occhi è una commedia la cui trama è tutta d’osservazione. L’autore ha voluto dipingere quella rabbia che spinge alcune famiglie ad abbagliare la gente, ostentando un lusso che non sono in grado di sostenere. I Ratinois e i Malingear, che fanno a gara su chi racconta più bugie sulla loro vera situazione sociale prima di concludere il contratto di matrimonio tra i figli, sono divertentissimi. I primi ad assumere questo tipo di atteggiamento sono i Malingear, nella convinzione di garantire una miglior sistemazione alla loro figlia Emmeline e in modo da obbligare i Ratinois a dare al figlio Frédéric una dote più sostanziosa; a questo punto i Ratinois, credendo i Malingear incredibilmente ricchi, prendono a loro volta l’iniziativa. Vale la pena leggere la scena dei due padri impegnati a regolare la questione dei soldi arrivando, loro malgrado, a cifre esorbitanti. Si tratta di comicità di buon livello, comicità di situazione e d’analisi degna di Molière. Siamo lontani dalle pièces a equivoci di alcuni acclamati autori.

Gli uccellini
Confesso che il testo Gli uccellini mi è piaciuto meno, e del resto non ha ottenuto grande successo. La trama parla di un uomo dignitoso, di una bontà che commuove, che, su consiglio di uno dei suoi fratelli, cerca di trasformarsi in un uomo senza cuore – per fortuna, senza riuscirci – . Il testo è piacevole, molto arguto e ben osservato ma, tutto sommato, piagnucoloso.

Le intense passioni del capitano Tic
Passo dunque alle Intense passioni del capitano Tic. Qui, ricadiamo nella fantasia, ma una fantasia piacevolissima! L’intera commedia è basata sull’avventura di questo capitano che ritorna a casa della zia, s’innamora della cugina Lucile e, visto il suo carattere irascibile, rischia continuamente di mandare a monte il matrimonio. Con una simile trama bisognava riempire tre atti. Aggiungo poi che un uomo sempre in collera non è affatto piacevole da dipingere, e c’era anche il problema del tipo di gesto violento da fargli compiere. Eugène Labiche ha immaginato un uomo adorabile, al quale le sue intense passioni danno un fascino in più; e di tutti i gesti violenti tra cui poteva optare, ha scelto quello in grado di suscitare maggior comicità: la pedata. Una delle pedate più epiche è quella che riceve il tutore scorbutico Désambois. È già dietro le quinte, e non lo si vede più, quando il capitano allunga violentemente la gamba. La cosa più buffa è che lo stesso Désambois rientra maestosamente pochi istanti dopo senza osare aprire bocca sull’accaduto. Che gioiosa gaiezza! È bello vedere come gli avvenimenti più spiacevoli, grazie a Labiche, si trasformano in episodi divertenti.
Les vivacités du capitaine TicLa commedia include anche la celebre scena comica del campanello, ormai diventata un classico. L’episodio è risaputo. Il capitano ha giurato a Lucile di non arrabbiarsi più; quest’ultima, però, piena di dubbi, gli fa promettere di calmarsi ogni volta che lei scuoterà il campanello che si trova sul tavolinetto. Arriva Désambois e fa al capitano un discorso di estrema durezza; il capitano, spazientito, vorrebbe saltargli al collo, ma si sente il suono del campanello; il capitano si calma, ride, e lascia che l’uomo continui con le sue affermazioni. Il gioco scenico è molto divertente, ma non è finita: a un certo punto, Lucile è talmente indignata dalle cattive parole di Désambois da andare su tutte le furie; così, è il capitano a prendere il campanello e suonarlo a sua volta. Tutto finisce in uno scoppio di risa.
Non ho mai visto una scena meglio diretta e più allegramente concepita. In essa vi è tutto un certo tipo di teatro: è un modello di andirivieni ben equilibrato. L’effetto della scena è sempre straordinario, perché soddisfa i bisogni di simmetria del pubblico ed è un piacere per gli occhi e per le orecchie più che per l’intelligenza. È un teatro meccanico, dove l’osservazione è assente. Nella vita, ovviamente, non sono i colpi di campanello a correggere i difetti di un uomo. È probabile che il giorno seguente le nozze, il capitano urlerà e sferrerà pedate a più non posso, ma poco importa; quel campanello ha un suono talmente piacevole che basta e avanza a soddisfare il pubblico.

Conclusioni
Il volume contiene ancora l’atto unico La grammatica, un atto molto comico e arguto. Riassumerò il mio giudizio dicendo che se il primo volume dipingeva Labiche come il fantasista più sano e vigoroso che la Francia abbia mai avuto, nel secondo scopriamo un drammaturgo di più ampio respiro, in grado di elevarsi, a volte, fino alla grande commedia.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Eugène Labiche visto da Émile Zola (II)

Il presente saggio breve è tratto dal volume Nos auteurs dramatiques, Éditions G. Charpentier, Paris 1881, pp. 253-259. L’autore è Émile Zola. La traduzione è mia.

Emile ZolaMi sono permesso di dichiarare che Eugène Labiche è un semplice uomo che ride, e me ne sono pentito. Il mio pentimento è dovuto al fatto che c’è il rischio che a questa definizione non venga attribuito un significato ampio. Non ride chi vuole, soprattutto a teatro. La risata è uno dei doni più lieti e rari che si possano portare. E non vi è nulla di più francese della risata. Il genio nazionale passa per Rabelais, Molière, La Fontaine e Voltaire, e poiché ogni apprezzamento letterario è piuttosto cauto, è già un bell’elogio sostenere che un drammaturgo sa ridere.

Del resto, vi può essere profondo sdegno nella risata. Vedere l’uomo come un fantoccio senza importanza; studiarlo con la stessa curiosità con cui si studierebbe un grottesco insetto; fargli compiere, come unico esercizio, dei salti azzardati: sono tutti modi molto disprezzabili di trattare l’umanità. Come se essa non meritasse un’analisi più approfondita. Come se non la si potesse osservare per un solo minuto senza scoppiare a ridere. Non le si fa nemmeno l’onore di averne paura. Come se il suo massimo e unico scopo fosse quello di rallegrare i bambini in fasce e quelli un po’ cresciutelli. Dev’essere proprio questa l’opinione di Eugène Labiche, che mi ha scritto: “Non sono mai stato capace di prendere sul serio gli esseri umani”.

Resta la questione del temperamento. Tutti gli analisti faticano a prendere sul serio gli esseri umani. Solo che alcuni di loro si arrabbiano e altri si divertono. E poi, esistono due modi diversi di divertirsi: alla buona, come Eugène Labiche, o con amarezza e crudeltà, come i grandi satirici. L’abilità di Labiche consiste nello spingere l’indifferenza fino al punto di vedere nei vizi dei semplici incidenti comici. I suoi personaggi sono spesso delle marionette che egli fa danzare sopra l’abisso, per ridere della smorfia che essi gli rivolgono. L’autore si prende sempre lo scrupolo di avvertire il pubblico che lo scopo è quello di passare un’ora piacevole, e che la commedia, qualsiasi cosa accada, finirà nel miglior modo possibile.

La comicità di Eugène Labiche

Eugène LabicheHo spesso constatato che, quando si tratta di fantasia, l’audacia può spingersi molto in là nell’ambiente teatrale: poiché sia l’autore che il pubblico sono consapevoli che si sta scherzando, e che non vi è nulla di vero nella vicenda narrata, è lecito mostrare qualsiasi cosa e dire qualsiasi cosa. Labiche ha raggiunto livelli di eccellenza nell’originalità con cui è riuscito a sovvertire la realtà più spiacevole. La sua comicità è composta dalle crudeli verità della vita, osservate da un punto di vista caricaturale e messe in moto da una mente priva di amarezza che si mantiene, per scelta volontaria, sulla superficie delle cose. Non vi è nulla di più delicato di un simile strumento: una sola nota troppo energica, e il pubblico andrebbe su tutte le furie. Bisogna possedere un tocco molto leggero, sfiorare appena le piaghe umane in modo da generare, nel pubblico in sala, un effetto simile a un sollettichio. Non penso affatto che Eugène Labiche, quando ha iniziato a scrivere per il teatro, abbia ragionato su tutto questo; possedeva semplicemente un’ottima personalità; era destinato a diventare la risata della borghesia francese per più di un quarto di secolo.

Labiche, Meilhac e Halévy

Henri MeilhacNon è un onore da poco, il suo: mantenere allegre due o tre generazioni ed essere, per più di trent’anni, la gioia della Francia. Gli autori comici di grande talento, come Labiche, finiscono per essere i rappresentanti di una giocosità che occupa un posto ben preciso all’interno della storia del nostro costume. Ovviamente, non si ride allo stesso modo in tutte le epoche. La comicità di Molière non è quella di Beaumarchais, che a sua volta non è quella di Picard. E la prova di questo cambiamento, che va di pari passo con il rinnovamento sociale, consiste nel fatto che il teatro di Labiche inizia già a invecchiare. Adesso abbiamo Henri Meilhac e Ludovic Halévy, e quindi riprendo il parallelismo che ho compiuto poco sopra. Eugène Labiche è più convincente, più preciso; la sua comicità deriva da una serie di effetti che si ripetono, da situazioni spinte all’estremo limite della buffoneria. Meilhac e Halévy si contraddistinguono per una risata nervosa, preziosa e raffinata; catturano l’attenzione del pubblico con opere che assomigliano allo stufato parigino: accuratamente insaporite e aromatizzate con tutte le spezie artistiche e mondane. Per capirli e apprezzarli bisogna manifestare un certo fervore. E infatti mi è stato riferito che, in provincia, le loro pièces risultano di difficile comprensione per trequarti degli spettatori. Ultimamente, ho avuto modo di assistere a un nuovo allestimento di Un cappello di paglia di Firenze di Labiche. Questa farsa resta immortale; ma la sala si divertiva molto meno di un tempo, la trama sembrava troppo semplice, troppo alla buona, priva di una di quelle scene prese da una realtà un po’ più viva, come si cerca di fare oggi.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento