L’amatissimo Célimare o Célimare il beneamato (Célimare le bien-aimé)

Il presente articolo è tratto da Les Annales du théâtre et de la musique, a cura di Édouard Noël e Edmond Stoullig, 1898, pp. 55-57. La traduzione è mia.

L'amatissimo Célimare (Célimare le bien-aimé)Prima rappresentazione alla Comédie-Française dell’amatissimo Célimare, o Célimare il beneamato, commedia in tre atti di Eugène Labiche e Alfred Delacour. Da dove deriva il soprannome beneamato che Célimare condivide con Luigi XV, di erotica memoria? Non è difficile indovinarlo, Célimare, infatti, ha avuto numerose avventure: è stato un uomo bello, affascinante e donnaiolo – ovvero, ha vissuto a pieno la sua gioventù e poi, molto saggiamente, ha deciso di sposarsi nel momento preciso e psicologico del compimento dei quarant’anni – . Una volta sposato, tuttavia, Célimare fatica non poco a impedire che i pettegolezzi del mondo esterno rivelino alla moglie il suo passato galante. In particolare, Bocardon e Vernouillet – suoi amici che a suo tempo sono stati anche sue vittime – gli stanno dando molto filo da torcere. Lo inseguono fin dentro casa, lo soffocano di sciocche attenzioni e non gli lasciano un attimo di pace. Alla Signora Célimare basta guardare i volti rozzi dei due uomini, e ascoltare i loro stupidi discorsi, per intuire tutta la verità. Da quel momento in poi per il nostro Don Giovanni inizia la punizione; ed egli si ritroverebbe forse a dover pagare i piaceri di un tempo con la sua felicità attuale se non escogitasse uno stratagemma per congedare bruscamente gli indiscreti testimoni delle sue passate conquiste. Lo stratagemma consiste nel fingere di volersi far prestare dai due uomini una stratosferica somma di denaro. Bocardon e Vernouillet ricominciano a correre.

La reputazione dell’amatissimo Célimare resiste da trentacinque anni; è stata una delle migliori commedie del ricco e variegato repertorio del Palais-Royal. Lo scoppio di risa perdura dall’inizio alla fine. Sainte-Beuve amava moltissimo questa commedia e ne parla addirittura nei suoi Nouveaux Lundis (Volume VII, p. 366). La Comédie-Française, dal nostro punto di vista, ha fatto bene a inserire nel suo repertorio un testo così delizioso. L’amatissimo Célimare non è forse il capolavoro di Eugène Labiche? Tra questo testo e Il viaggio del Signor Perrichon la preferenza cade sempre sul primo. L’idea originaria è più forte e più morale. Sotto una facciata di schietta allegria, si nasconde un profondo spirito di osservazione. Per non parlare della fertile immaginazione e delle battute che scaturiscono spontaneamente dai dialoghi!

Jean Béraud Après l'office à l'église de la Sainte-Trinité (1900)

Jean Béraud Après l’office à l’église de la Sainte-Trinité (1900)

Il palcoscenico della Comédie-Française è indubbiamente più grande di quello del Palais-Royal dove, nel febbraio 1863, Célimare fu per la prima volta il più amato dal pubblico; le esigenze letterarie e lo spirito della Casa di Molière, come dicono i politici, si distinguono nettamente dal genere al quale il Palais-Royal limita il suo ideale, ma sta di fatto che nessuno può resistere a Célimare, nemmeno un’istituzione come questa!

Molte battute, che un tempo partivano a razzo dalla bocca degli interpreti, oggi sono come soffocate; bisogna intuirle o conoscerle a memoria. Ad ogni modo, andare a vedere, o rivedere, la pièce sarà un vero piacere, perché rispecchia il Labiche più autentico, l’ottima annata tirata fuori di bell’apposta in modo assolutamente imprevisto; e merita di essere assaporata dai conoscitori.

Annunci
Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Mamma Sabouleux di Eugène Labiche vista da Théophile Gautier

Il presente articolo è tratto dal quotidiano La Presse del 16 marzo 1852. L’autore è Théophile Gautier. La traduzione è mia.

Mamma Sabouleux

L’attore Grassot, nel ruolo di Mamma Sabouleux, ritratto da Lhéritier

Mamma Sabouleux è una magnifica parata nell’ambito di quel genere immaginario, esorbitante, piramidale e strampalato che ben si adatta al Palais-Royal e alla sua troupe di buffoni; noi tutti amiamo molto queste farse esagerate, di una giovialità dirompente e di una comicità assurda, sogni pantagruelici di teatrini ambulanti, difformi alterazioni di tipi ridicoli tratteggiati al carboncino da caricaturisti dalla mano pesante che, a volte, valgono quanto il celebre pittore Daumier. La commedia del nostro secolo, così spesso richiesta dai critici che non vogliono vederla, ha trovato rifugio proprio in questo tipo di spettacoli. Queste pochade così disprezzate costituiscono un’arte originale, spontanea e profondamente francese. Le atellane interpretate dai buffoni osci, purtroppo andate perdute, di sicuro possedevano la stessa folle licenziosità e la medesima stravagante verità.

Il militare francese oltre a essere un tipo spavaldo è anche un rubacuori. Egli, infatti, seduce tutte le cameriere, rovina la reputazione alle compaesane e fa andare a male il latte delle nutrici. Da che mondo è mondo Marte è sempre stato amico di Venere. Un corazziere ha sedotto, con la lucentezza del suo casco e del suo corsaletto di ferro levigato, la troppo passionale Signora Sabouleux, che di mestiere fa la nutrice. Di conseguenza, la signora ha seguito il soldato semplice abbandonando a casa due lattanti affidati alle cure delle sue mammelle fallaci: la piccola Suzanne, figlia dei coniugi Claquepont, e Toto, frutto anonimo di un non meglio precisato ghiribizzo.
Papà Sabouleux, a cui la fuga della moglie e la perdita contemporanea dei mesi di balia, dello zucchero e del sapone puntualmente pagati dai Claquepont avrebbe creato non pochi disagi, decide, senza conoscere la mitologia, di affidare i due mocciosi a una capra Amaltea che non nutre, nei confronti dell’esercito francese, lo stesso rispetto dimostrato dalla Signora Sabouleux e che fornisce ai bambini una quantità illimitata di latte. Il tempo passa, i bimbi crescono e Papà Sabouleux ne ha fatto due piccoli domestici. Suzanne controlla le pentole sul fuoco e Toto gira per i prati, sorveglia i tacchini e svolge mille altre attività secondarie tipiche della campagna e proporzionate alle sue forze. Un bel giorno, però, i coniugi Claquepont si presentano in paese per riprendere il frutto del loro amore che credono, grazie alle lettere ingannevoli speditegli da Papà Sabouleux, allevato con estrema cura e sollecitudine materna. La notizia del loro arrivo manda l’uomo nel panico totale e lo spinge a vestirsi da donna nel tentativo di impersonare la nutrice scomparsa. I Claquepont trovano così, al posto dell’angioletto biondo e fresco annunciatogli nelle lettere, una spaventosa piccola sguattera, nera come il “grillo” di George Sand (riferimento a La piccola Fadette, romanzo di George Sand del 1849), smunta, dalla pelle bruciata dal sole, arruffata, con la voce roca, che si esprime in un dialetto spaventoso, bestemmia come un carrettiere e si accovaccia nella cenere per attendere alla propria occupazione che consiste nello schiumare la carne.

Mamma Sabouleux (locandina)Un signore, miope come una talpa e presunto padre di Toto, si presenta a sua volta in casa Sabouleux e cerca, con il sostegno di un occhialino, di riconoscere in quell’orrido ragazzino rustico il frutto smarrito del suo passato amore; a complicare le cose, un barbiere del paese, amico di Sabouleux, ha la geniale idea, per aiutare il compare nei guai, di radersi alla perfezione con il suo miglior rasoio e indossare a sua volta i panni della fuggitiva. Questo conflitto tra nutrici uomo è causa di bizzarre complicazioni, di attoniti sbigottimenti e di una serie di dialoghi della più assurda ridicolaggine che si possa immaginare. Alla fine, la matassa si dipana con l’ammissione, da parte del protagonista, della scomparsa della vera Mamma Sabouleux. I coniugi Claquepont si portano via Suzanne, che a Parigi sarà rieducata al fine di perdere quell’atteggiamento campagnolo, e il signore miope rientra in possesso del selvaggio Toto che sarà civilizzato dopo l’inserimento in un collegio.

La piccola Montaland interpreta alla perfezione Suzanne. Questa bambina graziosa e spiritosa non è semplicemente un pappagallo che recita a memoria una parte, ma rivela doti da vera attrice. Dove avrà mai osservato simili comportamenti? Forse si ricorda del periodo in cui era a balia. Pensate agli attori Grassot e Hyacinthe e a Mamma Sabouleux. La sola idea fa sbellicare dalle risa e ci dispensa da qualsiasi commento.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Abbracciamoci, Folleville! (Embrassons-nous, Folleville!)

Abbracciamoci, Folleville!La favola di questa pièce merita di essere raccontata perché non manca di originalità.
Il marchese Manicamp fa cadere in acqua il cavaliere Folleville nel tentativo di dimostrargli la sua abilità nel tiro all’anatra. Questo comportamento, che sottolinea le scarse capacità del marchese nell’arte della caccia, potrebbe costargli caro come cortigiano. Infatti, insultare un gentiluomo sotto lo sguardo di re Luigi XV è considerato un crimine punibile in base al codice dell’etichetta reale. Ma il cavaliere Folleville, un po’ per generosità e un po’ per ingenuità, dichiara di essere caduto in acqua da solo per sbadataggine. Il marchese, pieno di riconoscenza, salta al collo del cavaliere, lo abbraccia fino a soffocarlo e gli impone sua figlia come futura moglie. Folleville, innamorato di una cugina rimasta in paese, vorrebbe confessare al marchese di non avere alcuna intenzione di diventare suo genero, ma ogni volta che apre bocca per parlare, l’uomo gli spalanca le braccia e gli grida con profondo affetto: “Abbracciamoci, Folleville! Voi mi avete salvato dalla disgrazia avvenuta sotto gli occhi di Sua Maestà!”, e Folleville finisce per tacere rassegnandosi a diventare il marito della Signorina Manicamp.
La fanciulla, dalla mano lesta e dal carattere vivace, ha danzato un minuetto presso la corte del re con il visconte de Chastenay a cui ha mollato un sonoro ceffone per non aver tenuto il ritmo della danza. Manicamp, da uomo di mondo qual è, si reca dal visconte a porgere le sue scuse per la stupidaggine commessa dalla figlia. Nel frattempo, però, il visconte arriva a casa di Manicamp… per poter continuare con la signorina l’animata discussione di cui lei gli ha già dato un assaggio. In presenza dell’uomo che è stata in grado di colpire con la sua bellezza e il suo atteggiamento disinvolto, la Signorina Manicamp, che non possiede la virtù della timidezza, si sente comunque imbarazzata. Il visconte ne approfitta per confessare di adorarla, malgrado lo schiaffo ricevuto che egli considera una prova evidente della sensibilità del suo cuore. Detto questo, i due decidono di sposarsi e di ballare un minuetto per celebrare il comune accordo raggiunto. Ma c’è Folleville! […]
Sul palcoscenico tutti i personaggi si abbracciano, e per completare il quadro, durante il couplet conclusivo l’attore che interpreta Manicamp è avanzato fino alla ribalta e, con voce soave, ha annunciato al pubblico di sentire il bisogno di abbracciare ogni singolo spettatore. Infatti, a pièce conclusa, l’uomo, andato a posizionarsi dietro il banco della biglietteria, si è messo ad abbracciare ogni persona che usciva.
(Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Sylphide: journal de modes, de littérature, de théâtres et de musique, il 20 marzo 1850. L’autore è Philibert. La traduzione è mia.)

Abbracciamoci, Folleville!Nel teatro di Labiche il duello d’onore esiste ancora, anche se egli lo colloca a volte in un contesto storico particolare, come quello del regno di Luigi XV. In Abbracciamoci, Folleville!, rappresentata nel 1850, il duello è una minaccia che incombe sistematicamente mettendo in difficoltà alcuni appartenenti alla nobiltà, dal temperamento vivace e orgoglioso, abilitati al porto d’armi e abituati a servirsene. Un primo duello, tra Manicamp e Folleville, viene evitato perché Manicamp preferisce riconciliarsi con il suo futuro avversario piuttosto che affrontarlo. Un secondo duello, però, si profila all’orizzonte quando Manicamp teme che il visconte de Chastenay gli chieda ragione del comportamento violento di sua figlia, che lo ha schiaffeggiato mentre ballavano il minuetto. I personaggi manifestano l’intenzione di passare all’azione quando Manicamp rifiuta di concedere al visconte la mano della fanciulla:

Manicamp Farabutto!
Il visconte Uccello del malaugurio!
Manicamp Uccello del malaugurio a me?… Oh, questo è troppo! Come osate insultarmi in casa mia?… Me ne darete ragione!
Il visconte Quando volete!
Manicamp Anche subito!
Il visconte (a parte) Come osa rifiutarmi la mano di sua figlia! (Ad alta voce, sfoderando la spada) In guardia!
Manicamp (a parte) Come osa darmi dell’uccello del malaugurio! (Ad alta voce, sfoderando la spada) In guardia!
(François Cavaignac, Eugène Labiche ou la gaieté critique, L’Harmattan, Paris 2003, p. 118, traduzione mia.)

Curiosità: In Francia, la pièce di Labiche è talmente nota che l’espressione Abbracciamoci Folleville! è entrata a far parte del linguaggio corrente per indicare un’ipocrita dimostrazione di gioia o amicizia.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

L’avvocato Loubet di Labiche e l’aneddoto legato a un cappello

Il presente frammento è tratto dal quotidiano L’Univers del 05 aprile 1889. L’autore è Henri Meilhac. La traduzione è mia.

Eugène Labiche, dopo il dignitoso successo ottenuto con la sua prima pièce, decise di scriverne una seconda: L’avvocato Loubet. In questo caso non si trattava di un vaudeville ma di un dramma; l’azione si svolgeva agli inizi del XVII secolo. Era la storia di una marchesa che decide di uccidere la sua rivale. […]

L’aneddoto riguardante questo testo è stato raccontato molto spesso ma mi è impossibile, in questa specifica occasione, non narrarlo a mia volta. L’avvocato Loubet fu presentato al Teatro del Panthéon che, come tutti i teatri, aveva un suo direttore ma, cosa ben più rara, aveva anche un comitato di lettura composto da quattro/cinque persone. Il direttore, quando non si divertiva a dirigere il teatro, faceva il cappellaio; i quattro/cinque membri del comitato di lettura erano anch’essi cappellai; il direttore li aveva selezionati tra i suoi colleghi di lavoro. Fu al cospetto di un simile comitato che Labiche fu invitato a leggere la sua pièce: entrò, salutò, posò il cappello sul tavolo, si sedette, si schiarì la voce con un colpetto di tosse e iniziò la lettura. Giunto a metà del primo atto, il suo vicino, membro del comitato, afferrò distrattamente il cappello che egli aveva posato sul tavolo, ne osservò la fodera, fece una smorfia e lo passò al collega che gli stava accanto; il collega osservò a sua volta la fodera e fece anch’egli una smorfia. Di mano in mano, il cappello fece il giro dell’intero tavolo per poi essere ricollocato al suo posto giusto nell’istante in cui Labiche ultimava la lettura del primo atto. Gli fu detto che era inutile proseguire oltre e che il testo era stato rifiutato. Labiche non provò in alcun modo a insistere, aveva capito perfettamente: il direttore e i membri del comitato erano cappellai della rive gauche; Labiche acquistava i suoi cappelli sulla riva droite.

L'avvocato Loubet (una scena del secondo atto)

L’avvocato Loubet (una scena del secondo atto)

Malgrado la delusione, la fortuna non lo abbandonò. Poco tempo dopo, infatti, il teatro del Panthéon passò nelle mani di un altro direttore. L’avvocato Loubet fu accettato e messo in scena con buon successo sia a Parigi che nelle città di provincia. Labiche accompagnò la sua pièce in quella che fu la sua prima tournée: lesse il suo nome sui manifesti e sentì gli applausi, più o meno scroscianti, di tutto quel variegato pubblico. Ed è probabile che siano stati proprio quegli applausi intermittenti a impedirgli, per un certo numero di anni, di dare retta a quella vocina interiore che gli diceva: “Lascia perdere la gente dei tempi andati e guarda le persone che ti circondano; lascia stare una volta per tutte le marchese e pensa piuttosto ai cappellai!”, e infatti, in seguito, sarebbe arrivato Un cappello di paglia di Firenze.

Il testo de L’avvocato Loubet è disponibile in lingua francese sul sito della Bibliothèque Nationale de France.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Eugène Labiche visto da Émile Zola (III)

Il presente saggio breve è tratto dal volume Nos auteurs dramatiques, Éditions G. Charpentier, Paris 1881, pp. 253-259. L’autore è Émile Zola. La traduzione è mia.

Il viaggio del Signor PerrichonIl viaggio del Signor Perrichon
Il secondo volume del Théâtre complet di Labiche contiene le sue commedie più letterarie. Parlerò, innanzitutto, del Viaggio del Signor Perrichon che molti si stupiscono di non vedere inserita nel repertorio della Comédie-Française. Il soggetto è noto ed è tratto da un’osservazione filosofica che un La Rochefoucauld misantropo avrebbe potuto sintetizzare così: “Amiamo gli uomini non per i servizi che ci rendono, ma per i servizi che noi rendiamo loro”. Il Signor Perrichon, durante un viaggio in Svizzera, viene salvato da un giovane di nome Armand e inizia a detestarlo cordialmente; all’opposto, inizia a manifestare uno straordinario affetto per tale Daniel che crede di aver a sua volta salvato da un grave pericolo. Ed è qui che la grande abilità di Eugène Labiche prende il sopravvento. Questa figura di borghese scioccamente vanitoso, vigliacco e ferocemente egoista dovrebbe risultarci insopportabile, invece, Labiche, ce la rende amabile a causa di quella bonarietà e ingenuità di fondo con cui lo dipinge. Si ripete dunque ancora una volta quella personalità dell’autore comico che gli consente di glissare sulla bassezza umana per soffermarsi sulle note leggere e divertenti che ci fanno sorridere.
La cosa che mi ha colpito ancora di più, dal punto di vista del mestiere, sono le risorse dell’immaginazione drammaturgica di cui Labiche dà prova nell’affrontare una simile tematica. La pièce si regge solo e soltanto sul pensiero egoista che ho descritto poco fa, quindi si può prevedere quale povero partito avrebbe preso un autore meno avvezzo alle esigenze sceniche di Labiche. Egli ha prolungato gli effetti riprendendo la stessa tematica in tutti i modi possibili e riuscendo, così, a riempire quattro atti. Per quanto mi riguarda, mi piace soprattutto il secondo, durante il quale si verificano i due incidenti in senso inverso, e il terzo, che sviluppa la situazione; il primo, ambientato in una stazione ferroviaria, mi sembra piuttosto vuoto; l’ultimo, invece, risolve la situazione in un modo troppo semplicistico, grazie a una conversazione tra Armand e Daniel a cui Perrichon assiste per caso. Va comunque ammirata la flessibilità dell’autore; l’arte con cui è riuscito a trarre un’opera interessante da un soggetto morale che, a teatro, sembrava destinato a suscitare sgradevolezza.
Va sottolineato che non ci troviamo di fronte a una commedia d’intreccio ma a una vera e propria analisi umana. Essendo un autore molto abile, Eugène Labiche non cerca mai le complicazioni inutili ed è per questo che gode di tutta la mia stima. Volendo fare un paragone tra il suo teatro e quello di Victorien Sardou, si nota subito la sua netta superiorità per la spontaneità dell’inventiva e l’inesauribile abbondanza dei dettagli comici che sgorgano come da una sorgente, poiché la ricca vena, altamente francese, non si limita a sfruttare i mezzucci ma trae la risata dalle situazioni stesse.
Cosa manca dunque al Viaggio del Signor Perrichon per essere un autentico capolavoro? Sarò sincero: manca una certa tenuta letteraria e una maggiore semplicità nell’utilizzo degli elementi comici. Ho già parlato della vuotezza del primo atto, mediocre caricatura del viaggio in treno di un borghese poco avvezzo a simili attività. Mi dimostrerò ancora più severo per quanto riguarda il modo in cui è concepito l’epilogo. Questa conversazione a cui Perrichon assiste involontariamente è una strategia indegna di un’opera superiore. Credo che la conclusione la si sarebbe potuta trarre dal carattere stesso di Perrichon. Inoltre, ci sono alcuni episodi, in particolare quello del maggiore Mathieu, che sono stati inseriti per dare corpo alla pièce ma che finiscono per renderla troppo lunga e poco uniforme. Avrei preferito un getto unico e potente.

La polvere negli occhi
Il teatro di Labiche
Anche La polvere negli occhi è una commedia la cui trama è tutta d’osservazione. L’autore ha voluto dipingere quella rabbia che spinge alcune famiglie ad abbagliare la gente, ostentando un lusso che non sono in grado di sostenere. I Ratinois e i Malingear, che fanno a gara su chi racconta più bugie sulla loro vera situazione sociale prima di concludere il contratto di matrimonio tra i figli, sono divertentissimi. I primi ad assumere questo tipo di atteggiamento sono i Malingear, nella convinzione di garantire una miglior sistemazione alla loro figlia Emmeline e in modo da obbligare i Ratinois a dare al figlio Frédéric una dote più sostanziosa; a questo punto i Ratinois, credendo i Malingear incredibilmente ricchi, prendono a loro volta l’iniziativa. Vale la pena leggere la scena dei due padri impegnati a regolare la questione dei soldi arrivando, loro malgrado, a cifre esorbitanti. Si tratta di comicità di buon livello, comicità di situazione e d’analisi degna di Molière. Siamo lontani dalle pièces a equivoci di alcuni acclamati autori.

Gli uccellini
Confesso che il testo Gli uccellini mi è piaciuto meno, e del resto non ha ottenuto grande successo. La trama parla di un uomo dignitoso, di una bontà che commuove, che, su consiglio di uno dei suoi fratelli, cerca di trasformarsi in un uomo senza cuore – per fortuna, senza riuscirci – . Il testo è piacevole, molto arguto e ben osservato ma, tutto sommato, piagnucoloso.

Le intense passioni del capitano Tic
Passo dunque alle Intense passioni del capitano Tic. Qui, ricadiamo nella fantasia, ma una fantasia piacevolissima! L’intera commedia è basata sull’avventura di questo capitano che ritorna a casa della zia, s’innamora della cugina Lucile e, visto il suo carattere irascibile, rischia continuamente di mandare a monte il matrimonio. Con una simile trama bisognava riempire tre atti. Aggiungo poi che un uomo sempre in collera non è affatto piacevole da dipingere, e c’era anche il problema del tipo di gesto violento da fargli compiere. Eugène Labiche ha immaginato un uomo adorabile, al quale le sue intense passioni danno un fascino in più; e di tutti i gesti violenti tra cui poteva optare, ha scelto quello in grado di suscitare maggior comicità: la pedata. Una delle pedate più epiche è quella che riceve il tutore scorbutico Désambois. È già dietro le quinte, e non lo si vede più, quando il capitano allunga violentemente la gamba. La cosa più buffa è che lo stesso Désambois rientra maestosamente pochi istanti dopo senza osare aprire bocca sull’accaduto. Che gioiosa gaiezza! È bello vedere come gli avvenimenti più spiacevoli, grazie a Labiche, si trasformano in episodi divertenti.
Les vivacités du capitaine TicLa commedia include anche la celebre scena comica del campanello, ormai diventata un classico. L’episodio è risaputo. Il capitano ha giurato a Lucile di non arrabbiarsi più; quest’ultima, però, piena di dubbi, gli fa promettere di calmarsi ogni volta che lei scuoterà il campanello che si trova sul tavolinetto. Arriva Désambois e fa al capitano un discorso di estrema durezza; il capitano, spazientito, vorrebbe saltargli al collo, ma si sente il suono del campanello; il capitano si calma, ride, e lascia che l’uomo continui con le sue affermazioni. Il gioco scenico è molto divertente, ma non è finita: a un certo punto, Lucile è talmente indignata dalle cattive parole di Désambois da andare su tutte le furie; così, è il capitano a prendere il campanello e suonarlo a sua volta. Tutto finisce in uno scoppio di risa.
Non ho mai visto una scena meglio diretta e più allegramente concepita. In essa vi è tutto un certo tipo di teatro: è un modello di andirivieni ben equilibrato. L’effetto della scena è sempre straordinario, perché soddisfa i bisogni di simmetria del pubblico ed è un piacere per gli occhi e per le orecchie più che per l’intelligenza. È un teatro meccanico, dove l’osservazione è assente. Nella vita, ovviamente, non sono i colpi di campanello a correggere i difetti di un uomo. È probabile che il giorno seguente le nozze, il capitano urlerà e sferrerà pedate a più non posso, ma poco importa; quel campanello ha un suono talmente piacevole che basta e avanza a soddisfare il pubblico.

Conclusioni
Il volume contiene ancora l’atto unico La grammatica, un atto molto comico e arguto. Riassumerò il mio giudizio dicendo che se il primo volume dipingeva Labiche come il fantasista più sano e vigoroso che la Francia abbia mai avuto, nel secondo scopriamo un drammaturgo di più ampio respiro, in grado di elevarsi, a volte, fino alla grande commedia.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Eugène Labiche visto da Émile Zola (II)

Il presente saggio breve è tratto dal volume Nos auteurs dramatiques, Éditions G. Charpentier, Paris 1881, pp. 253-259. L’autore è Émile Zola. La traduzione è mia.

Emile ZolaMi sono permesso di dichiarare che Eugène Labiche è un semplice uomo che ride, e me ne sono pentito. Il mio pentimento è dovuto al fatto che c’è il rischio che a questa definizione non venga attribuito un significato ampio. Non ride chi vuole, soprattutto a teatro. La risata è uno dei doni più lieti e rari che si possano portare. E non vi è nulla di più francese della risata. Il genio nazionale passa per Rabelais, Molière, La Fontaine e Voltaire, e poiché ogni apprezzamento letterario è piuttosto cauto, è già un bell’elogio sostenere che un drammaturgo sa ridere.

Del resto, vi può essere profondo sdegno nella risata. Vedere l’uomo come un fantoccio senza importanza; studiarlo con la stessa curiosità con cui si studierebbe un grottesco insetto; fargli compiere, come unico esercizio, dei salti azzardati: sono tutti modi molto disprezzabili di trattare l’umanità. Come se essa non meritasse un’analisi più approfondita. Come se non la si potesse osservare per un solo minuto senza scoppiare a ridere. Non le si fa nemmeno l’onore di averne paura. Come se il suo massimo e unico scopo fosse quello di rallegrare i bambini in fasce e quelli un po’ cresciutelli. Dev’essere proprio questa l’opinione di Eugène Labiche, che mi ha scritto: “Non sono mai stato capace di prendere sul serio gli esseri umani”.

Resta la questione del temperamento. Tutti gli analisti faticano a prendere sul serio gli esseri umani. Solo che alcuni di loro si arrabbiano e altri si divertono. E poi, esistono due modi diversi di divertirsi: alla buona, come Eugène Labiche, o con amarezza e crudeltà, come i grandi satirici. L’abilità di Labiche consiste nello spingere l’indifferenza fino al punto di vedere nei vizi dei semplici incidenti comici. I suoi personaggi sono spesso delle marionette che egli fa danzare sopra l’abisso, per ridere della smorfia che essi gli rivolgono. L’autore si prende sempre lo scrupolo di avvertire il pubblico che lo scopo è quello di passare un’ora piacevole, e che la commedia, qualsiasi cosa accada, finirà nel miglior modo possibile.

La comicità di Eugène Labiche

Eugène LabicheHo spesso constatato che, quando si tratta di fantasia, l’audacia può spingersi molto in là nell’ambiente teatrale: poiché sia l’autore che il pubblico sono consapevoli che si sta scherzando, e che non vi è nulla di vero nella vicenda narrata, è lecito mostrare qualsiasi cosa e dire qualsiasi cosa. Labiche ha raggiunto livelli di eccellenza nell’originalità con cui è riuscito a sovvertire la realtà più spiacevole. La sua comicità è composta dalle crudeli verità della vita, osservate da un punto di vista caricaturale e messe in moto da una mente priva di amarezza che si mantiene, per scelta volontaria, sulla superficie delle cose. Non vi è nulla di più delicato di un simile strumento: una sola nota troppo energica, e il pubblico andrebbe su tutte le furie. Bisogna possedere un tocco molto leggero, sfiorare appena le piaghe umane in modo da generare, nel pubblico in sala, un effetto simile a un sollettichio. Non penso affatto che Eugène Labiche, quando ha iniziato a scrivere per il teatro, abbia ragionato su tutto questo; possedeva semplicemente un’ottima personalità; era destinato a diventare la risata della borghesia francese per più di un quarto di secolo.

Labiche, Meilhac e Halévy

Henri MeilhacNon è un onore da poco, il suo: mantenere allegre due o tre generazioni ed essere, per più di trent’anni, la gioia della Francia. Gli autori comici di grande talento, come Labiche, finiscono per essere i rappresentanti di una giocosità che occupa un posto ben preciso all’interno della storia del nostro costume. Ovviamente, non si ride allo stesso modo in tutte le epoche. La comicità di Molière non è quella di Beaumarchais, che a sua volta non è quella di Picard. E la prova di questo cambiamento, che va di pari passo con il rinnovamento sociale, consiste nel fatto che il teatro di Labiche inizia già a invecchiare. Adesso abbiamo Henri Meilhac e Ludovic Halévy, e quindi riprendo il parallelismo che ho compiuto poco sopra. Eugène Labiche è più convincente, più preciso; la sua comicità deriva da una serie di effetti che si ripetono, da situazioni spinte all’estremo limite della buffoneria. Meilhac e Halévy si contraddistinguono per una risata nervosa, preziosa e raffinata; catturano l’attenzione del pubblico con opere che assomigliano allo stufato parigino: accuratamente insaporite e aromatizzate con tutte le spezie artistiche e mondane. Per capirli e apprezzarli bisogna manifestare un certo fervore. E infatti mi è stato riferito che, in provincia, le loro pièces risultano di difficile comprensione per trequarti degli spettatori. Ultimamente, ho avuto modo di assistere a un nuovo allestimento di Un cappello di paglia di Firenze di Labiche. Questa farsa resta immortale; ma la sala si divertiva molto meno di un tempo, la trama sembrava troppo semplice, troppo alla buona, priva di una di quelle scene prese da una realtà un po’ più viva, come si cerca di fare oggi.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Eugène Labiche: lo “spirito” del Secondo Impero

Il presente frammento è tratto dal volume Le Théâtre au XIXe siècle. Du romantisme au symbolisme, Bréal Éditions, Rosny-sous-Bois 2001, pp. 102-103. L’autrice è Anne-Simone Dufief. La traduzione è mia.

Eugène LabicheLabiche ha conosciuto un successo enorme alla sua epoca, ma, a differenza di Eugène Scribe, il suo è un teatro vivo. Le sue opere sono regolarmente rappresentate e catturano l’attenzione dei registi più prestigiosi. Questo suo essere ancora presente sulle scene porta a una rivalutazione della sua opera che non può essere semplicemente relegata al rango dei divertimenti di un’epoca specifica; il critico Francisque Sarcey, ad esempio, il 05 maggio 1879 sul quotidiano Le Temps durante una ripresa del Viaggio del Signor Perrichon, affermava che questa pièce è un capolavoro degno della Comédie-Française: “Siccome Labiche si era sempre occupato di un genere ritenuto secondario – e tutti sanno bene quale importanza abbia, in Francia, la questione dei generi – non è mai stato inserito nel rango giusto”.

La pubblicazione, nel 1878, del suo teatro scelto, ha permesso di scoprire che quel teatro allegro e comico resisteva benissimo alla prova della lettura:
“Non avevo mai letto quelle pièces di Labiche che tanto mi avevano divertito sulla scena; immaginavo, come molti altri, che necessitassero del gioco fantasioso dei loro interpreti, e l’autore stesso contribuiva a confermare questa mia opinione grazie all’estrema modestia con cui parlava delle sue opere. Ebbene, mi sbagliavo; come l’autore e come tutti quelli che condividono questa idea. Il teatro di Labiche guadagna il cento per cento alla lettura; il lato burlesco scompare nell’ombra e il lato comico esce in piena luce; non si tratta più della risata nervosa e contratta in una smorfia di una bocca solleticata dai filamenti di una piuma; è la risata ampia e luminosa in cui la ragione fa da sottofondo”. (Émile Augier, introduzione al Teatro di Labiche, 1878)

Il viaggio del Signor PerrichonL’opera di Labiche conta circa 174 opere classificate come vaudeville, commedie-vaudeville, o semplicemente commedie; queste diverse denominazioni, tuttavia, non permettono di definire con precisione i sottogeneri. Labiche, a volte, lamentava che i direttori dei teatri lo costringessero a scrivere pièces troppo leggere con la conseguenza che esiste un contrasto evidente tra quelli che si possono considerare i suoi capolavori e i testi di circostanza. Tuttavia, l’immaginaria linea di demarcazione non separa tanto i primi dai secondi quanto gli atti unici dalle pièces in tre, quattro o cinque atti. Cercando, alla pari di Eugène Scribe, il riconoscimento delle istituzioni, Labiche tende ad avvicinarsi al modello della commedia neoclassica suddivisa in tre atti. Henry Gidel, studioso del teatro di Eugène Labiche e di Georges Feydeau, distingue nell’autore due tendenze principali: i vaudeville fondati su peripezie o equivoci, i cui esempi di maggiore successo sono Un cappello di paglia di Firenze (1851) e Il gruzzolo (1864), e le commedie dalla struttura più classica come Il viaggio del Signor Perrichon (1860) e L’amatissimo Célimare (1863).
Pierre Voltz, in compenso, sul numero speciale dedicato al vaudeville della Revue Europe, n. 786, ottobre 1994, vede in Labiche il creatore di un “terzo genere”, né vaudeville né commedia borghese, che egli definisce “genere Labiche” e di cui isola gli elementi permanenti: “Se da un lato c’è la tradizione della commedia borghese, di stampo realista (forse Labiche vi aspira ma essa non fa parte del suo repertorio), e dall’altra la tradizione della buffoneria gratuita che a metà del XIX secolo veniva chiamata vaudeville ma che, con Offenbach, assumeva il nome di operetta (la differenza tra i due generi riguardava più l’aspetto musicale che non il contenuto), Labiche non rientra in nessuna delle due categorie. Egli crea un terzo genere che fonde (attraverso queste due formule che egli utilizza a livelli diversi) le intenzioni del moralista e l’uso dell’esagerazione e che converte quest’ultima nella manifestazione scenicamente concreta delle prime. In Labiche, la deformazione comica (detta buffonesca, ma destinata in seguito a diventare surrealista o ancora assurda) è di tipo non naturalista ed è teatralizzazione del punto di vista di un moralista sul secolo e l’umanità”.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Un cappello di paglia di Firenze alla Comédie Française

Il presente articolo è tratto da La Revue des deux mondes, aprile 1938, première quinzaine, pp. 703-705. L’autore è Gérard d’Houville. La traduzione è mia.

Un chapeau de paille d'Italie - locandinaUn cappello di paglia di Firenze è una commedia di una stupidità rigorosa. Diverte gli uni, e annoia gli altri. Alcuni anni fa René Clair ne trasse una pellicola di una follia ritmica, sbalorditiva nel suo caos volontario, nella sua cacofonia ben orchestrata e nel suo epilogo così assurdamente comico il cui intreccio, prevedibile e insignificante, gli ha forse ispirato Il milione, uno dei film più belli del suo repertorio. Il regista teatrale Gaston Baty si è a sua volta appropriato di questa farandola démodé e le ha infuso quel carattere di sogno sconcertante che il cinema sapeva offrire così bene con i suoi giochi di luci e ombre.

“Il vaudeville è un incubo…” ha dichiarato Gaston Baty, e in effetti è proprio vero. L’avevo constatato e dichiarato io stesso, alcuni anni fa, a proposito del riallestimento di una pièce di Georges Feydeau: La signora di Chez Maxim. Il vaudeville e le sue complicazioni burlesche si impadroniscono della realtà ed estraggono il succo di fantasia inverosimile che essa contiene, malgrado la sua apparente piattezza. Anzi, proprio l’eccesso di questa piattezza finisce per trasformarsi in originalità. Una logica peculiare concatena una serie di peripezie inverosimili. Logica di sogni imbecilli… Tutti li abbiamo conosciuti questi sogni in cui, ad esempio, camminiamo in camicia da notte lungo i binari di una stazione, perdendo tutti i treni, cercando con angoscia i bagagli dimenticati… o in cui corriamo a prenderli, rientrando a casa inseguiti da un’orda di viaggiatori, vociferando e tentando inutilmente di impedire questa corsa così vitale… Tutti abbiamo sognato di dire in faccia a determinate persone tutto ciò che è assolutamente vietato dirgli… Tutti abbiamo errato senza fine lungo le strade deserte, rese bizzarre dall’atmosfera notturna, e siamo entrati in salotti in cui non eravamo invitati partecipando a feste o rimanendo coinvolti in disastri imprevisti e intravvedendo quella folla misteriosa di persone quasi reali che fluttuano tra la vita vera e il sogno.

An Italian Straw Hat

Gaston Baty, servendosi dell’intreccio e dei personaggi di Un cappello di paglia di Firenze, ha cercato di trasferire sul palcoscenico quell’atmosfera che René Clair aveva saputo creare al cinema e di catturare, attraverso i suoi attori, le apparenze di quello stadio intermedio e secondario di marionette che agiscono all’interno di un sogno. La sua scelta si è rivelata un successo e lo spettacolo che ha offerto al pubblico è davvero splendido. Le belle scenografie di Touchagues realizzate da Bertin; gli impagabili costumi in stile Secondo Impero, sempre disegnati da Touchagues e realizzati da Olga Choumansky per le attrici e dal laboratorio della Comédie Française per gli attori; la musica volutamente fantomatica di André Cadou che, per le parti cantate, si è servito di alcune partiture d’epoca; le luci gestite con accuratezza e il talento degli attori hanno contribuito a trasformare la serata in un divertimento inducendo il pubblico a manifestare la propria allegria con risate a scena aperta.

Alcuni rigoristi hanno affermato che la Comédie Française non avrebbe dovuto mettere in scena un testo di Labiche. E perché mai? Nel suo genere, Labiche è un classico e un classico, molto noto, della risata. Ahimè, nulla invecchia più rapidamente del riso! Ciò che un tempo sembrava estremamente comico, oggi non fa ridere affatto. Per divertirsi ancora quando si assiste a queste follie borghesi bisogna accentuare la loro desueta inverosimiglianza e la loro inventiva, che sembra uscita fuori dalla bocca di una pettegola surrealista.

The Italian Straw HatLa regia di Gaston Baty; la perfezione comica e colorata dei costumi; la gradevolezza dei balletti abbozzati, di tanto in tanto, per ridare al testo l’impulso necessario fanno di Un cappello di paglia di Firenze un grande spettacolo che vive di una vita artificiale ma di un’ironia gioiosa e di una buffoneria profondamente morale. Perché, andare a cercare lontano ciò che la buona sorte vi aveva già messo sotto il naso, è l’avventura più umana che esista, e quel cappello che Fadinard, sposo sconcertato, è costretto a cercare invano in tante case diverse si trova proprio a casa sua, portato come dono di nozze per la sposa da quello zio Vézinet, sordo e rimbambito, a cui nessuno presta attenzione. Eppure è proprio lui a detenere l’oggetto più importante dell’intera commedia, quell’astro di paglia attorno al quale ruotano tutte queste comparse esterrefatte, come un nugolo d’insetti alla ricerca del disco solare.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , | 1 commento

Leggendo Labiche si ride da soli

Il presente articolo è tratto da Il Dramma, 43° anno, n. 369-370, giugno/luglio 1967, pp. 21-24. L’autore è Jean Dutourd curatore dell’opera Œuvres complètes d’Eugène Labiche, Paris, Club de l’Honnête Homme, 1966-1968. La traduzione è di Costanza Andreucci per Il Dramma.

Eugène LabicheLa gloria più grande per uno scrittore non è quella di andare ad appassire come una vecchia farfalla scolorita tra le pagine del Petit Larousse, né avere una biografia pittoresca che faccia sognare generazioni di liceali, ma è entrare nel costume, incorporarsi alla natura, divenire un elemento di folclore. Pochissimi, anche fra i più grandi, arrivano a tanto. Probabilmente perché manca loro una certa gentilezza, una certa bonomia, una specie di bontà paterna, doti senza le quali non si accede a quell’onore supremo che consiste nel far parte del paesaggio.

Labiche fa parte del paesaggio francese. Egli ha il suo posto fra noi come la Tour Eiffel, il Petit Trianon, il parco Montsouris. Non c’è francese che non abbia sentito parlare di lui. Lo si scopre a dieci anni nella biblioteca verde, a ottant’anni lo si legge ancora. Una gloria come questa non è mai usurpata. In effetti, che resta del teatro francese del secolo XIX? Due autori: Musset e lui. Il piccolo clarinetto di Labiche suonava più a tono dell’ampio contrabbasso del père Hugo.

Ricordo perfettamente le letture della mia infanzia: voglio dire i grandi autori, quelli che contano per sempre: erano Dumas, Assoleant (Le capitaine Corcoran), naturalmente la contessa di Ségur, Léon Cahun (La Bannière bleue), Jack London, Christophe, Labiche. Non ho più riletto da trent’anni I tre moschettieri, mentre ogni sei mesi rileggo due o tre commedie di Labiche. Ogni volta sono sicuro che ritroverò esattamente ciò che ci vuole per sentirsi felici: allegrezza in tutte le righe, uno studio serio dell’uomo, parole che fanno scoppiare dal ridere. Leggendo Labiche, si ride da soli.

Il primo a fare quest’esperienza di solitaria letizia fu Émile Augier. Labiche l’aveva invitato nel suo castello di Launoy, in Sologne. “Un giorno – scrive Augier – si sposava la figlia di un castaldo del mio ospite e Labiche, per non lasciarmi solo, voleva condurmi con sé alle nozze, ma io preferii starmene a casa. Passai così la giornata nella biblioteca, e non ho memoria di giornata più divertente di quella: c’era là tutto il repertorio di Labiche. Non avevo mai letto quelle commedie che tanto mi avevano divertito sulle scene; immaginavo, come molti altri, ch’esse necessitassero dell’abilità degli interpreti, e lo stesso autore, d’altra parte, per la modestia con la quale parlava della sua opera, mi aveva avvalorata quell’opinione. E mi sbagliavo, come mi sbagliavo! proprio come si sbagliavano l’autore e tutti coloro che sono di quell’idea”.

Il teatro di Labiche guadagna il cento per cento alla lettura: il lato burlesco entra nell’ombra e viene in piena luce il lato comico.

Commedie di Labiche

Labiche è la lanterna magica del secolo diciannovesimo. I suoi personaggi – che io sappia – non sono stati recensiti come quelli di Balzac, ma a lume di naso ne conto più di mille. Tutto un mondo. Quarant’anni della società francese. Si va da Luigi Filippo alla Terza Repubblica.

Senza averne l’aria, senza darsi pensiero di costruire un’opera, discretamente, lavorando molto, Labiche è succeduto a Balzac. La società ch’egli dipinge è in un certo senso la continuazione de La Comédie Humaine; di quella stessa società Labiche ha proseguito la descrizione e ne ha mostrato l’evoluzione e la metamorfosi. Tesoro inestimabile.

Il borghese del 1860 non è più quello del 1830. Non ha più il vigore primitivo, l’imbecillità feconda dei Phellion, dei Thuillier, dei Baudoyer. Fenomeno curioso: nell’insipidire, i suoi tratti si sono evidenziati, e cioè, egli s’è rattratto come una caricatura. Ma gli resta la cosa essenziale: il suo linguaggio, che non s’è smosso quasi in nulla, che è ancora pieno di idiotismi, d’espressioni alla moda, di scimunitaggini. Labiche che aveva un orecchio straordinariamente fine ha colto tutto questo, e ciò costituisce uno dei pregi più interessanti del suo teatro.

Ecco della gente che parla il nostro stesso idioma, senza dubbio, ma in una maniera del tutto diversa, con delle tradizioni a noi ormai sconosciute, allusioni che tanto più ci paiono facete in quanto le comprendiamo un po’ a tentoni, esclamazioni allora d’uso corrente ma oggi insolite, ridicolaggini raddoppiate da giri di frasi fuori moda. […]

Il viaggio del Signor PerrichonIl secolo XIX è stato il secolo della stupidità e della descrizione della stupidità. Quando ammiriamo i grandi imbecilli francesi, Prudhomme, Bouvard e Pécuchet, il Signor Perrichon fino al Signor Fenouillard, ci si dimentica che costoro sono stati giovani e che hanno partecipato a delle rivoluzioni, poiché il secolo decimonono è stato anche il secolo delle rivoluzioni.

Labiche ce li mostra nei loro rapporti fuggevoli con la storia, ed è evidente ch’essi restano fedeli a se stessi.

E il bello è che il nostro autore non fa neppure della polemica. Egli si limita a riprodurre tranquillamente la realtà partendo da quel luminoso principio che i personaggi di una commedia non possono che restare personaggi di commedia anche in circostanze epiche. Da qui, un quadro imparziale, dunque molto più vero di quelli che dipingono, o avrebbero dipinto, scrittori interessati.

E non lo si può accusare d’essere pessimista per sistema.

In altre commedie, come ad esempio Abbasso la famiglia!, ci si rende conto ch’egli sapeva comprendere ed amare il popolo. Però quest’uomo privo di pregiudizi non considerava affatto sacro il popolo, trovando in esso lo stesso numero di imbecilli che fra i borghesi. Perché mai una classe sociale ne potrebbe essere miracolosamente risparmiata? […]

Nella letteratura francese del diciannovesimo secolo Labiche occupa un posto unico. Egli è il solo di tutti gli autori di quell’epoca ad aver ritratto la classe sociale che effettivamente dirigeva il paese. I piccoli borghesi di Labiche, nei loro minuscoli appartamenti, anziani commercianti, futuri funzionari esclusivamente intenti ad arrotondare le loro rendite e a far bella figura davanti alla gente, animati da egoismo veramente organico, costituiscono l’unica pittura in profondo d’una società che conosciamo molto male perché era discreta e preferiva alla fama i beni tangibili. A poco a poco questa classe ha modellato la nazione, le ha dato un viso nuovo, ha sostituito alle aspirazioni di grandezza, di gloria, di bellezza artistica dell’antica Francia il gusto del benessere, il conforto, il cieco individualismo, la prudenza vigliacca, la comoda bruttezza. Ecco quello che Labiche, unico della sua specie, ha saputo vedere e soprattutto ha saputo mostrare da grande autore comico, senza accusare, senza appesantirsi con tesi noiose, senza consegnarsi a oziose considerazioni moralistiche. Egli dipinge il quadro, e il quadro è completo e parla in maniera terribile, appunto perché è completo. Questo giovane allegro e modesto ha scritto un teatro crudele e implacabile le cui condanne senza appello vengono pronunciate sempre in mezzo agli scrosci di risa delle platee.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Eugène Labiche visto da Émile Zola (I)

Il presente saggio breve è tratto dal volume Nos auteurs dramatiques, Éditions G. Charpentier, Paris 1881, pp. 253-259. L’autore è Émile Zola. La traduzione è mia.

Emile ZolaÉmile Augier, curatore della prefazione al Théâtre complet di Eugène Labiche, esprime il seguente giudizio sull’autore: “Nella sua vita, come nel suo teatro, l’allegria sgorga dall’urna come un fiume in piena che trascina, alla rinfusa, la fantasia più bizzarra e il più solido buon senso, i discorsi strampalati più folli e il più sottile spirito di osservazione. Per costruirsi una reputazione da autore impegnato, gli manca solo un po’ di pedantismo; e una punta di amarezza per convertirsi in un moralista di grande levatura. Labiche non possiede né frusta né ferula; se digrigna i denti, lo fa per ridere, ma non morde mai. Non possiede quell’odio vigoroso di cui parla Alceste, protagonista del Misantropo di Molière; scrive come Regnard, per divertirsi e non per soddisfare il proprio ego”. Secondo me, questo giudizio è giusto e vero ed espresso anche in modo perfetto, solo ci sarebbe bisogno di approfondirlo un po’ per metterlo completamente in risalto.

La formula di Eugène Labiche
Innanzitutto, è importante sottolineare che la formula di Labiche è già invecchiata. Ha avuto un quarto di secolo a disposizione e questo, oltre ad avere i suoi lati positivi, è anche un periodo di tempo molto lungo. Per venticinque/trent’anni Labiche è stato la risata della Francia e ha regnato sulla nostra allegria. Pochi autori hanno conosciuto una gloria simile. Il fatto che egli rappresenti la risata di ieri è comprovato dall’esistenza di quella che io definirei la risata di oggi, e cioè i Signori Meilhac e Halévy. Provate a comparare La borsa dell’acqua calda (1874) o La cicala (1877) con Un cappello di paglia di Firenze (1851) e vi accorgerete subito delle notevoli differenze: la pièce meno recente presenta una maggiore bonomia e possiede una verve forte, vitale e umana rispetto a quelle più attuali che sono contraddistinte da una maggiore tensione e da una fantasia più limitata stuzzicata dai classici sapori parigini. Non si tratta di un semplice contrasto tra caratteri diversi, ma si tratta di un modo di agire appartenente a due epoche diverse e a due società diverse.

Mi piacerebbe approfondire ulteriormente questo confronto poiché ne risulterebbero nuove argomentazioni a favore di questa continua evoluzione teatrale, che amo così spesso constatare allo scopo di incoraggiare e difendere gli innovatori. Tuttavia, una simile scelta mi porterebbe fuori tema e finirei per non studiare più il teatro di Labiche, obiettivo principale di questa mia analisi.

Un cappello di paglia di FirenzeUno studio di questo tipo potrebbe estendersi per molte pagine, ragion per cui cercherò di essere il più sintetico possibile. Innanzitutto, ci tengo a parlare di Un cappello di paglia di Firenze, pièce convertitasi nella fonte di ispirazione di molti altri vaudeville successivi. Il giorno in cui Labiche la scrisse, non si limitò a realizzare un testo teatrale ma inventò un vero e proprio genere. Poiché l’invenzione si inseriva in un quadro efficace e possedeva quella flessibilità in grado di contenere tutte le buffonerie immaginabili, era destino che lo stampo così originato si protraesse nel tempo. Anzi, direi quasi che questo testo aveva un che di geniale, visto e considerato che non è da tutti inventare un nuovo genere teatrale. Infatti, nessuno degli autori attuali è ancora riuscito a rinnovare il genere vaudeville – la fantasia che lo contraddistingue non è né più ampia né più folle di allora e nemmeno la risata è più sana o più spontanea dei tempi di Labiche – . Ovviamente, in questo contesto, non si vanno ad analizzare lo spirito di osservazione, la veridicità e lo stile. Bisogna accettare l’opera per quello che è: una farsa bonaria, senza alcuna pretesa, superbamente concepita per la scena.

A parte Un cappello di paglia di Firenze, i testi che ho letto con maggiore interesse sono gli atti unici che completano il primo volume del già citato Théâtre complet, come ad esempio Il misantropo e l’alverniate, Edgard e la sua cameriera e Una figlia sotto stretta sorveglianza. Attraverso di essi si manifesta tutto il talento di Eugène Labiche poiché si percepiscono chiaramente le basi che ne hanno determinato lo sviluppo e le ragioni del suo successo. Si tratta sempre della stessa bonomia, e della solita risata facile, ma qui non siamo più nella fantasia assoluta; l’autore sfiora la vita, salta a piè pari la melma, tocca con la punta delle dita le piaghe più aperte. È un uomo gentile che gioca con il fuoco, senza bruciarsi e senza mai spaventare nessuno.

Il misantropo e l’alverniate
Nel Misantropo e l’alverniate, Chiffonnet, ricco redditiere, arde dal desiderio di sapere sempre la verità. La vuole, la esige a ogni costo. Così, per raggiungere il suo scopo, stipula un accordo con l’alverniate Machavoine promettendogli vitto e alloggio a patto che lui gliela dica sempre e comunque. Un’ora dopo, Chiffonnet non solo è stufo dell’uomo ma, a causa del suo comportamento, si ritrova anche con la reputazione compromessa, sicché sarebbe disposto a cedere la metà del suo patrimonio pur di liberarsi dello scocciatore. Questo è il soggetto di una satira molto amara. Affidate una tematica del genere a un autore comico inglese del XVII secolo – Ben Jonson, ad esempio – e scoprirete da soli per quali strade disonorevoli è in grado di trascinare l’umanità. Machavoine spiffererà in faccia a tutti i personaggi le verità più abominevoli, ma con Eugène Labiche l’amarezza scompare e resta solo una sonora risata di fronte alle situazioni imbarazzanti in cui l’alverniate finisce per cacciare il misantropo; e tutta l’allegria nasce dal cambiamento di mentalità che avviene in quest’ultimo proprio a sue spese. Ci troviamo di fronte a un’importante questione filosofica districata attraverso una buffoneria.

Il misantropo e l'alverniate

Edgard e la sua cameriera
Passiamo ora a Edgard e la sua cameriera. Qui siamo di fronte a uno studio di costume; il caso affrontato, infatti, è uno dei più delicati e scabrosi che si possano presentare in una famiglia. Il giovane rampollo, Edgard, ha avuto una relazione con Florestine, la cameriera di sua madre. Tuttavia è sul punto di sposarsi, e siccome il rapporto con la cameriera lo annoia manifesta la volontà di interromperlo. Florestine, però, non è affatto d’accordo: desidera essere amata ed elabora ogni stratagemma pur di impedire il matrimonio. Una simile tematica è poco morale. Con essa si potrebbero scuotere tutti i bassifondi del gabinetto da toeletta e della cucina. Le fatali promiscuità della vita familiare, le licenziose compiacenze e la tollerata sconcezza che si accomoda all’interno del focolare vengono tutte messe in gioco con estrema crudezza, ma non temete. Eugène Labiche si farà una risata talmente grassa, e uscirà dalla realtà con un tale slancio di folle fantasia, da eliminare dal soggetto qualsivoglia aspetto offensivo. E visto che la cosa ha lo scopo di far ridere, ed è quindi irreale, perché mai dovremmo arrabbiarci?

Una figlia sotto stretta sorveglianza
Ora parlerò di Una figlia sotto stretta sorveglianza. Questa volta superiamo ogni limite. La tematica è così ripugnante che per riuscire a rappresentarla, e a farla accettare dal pubblico, è stata necessaria un’enorme fatica. La Baronessa De Flasquemont si reca a una serata danzante e lascia la figlia Berthe, di appena sette anni, sotto la sorveglianza dei domestici Saint-Germain e Marie. La bambina dorme. Appena uscita la Baronessa, Marie e Saint-Germain programmano di recarsi al bal Mabille, che si trova poco distante dall’abitazione; Berthe, però, si sveglia e pretende di andarci anche lei. Così, i domestici la portano a fare bisboccia e la bambina rientra, in seguito, seduta a cavalcioni sulle spalle del carabiniere Rocambole. Nel frattempo, la Baronessa torna a casa prima del previsto ed è sempre sul punto di accorgersi della sparizione della piccola.
Cosa si può pensare di uno spettacolo del genere in cui si vedono due domestici spingere una bambina di sette anni sulla strada della perdizione? Berthe, oltre a essere una ragazzina molto sveglia, assume i seguenti comportamenti: beve acquavite al bal Mabille, si reca nella caserma dove risiede Rocambole, rientra a casa ubriaca e, per finirla in bellezza, sente e ricorda alla perfezione una canzoncina militare piena di sottintesi sboccati. Non sarebbe il caso, per la critica pudibonda, di indignarsi almeno un pochino? Che sacrilegio! Che brutto modo di rubare la purezza a una ragazzina! Un essere così candido avviato su una strada simile! Ve la immaginate voi una bambina di sette anni che barcolla, finisce immischiata nelle relazioni amorose dei domestici e poi rientra con gli occhi lucidi da un ballo per fanciulle e da una caserma dei carabinieri? È lo schiaffo più crudele che si possa dare all’infanzia ed è anche il modo più categorico di mostrare i vizi dell’anticamera, che penetrano in salotto e in camera da letto, e vanno a colpire addirittura le bambine nella loro culla.
Una figlia sotto stretta sorveglianzaLa cosa più divertente è che Una figlia sotto stretta sorveglianza è stata scritta su commissione per permettere a Céline Montaland, considerata talentuosa quanto un Daubray in miniatura, di debuttare sulle scene nel 1850. Era necessario trovare un ruolo per questa bambina prodigio, un ruolo che le permettesse di recitare, saltare, mostrare i denti bianchi e cantare un motivetto veloce. Eugène Labiche si era incaricato di scrivere questo ruolo e così ne è nata la pièce di cui sopra, che ha suscitato grandi risate malgrado il fatto che un piccolo dettaglio in meno o in più sarebbe bastato a costernare e atterrire la sala.
Credo sia inutile che io mi soffermi a specificare il dramma spaventoso che si nasconde sotto questa farsa. Con un soggetto simile, farsi fischiare sarebbe molto facile. Basterebbe soffermarsi un po’ di più su alcuni punti, infondere maggiore verità a qualche scena, eliminare le capriole da qualche altra e il risultato sarebbe garantito. Un osservatore più pungente, o un autore che nutre profonda passione per ciò che vede, scandalizzerebbe tutti fin dalle prime battute, ma se a occuparsi dell’argomento è Eugène Labiche tutte le mostruosità scompaiono, o se non altro finiscono nascoste sotto un’allegria così gioiosa che non vi è più ragione di disgustarsi. È così grave una constatazione di questo tipo? Il pubblico in sala sa benissimo che lo spettacolo a cui assiste è solo un gioco; e nel caso in cui se lo dimenticasse, bastano una strizzata d’occhio dell’autore, un gioco di parole o una situazione strampalata per ricordarglielo. La pièce, nella sua struttura, nei suoi fantocci e nel suo stile, espone un cartello che dice: “È solo una buffonata”. E di conseguenza, ridiamo.

Considerazioni generali
Dal mio punto di vista, la caratteristica principale del talento di Labiche è proprio questa. Egli ha creato una caricatura della vita, e una delle caricature più divertenti e innocenti che si possano vedere. È da questo che derivano l’enorme successo e il grande favore del pubblico. Il pubblico non vuole che qualcuno lo scuota, e non ci tiene nemmeno a vedere il marciume dell’umanità con la scusa di farlo divertire. Ancora oggi ridiamo quando assistiamo alle commedie di Molière, a volte a denti stretti o colti da una sensazione di malessere quando intuiamo la disperazione che si cela dietro le loro trame. Eugène Labiche entra in scena da uomo bonario, affrontando tematiche di vita, ma con una fantasia che si pone l’obiettivo di ridere di qualsiasi cosa. Quando la verità è troppo triste, lui le fa compiere una capriola, e quella capriola è irresistibile. In fondo, all’autore non interessa sapere se ci sono la melma e i delitti, poiché egli trova che ci sia innanzitutto la risata. Gli esseri umani si trasformano in comicissime marionette. Quindi egli non è né un moralista né un filosofo, ma un semplice uomo che ride.
Questo è lo stesso giudizio espresso da Émile Augier. Mi sono solo permesso di approfondirlo ulteriormente e di sostenerlo con delle prove. Non bisogna rimpiangere il fatto che Eugène Labiche abbia dimostrato una totale mancanza di pedantismo; il pedantismo è una brutta cosa. Quanto all’amarezza, serve per le grandi opere. Tra Molière e Labiche vi è solo un abisso: l’amarezza. È come un fiume che scorre nelle opere dei grandi osservatori. Chi conosce gli uomini, prova amarezza, e questo gusto amaro è quasi sempre come il sapore stesso della genialità. Gettate via la ferula, ma tenete in mano la frusta.

Pubblicato in Eugène Labiche teatro | Contrassegnato , , , , , , , | 1 commento