L’allegria vertiginosa delle farse di Labiche

Il presente articolo è tratto da Radiocorriere TV, 18-24 agosto 1963, p. 15. L’autore è Carlo Maria Pensa.

La crisi della Comédie-Française

Di crisi, la gloriosa storia della Comédie-Française è piena: d’ogni genere e d’ogni grado. Ma è strano che una delle più clamorose se non, come qualcuno ha detto, la più grave, si sia accesa, tre o quattro anni fa, attorno al nome di un autore che aveva speso tutta la sua vita, dal 1815 al 1888, per spandere attorno a sé, col suo carattere e con le sue opere, soltanto allegria e serenità. Era Eugène Labiche; e se ne dovette discutere persino in Parlamento dove il Ministro della Cultura, André Malraux, cercò di difendere il governo accusato d’aver proibito le rappresentazioni, nell’austera Casa di Molière, d’una commedia del famoso scrittore a vantaggio di illustri ma barbose tragedie destinate a lasciar vuote di denaro le casse e di spettatori le poltrone del grande teatro.

“Il governo non ha niente contro Labiche!”, proclamò Malraux; “tant’è vero che il nostro primo ministro (che allora era Michel Debré) è il presidente dell’Associazione Amici di Labiche”. Le assicurazioni di Sua Eccellenza non valsero, comunque, a calmare le acque; la Francia è un paese di raffinata civiltà teatrale e perciò la polemica si trascinò per mesi con l’intervento dei più autorevoli esponenti della cultura e col risultato che Eugène Labiche, a oltre settant’anni dalla morte, vinse la sua ennesima battaglia.

Théâtre des Bouffes-Parisiens

Théâtre des Bouffes-Parisiens

L’opinione di Philippe Soupault

Il poeta Philippe Soupault, uno dei fondatori del movimento surrealista, che durante la seconda guerra mondiale, imprigionato a Tunisi dal governo di Vichy, aveva approfondito i suoi lunghi studi su Labiche rileggendone (grazie all’autorizzazione concessagli dal giudice istruttore del tribunale militare, “uno dei più perfetti imbecilli che io abbia conosciuto”) il teatro completo, saltò su a dire senza mezzi termini: “Labiche è, con Alfred De Musset, il più grande autore drammatico del XIX secolo e, dopo Molière, è il più grande autore comico di Francia”.

È un giudizio categorico, forse troppo; ma non tanto lontano da una valutazione obiettiva, se è vero, come è vero, che le commedie di Labiche, dopo aver incantato il pubblico e sorpreso la critica dell’Ottocento, sono state felicemente depredate per decenni e ancora oggi reggono con grazia e disinvoltura le prove del palcoscenico e del teleschermo. […]

Il metodo di Labiche

Voler cercare un segreto nel modo di lavorare di Labiche sarebbe, più che inutile, assurdo. Il fatto è, a nostro avviso, ch’egli seppe sempre governare con estrema saggezza, sebbene abbia scritto e fatto rappresentare montagne di copioni (lui stesso parla di 170, altri addirittura di 300); fra tante opere, solamente sei o sette ne compose da solo. Per tutte le altre ebbe un collaboratore, da Augier a Martin, da Lefranc a Marc-Michel, da Gondinet a Dumanoir. Ma l’impronta è sua, lo stile, il gusto, il sapor comico sono suoi: inconfondibili.

Saggezza vuol dire organizzazione. A ventisei anni Labiche si sposò sistemando agiatamente la sua posizione economica e cominciando, dopo i felici risultati che già aveva raggiunto, a costruirsi con metodo la fama di cui è tuttora circondato e alla quale, probabilmente, sarebbero bastati titoli come Il Cappello di paglia di Firenze, Il più felice dei tre, La cagnotte oltre al Viaggio del Signor Perrichon. Ai collaboratori chiedeva un’idea, lo stimolo a lavorare e la fiducia nelle sue capacità. Era una ricetta semplice e infallibile.

Oltre tutto, era modesto; possedeva, cioè, una virtù rara: con essa sbalordì e conquistò Parigi e con essa, non appena i favolosi diritti d’autore glielo permisero, si comperò alcune centinaia di ettari di terra in Sologne che trasformò in una zona agricola modello accettando poi la carica di sindaco di Souvigny che tenne, soprattutto durante la guerra del 1870, con profonda dignità e singolare destrezza. Qualche anno dopo l’invasione dei prussiani, scrisse la sua ultima commedia. “È troppo presto, smettere ora, Signor Labiche”, gli dissero. “Uno scrittore di teatro”, rispose, “deve ritirarsi troppo presto per non correre il rischio di ritirarsi troppo tardi”.

La nomina ad accademico arrivò solo nel 1880. Con lui, fu osservato, il più antico genere teatrale francese, la farsa, entrava finalmente nella massima assemblea della cultura, riconosciuto e legittimato. L’abito verde stava bene indosso a Eugène Labiche: era il buon borghese che aveva deliziato la buona borghesia traendo da essa i suoi stessi personaggi: gente guardata con spirito scevro di cattiveria, fanciulle un po’ sciocchine ma sanamente pudiche, madri oculate, padri fieri e un tantino sospettosi, giovani non abbastanza coraggiosi per essere intraprendenti né abbastanza timidi per essere sciocchi. E, dentro alle sue storie, sempre un’invenzione; sempre un meccanismo perfetto; sempre un artificio credibile. Il vaudeville tocca il suo grado più alto; il senso della misura sostituisce l’impegno dell’arte, una gaiezza immediata elimina la volgarità, il ritmo vorticoso non fa rimpiangere l’assenza di un linguaggio preciso, le strofette e i couplets arrivano puntuali al momento giusto.

Théâtre de la Renaissance

Théâtre de la Renaissance

Il vaudeville

Il vaudeville è stato rivoluzionato, proclamò Sarcey all’indomani del Cappello di paglia di Firenze; e perché Sarcey, da quel ruvido che era, si lasciasse andare a una simile dichiarazione bisognava proprio che si fosse impressionato. […] Philippe Soupault, nell’infuocata difesa alla quale accennavamo sopra, invitò i francesi a rileggere Labiche poiché “la lettura del suo teatro, come aveva predetto Emile Augier, conferma l’ammirazione da cui si è presi quando si ride assistendo alla rappresentazione di una delle sue commedie”. Anche in Italia, per la verità, una ripresa di Labiche si è tentata, e abbastanza felicemente. Che la televisione, con Il viaggio del Signor Perrichon prima e con I due timidi poi, si inserisca in questa impresa, ci sembra un fatto da non sottovalutare.

Le foto dei teatri sono tratte dal sito: http://www.regietheatrale.com

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Una cicala in casa di formiche (La cigale chez les fourmis)

Il presente articolo è tratto da Pages inédites de critique dramatique: 1874-1880, Librairie de France, 1930, pp. 57-58. L’autore è Alphonse Daudet. La traduzione è mia.

Una cicala in casa di formicheLa casa in cui vive la famiglia Charmeroy, protagonista dell’atto unico Una cicala in casa di formiche, è quanto di più borghese, meschino, brutto e ridicolo si possa immaginare. I poveretti non lo sospettano minimamente, e il modo in cui ne acquisiscono consapevolezza è abbastanza originale.

Sul punto di maritare la figlia Henriette con un giovane e vivace visconte, il Signore e la Signora Charmeroy ricevono dalla dama, amica loro, che si è incaricata di combinare il matrimonio, una lettera il cui tono è più o meno questo: “Riflettete bene, caro visconte, prima di prendere una decisione definitiva. I Charmeroy sono gente onesta, ma la cosa finisce lì. Il padre è un borghese arricchito, dal cervello piccolo e dalle numerose manie. La madre è avara oltre ogni limite. Una vera formica, pignola e parsimoniosa. Prendete tutte le dovute precauzioni prima di avventurarvi nel formicaio”. Potete immaginare lo stupore di questi bravi borghesi che sgranano gli occhi nel leggere una lettera evidentemente indirizzata a qualcun altro e inserita nella busta sbagliata. “Ah, è così che ci trattano? Ci accusano di essere formiche, di accumulare beni, di tesaurizzare; ebbene, gli dimostreremo di non tenere affatto al denaro e di essere capaci di spendere almeno quanto gli altri”. La scena risulta divertentissima e si ride tanto dell’ingenuità del capofamiglia Charmeroy convinto, in buona fede, di spendere ogni anno tutti i suoi duecentomila franchi di reddito solo perché non li conserva in cassaforte ma li investe in azioni delle ferrovie o in buoni dello Stato.

D’altronde, queste brave persone non ci metteranno molto ad accorgersi delle difficoltà di spendere il proprio denaro quando non si è abituati a farlo. Per fortuna, una cambiale conduce a casa loro un giovane viveur disorientato, e a quanto dice “spiantato”, più esperto nel maneggiare i soldi, che è stato capace di accumulare in un paio di anni un patrimonio di due milioni; sarà proprio lui a dargli, seduta stante, una lezione di prodigalità.

Il discorso è forse un po’ troppo lungo, ma poiché è Delaunay a incaricarsene e lo declama con la sua eterna giovinezza e squisita arte, il pubblico ha ascoltato fino in fondo, non senza piacere, questo originale corso di acconciatura, letteratura e arredamento. Non serve dire che alla fine il giovane professore sposa la Signorina Charmeroy, soggiogata da tanto spirito e da una tale totalità di conoscenze. Accanto a Delaunay, l’attore Barré, nel ruolo di Charmeroy, è di una soave bonomia borghese. La Signorina Tholer ha solo una particina e la interpreta abbastanza bene, ma viene da chiedersi perché continui a imitare i sorrisi e le moine della Signorina Croizette.

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Rue de l’homme-armé 8 bis: il fiasco di Eugène Labiche

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Journal des Débats, 01 ottobre 1849. L’autore è Jules Janin, la traduzione è mia.

Rue de l’hommé-armé 8 bis, commedia-vaudeville in quattro atti di Eugène Labiche e Eugène Nyon.

Rue de l'homme armé 8 bis (Labiche)In questo momento storico anche la parola più innocente può suscitare forti collere visto che il teatro, chissà mai perché, si è trasformato nella succursale dei club e delle sale chiuse. Grazie a Dio io ignoro completamente la struttura di un club, ma immagino che al suo interno si susseguano gli stessi tumulti, scompigli, obiurgazioni e imprecazioni improvvise che si respirano nei nostri teatri politici. La minima allusione, la minima ironia basta a far esplodere una bomba mentre le canzoni del disordine si fanno sentire con le loro arie minacciose e implacabili! Vi basti pensare che al Teatro delle Variétés, che non ha nessuna colpa, un vaudeville pieno di arguzia e di onesta allegria ha rischiato per un attimo di farci sentire le campane dei Vespri Siciliani o della notte di San Bartolomeo! Questo vaudeville, che si portava dietro, sui fianchi semiscoperti, tante tempeste quante quelle contenute nell’otre di Eolo, ha avuto innanzitutto il grande torto di possedere un titolo sciocco e pretenzioso, Rue de l’homme-armé 8 bis, quando avrebbe dovuto intitolarsi Les Tribulations du Proprietaire!.

Di solito, quando si possiede una certa arguzia, è importante utilizzarla all’interno della propria opera e non al di fuori di essa. Les Saltimbanques! Les Bonnes d’Enfants! Le Bénéficiaire!, ecco qua degli ottimi titoli che non complicano inutilmente le cose. Questa Rue de l’homme armé, che a quanto sembra era molto conosciuta dagli esperti di barricate, era un enigma non risolvibile per le persone che abitualmente frequentano Rue Saint-Honoré, il Quai Voltaire o i boulevard. Per prima cosa, era dunque necessario attribuire un significato a questo homme armé, e il pubblico ha finito per vederci quello che non c’era: un insulto agli operai. A quel punto sono esplose le urla, le ingiurie, la rabbia, l’indignazione! Al contrario, se la locandina avesse specificato che si trattava di prendersi gioco delle disgrazie di un proprietario, tutti sarebbero rimasti al loro posto e lo spettacolo sarebbe filato liscio fino alla fine.

Del resto, è così bonario quest’uomo che decide di comprarsi una casa – proprio alla vigilia del 24 febbraio 1848 quando Luigi Filippo abdica! –. Appena concluso l’acquisto, l’edificio diventa un corpo di guardia; le pietre del suo cortile vengono sfruttate per la barricata più vicina; i locatari o disdicono il contratto o minacciano il nuovo proprietario di impiccarlo se solo osa inviargli una quietanza; i più assennati gli portano una corona e un cartello con specificato che lui li alloggia gratis. Un altro giorno, il locatario del secondo piano dà un ballo e le ballerine ruzzolano giù dal soffitto sfondato trasformatosi nella voragine di Marco Curzio. Che fare? Riparare il soffitto, certo; ma il nostro povero Chevillard non ha fatto i conti con l’idraulico, il muratore, il carpentiere, il decoratore. Egli aspetta, invano, i comodi di questi signori. E una scena del genere non rappresenta, in fondo, la realtà? Chi di noi non ha aspettato, anche per un nonnulla, per ben più di otto giorni un operaio che non arriva? Ecco dunque la causa scatenante del furore del pubblico. “Se la prendono con gli operai!”, ha urlato qualcuno, come se al giorno d’oggi non ci fosse un continuo prendersela con tutti, come se l’attacchino godesse di maggiori privilegi del segretario di Stato. “Se la prendono con gli operai!”, Mangiar dell’erba altrui…! ma si può dare azione più nefanda? La morte era una pena troppo blanda per espiar sì orribile misfatto (La Fontaine, Gli animali malati di peste).

Labiche teatroE gliel’hanno fatta pagare sì ai due autori, che avevano trovato una commedia divertente e autentica, piena di uno spirito a volte un po’ grossolano ma comunque buono. Il pubblico li ha insultati, fischiati e messi alla gogna; sui più importanti quotidiani parigini, hanno avuto l’onore della prima pagina con un titolo sfavillante rosso ardente. Ancora adesso, i due malcapitati, quando confrontano la bontà della loro versione con la traduzione violenta che il pubblico ne ha fatto, o quando pensano che mille trombe di bronzo hanno suonato la loro ouverture concepita per due flautini, si chiedono se per caso sono finiti in balia di qualche brutto sogno, se la sera prima non si sono forse rimpinzati di vitello al sangue, se magari si sono addormentati presso qualche locale notturno per poi risvegliarsi alla scuola dell’abate Châtel.

In questa Rue de l’homme-armé, Leclère è semplicemente magnifico. Pronuncia molto bene la battuta: “Nella mia casa manca un portiere” e mette in scena il ruolo di un proprietario sventurato con grande bonomia e con tutta quella speranza che uno porta con sé negli abissi di un paradiso collerico!

N.d.T.: A causa delle proteste del pubblico il Teatro delle Variétés fu costretto a interrompere le repliche di Rue de l’homme-armé dopo 14 rappresentazioni.

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I trentasette soldi del Signor Montaudoin (Les 37 sous de Monsieur Montaudoin)

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Temps del 05 gennaio 1863. L’autore è Louis Ulbac. La traduzione è mia.

Alphonse Jolly e Eugène Labiche (caricatura di Lhéritier)

Alphonse Jolly e Eugène Labiche (caricatura di Lhéritier)

Il Palais-Royal si è preso la sua rivincita su una rivista non proprio soddisfacente con il divertente vaudeville I trentasette soldi del Signor Montaudoin, un successo assicurato in anticipo dal fatto che gli autori sono Labiche e Martin. La pièce ha rallegrato il pubblico, rattristato dalla rivista precedente, e l’attore Geoffroy, alla sua seconda esperienza sul palcoscenico del Palais-Royal, ha conosciuto un nuovo trionfale successo.

Un tempo, il Signor Montaudoin era il migliore degli uomini, nonché il più gioviale; poi, all’improvviso, si è trasformato in un uomo cupo e taciturno e in un marito e padrone estremamente sospettoso, in pratica: un tiranno. Montaudoin ha un segreto, che tiene celato da ben vent’anni e che lo sta a poco a poco consumando. Ogni giorno, dopo la nascita della figlia che all’inizio della pièce sta per contrarre matrimonio, qualcuno lo deruba: trentasette soldi, né uno di più né uno di meno, da vent’anni. Perché una cifra così bizzarra e cabalistica? Perché proprio trentasette soldi e non due franchi? Cosa si nasconde dietro un simile mistero? Il pubblico lo scoprirà dalla Signora Montaudoin, moglie impeccabile. È lei la responsabile del furto, e lo fa per mettere da parte una dote per la figlia. In questo modo, il giorno della firma del contratto di matrimonio, potrà orgogliosamente aggiungere 13.505 franchi agli 80.000 tanto promessi e sbandierati dallo stesso Montaudoin.

A questo punto, però, subentra una difficoltà. Come confessare al marito, all’oscuro di tutto, il furto da lei commesso per vent’anni? Chi potrebbe consegnare i 13.505 franchi? La brava madre si rivolge a un amico, Pénuri, arrivato espressamente da Arpajon per consegnare alla futura sposa dodici portatovaglioli ad anello e un distico. La donna lo supplica di farsi carico di un simile atto di generosità e l’uomo si lascia convincere. Tuttavia, l’elargizione in denaro di Pénuri, noto per la sua avarizia, incrementa i sospetti di Montaudoin e lo mette di malumore. Se Pénuri si permette di versare una dote per sua figlia, significa che ne è il vero padre e che Montaudoin, oltre a essere vittima di furto, è anche cornuto.

La tematica è la stessa del dramma in cinque atti Misanthropie et Repentir di Kotzebue, ma viene trattata con allegria: Montaudoin interrompe continuamente la firma del contratto in base ai suoi scatti d’umore; il notaio va e viene dalla sala della cerimonia; Pénuri resta basito di fronte a situazioni che non capisce. Tutto questo costituisce la base della comicità.

Eugène Labiche è un autore molto spiritoso e dall’incredibile talento immaginativo, ma è anche molto bravo nello sfruttare i procedimenti da lui stesso inventati. Il corteo nuziale che si sposta in continuazione è una fonte inesauribile di quiproquo e di grasse risate. Si era già visto in Un cappello di paglia di Firenze, ma anche in questa circostanza si rivela indispensabile; il che ci induce ad affermare che questo “benedetto” corteo lo rivedremo ancora.

Edouard Martin (caricatura di Lhéritier)

Edouard Martin (caricatura di Lhéritier)

Geoffroy, nella parte di Montaudoin, fa del suo meglio per risultare piacevole e divertente ma, cosa strana eppure facile da prevedere, questo eccellente attore e comico, così estroverso sul palcoscenico del Teatro del Gymnase, fa fatica a suscitare la stessa ilarità di Gil-Perez, Lassouche e Hyacinthe. Il teatro del Palais-Royal, votato quasi esclusivamente al grottesco, sembra aver messo in difficoltà questo artista, che conosce bene il suo mestiere anche in tutti gli aspetti più nascosti, facendolo risultare meno comico delle sue spalle. È tutta una questione di prospettiva, ma è anche una lezione per chi abbandona l’ambizione del successo artistico per quella del successo patrimoniale.

Detto questo, non ci sono dubbi che I trentasette soldi del Signor Montaudoin farà incassare soldi a palate ai suoi autori.

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La dama col cagnolino (La dame au petit chien)

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Siècle il 16 febbraio 1863. L’autore è E.-D. De Biéville. La traduzione è mia.

Quadro di Madeleine Lemaire

Quadro di Madeleine Lemaire

Il Palais-Royal allestisce una nuova farsa in un atto di Labiche e Dumoustier, La dama col cagnolino.

Un capitalista, Monsieur Defontenage, insegue un giovane pittore a causa di una cambiale da diecimila franchi che questi non ha pagato il giorno della scadenza. L’artista insolvente, Eugène Roquefavour, si presenta a casa del creditore e gli dimostra la sua buona fede offrendosi, prima del pignoramento, di far trasportare in loco i suoi mobili ed effetti personali per lasciarglieli in pegno. Gli consegna perfino il letto e la sua biancheria che la legge gli consentirebbe comunque di tenere. Tutto ciò che chiede in cambio è il permesso di recarsi, di tanto in tanto, a casa di Defontenage per cambiarsi d’abito e dormire.

Defontenage, che è di una stupidità senza pari, accetta, malgrado egli abbia anche una moglie. Solo per far trasportare a casa sua i mobili di Roquefavour, è costretto a sborsare una somma corrispondente a tre volte la cambiale del suo debitore, ma se ne preoccupa poco perché c’è sempre il pegno. Roquefaveur, tuttavia, si installa in casa sua, si fa servire dai suoi domestici e si permette di corteggiare sua moglie, una donna molto bella con la quale aveva scambiato alcune parole alle Tuileries perché aveva inavvertitamente calpestato il suo cagnolino.

Defontenage inizia a pentirsi della sua scelta, e cerca di rispedire il debitore a casa sua. La moglie, però, che considera il pittore una persona gentilissima, racconta al marito che l’uomo è lo sconosciuto che l’ha coraggiosamente salvata dai flutti l’estate prima a Le Havre. Grazie a questa astuta bugia, Roquefaveur resta a casa di Defontenage a fare da terzo incomodo.

Viene da chiedersi perché la censura abbia autorizzato La dama col cagnolino e invece vietato I diavoli neri di Victorien Sardou. Forse perché La dama col cagnolino parla di una donna sposata che tradisce il marito piazzandogli in casa l’amante, mentre nei Diavoli neri si narra della passione di una vedova? Qualunque sia la ragione, non lamentiamoci dell’indulgenza. L’implausibilità e la buffoneria della pièce fanno sì che il pubblico la interpreti come una storiella divertente senza alcuna conseguenza.

Lhéritier e Priston sono molto gradevoli nei ruoli di Defontenage e Roquefaveur. La signorina Théric, invece, è una gran bella dama col cagnolino.

La dama col cagnolino (foto di Arthur Pequin)

La dama col cagnolino (foto di Arthur Pequin)

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Il gruzzolo (La cagnotte)

Il presente articolo è tratto da Impressions de théâtre, 9ème série (1888-1898), pagg. 57-61. L’autore è Jules Lemaître. La traduzione è mia.

Il testo è il resoconto della conferenza tenuta da Francisque Sarcey su Il gruzzolo di Labiche.

Il gruzzolo (La cagnotte)Ero in ritardo di alcuni minuti. Quando entrai in sala, LUI (Francisque Sarcey) stava dicendo: «…Durante la prova generale, Dormeuil rimase sconvolto e sostenne che era una colossale idiozia. L’autore a quel punto rispose che poteva anche darsi ma lo avremmo scoperto solo in seguito. Il giorno della prima, Dormeuil, completamente disgustato, partì per la campagna promettendo di rientrare solo dopo l’ultima replica. Fu costretto a tornare prima del previsto perché la pièce fu rappresentata per trecento sere di fila.

L’opera teatrale in questione era Un cappello di paglia di Firenze.

Il pubblico si era subito accorto di aver trovato esattamente quello che cercava. Cosa c’era dunque di nuovo in questo capolavoro? Semplice. Immagino già sappiate come si svolge la trama. Un uomo, seguito da un corteo nuziale, insegue un cappello di paglia per cinque atti e lo trova solo alla fine del quinto. Scommetto di indovinare quello che state pensando: non lo si può certo definire un miracolo dell’ingegno umano. Vero. Ma nessuno aveva mai portato a teatro una storia del genere. L’idea di questa caccia disperata, bisognava pur averla; e Labiche era stato il primo.

No, mi sto sbagliando. Un abbozzo dell’idea era già presente in Molière, perché tutto è in Molière. Sembra di vedere il suo Signor de Pourceaugnac inseguito da quei buffoni che lo prendono di mira, scomparire dietro una porta, poi ricomparire da un’altra, sempre minacciato da quei faceti importuni finché non si vede costretto a lanciarsi nella buca del suggeritore…

Ma se quest’idea è in Molière, è perché era già presente nella commedia italiana; e se era già presente nella commedia italiana, è perché era presente in natura. Un ragazzino lega una casseruola alla coda di un cane; il cane fugge terrorizzato; tutti i monelli del paese si lanciano al suo inseguimento; gli uomini si mettono in mezzo; le comari, attratte dal baccano, escono dalle case; il flusso le trascina e le fa rotolare finché non cadono a gambe all’aria; tutti ridono, gridano, si spingono, si scambiano delle battute e si prendono a pacche sulle spalle, e il paese intero finisce coinvolto in una corsa disordinata, una ressa gioviale: tumultus gallicus.

Ecco qua, in sintesi, lo schema di Un cappello di paglia di Firenze. Quello che Labiche ha introdotto di diverso, è uno stampo nuovo. Una volta trovato questo stampo, ci si può versare dentro qualsiasi cosa: cinque o seicento vaudeville.

Un commerciante del Marais nota la bellezza di una delle sue operaie e le dà appuntamento in una balera per i successivi sviluppi. Però, per un gioco del caso, i commessi e le commesse del negozio – e se volete anche la padrona stessa – finiscono per trovarsi in quella balera nello stesso momento del padrone. Sapete, no, di cosa parlo? L’avrete visto un migliaio di volte. In fondo, si tratta sempre di fughe e inseguimenti incrociati, esattamente come nei Domino rosa di Delacour e Hennequin, nel Signore va a caccia e nell’Albergo del Libero Scambio di Feydeau, e così via…

Tredici anni dopo, Labiche, con Il gruzzolo, inaugura un secondo stampo. È sempre lo stesso di Un cappello di paglia di Firenze ma con qualcosa in più. Cosa esattamente?

Il gruzzolo (La cagnotte)Il gruzzolo è sempre Il cappello, ma è Il cappello dopo La signora delle camelie di Dumas, dopo Madame Bovary di Flaubert, dopo gli studi di critica sperimentale di Hippolyte Taine. Proprio così!

Sapete bene che la grande originalità della Signora delle camelie consiste nel mostrarci, sul palcoscenico, persone che, mentre si dipana l’azione principale, compiono una serie di piccoli gesti quotidiani e conversano, la maggior parte delle volte, in un vero linguaggio parlato, mettendo in contatto il pubblico con un mondo più reale e più autentico. Ricordo che, ogni qualvolta si parlava della Signora delle camelie con Théodore Barrière, o piuttosto ogni qualvolta ve ne parlava lui (perché ritornava continuamente sull’argomento), gridava che Dumas gli aveva rubato l’opera, che Margherita era Mimì di La Vie de Bohème, che Armando era Marcel, che il padre Duval era lo zio Durantin. Dimenticava che il nuovo e notevole merito della pièce di Dumas non consisteva nella storia, ma nel tono, l’accento, il gesto, e, se posso permettermi, nell’atmosfera in cui è immersa l’azione. Si sente di vivere qualcosa di autentico.

Ebbene, un po’ di questa autenticità è penetrata anche nel vaudeville Il gruzzolo. I personaggi del Cappello erano ancora solo e soltanto dei fantocci. Ma l’intero primo atto del Gruzzolo potrebbe benissimo essere quello di una commedia di costume. Il gruzzolo è pur sempre il Cappello, ma venato di realtà. Il gruzzolo è La signora delle camelie del vaudeville».

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La caccia ai corvi (La chasse aux corbeaux)

Il presente articolo è tratto da RadiocorriereTV n. 38, 1962, pagg. 40-41. L’autore è Vincenzo Ceppellini.

La caccia ai corvi (La chasse aux corbeaux)L’adulatore vive a spese dell’adulato: questa è la notissima morale della favola di La Fontaine, ove si narra di un corvo appollaiato sui rami di un albero, con un pezzo di cacio in bocca, e di una astuta volpe che, provocando la vanesia ambizione canora dell’uccello, riesce a impossessarsi di quel cibo. Ma fino a che punto è vera l’affermazione che quella dell’adulatore è una professione redditizia?

Eugène Labiche, il fecondo autore del teatro comico francese, autore di quel divertente e sempre fresco Cappello di paglia di Firenze, cui è legata maggiormente la sua fama, insieme ad un centinaio di commedie leggere, spesso accompagnate da allegre strofette (il vaudeville), deve essersi posto il quesito conversando con Marc Michel, una sera qualsiasi intorno al 1850. Labiche scriveva sempre in collaborazione: l’interlocutore gli offriva generalmente l’idea, poi la fantasia teatrale di Labiche si sfrenava ad inventar trovate e battute, per un inesauribile sviluppo di trame divertenti. Anche il tema dell’adulazione redditizia offrì lo spunto a tre atti brillantissimi, arguti, ironici, pungenti, La caccia ai corvi, tradotti e adattati ora per la TV da Alessandro De Stefani. Caccia ai corvi ovverosia a chi è disposto a pagare per essere adulato.

Trama della pièce

Alberto Criqueville, il protagonista, è un giovane di ventisei anni rovinato da un nobile vizio: la poesia. Per procurare lodi ai suoi versi, per sentirsi applaudire, ha profuso un patrimonio in feste e ricevimenti, popolati naturalmente da volpi abili nel farsi cadere il cacio sui piedi con qualche opportuno incensamento. Gli sono rimaste solo le azioni di un giornalucolo, Il Faro acceso, acquistate in un’ora di euforia.

Il giornale ha però solo un lettore: un deputato, che è anche il sovvenzionatore, perché il foglio pubblica ripetutamente un suo discorso mai pronunciato alla Camera. D’altro canto, non è questo il momento per Alberto di essere senza soldi: è innamorato di Clotilde e vuole sposarla, ma la ragazza è figlia di un generale, a rivelare il carattere del quale basterà dire che conta uno per uno i 3500 passi della igienica passeggiata quotidiana. Non c’è da sperare che rinunci a contare, uno per uno, i centomila franchi che pretende dal futuro genero. Disperato, il poeta si dirige alla Senna per un tuffo nell’acqua gelata. Sul Lungosenna Labiche gli fa incontrare il padre di Clotilde, che concede due mesi di tempo perché Alberto trovi un posto e il capitale, e un lustrascarpe, Antonio, che ha la buona idea, all’ultimo momento, di leggere ad alta voce la favola di La Fontaine.

La volpe e il corvo

Criqueville si illumina e rimanda il suicidio: si è rovinato per farsi adulare, ora vivrà invece coi profitti dell’adulazione. I quali, all’inizio, non mancano: il sarto Pagevin concede credito in cambio della promessa di una onorificenza brasiliana; il finanziere Montdouillard offre amicizia, inviti e favori per il piacere di sentirsi magnificare i suoi innumerevoli gilet e per sentir celebrare la sua abilità di seduttore; l’alto funzionario Flavigny sembra lasciarsi sedurre dalle lodi sperticate per una sua relazione, giudicata da altri sgrammaticata e caotica. Alberto vive per qualche tempo, insieme con Antonio divenuto suo maggiordomo, sul guadagno procurato da superlativi spesi con liberalità, da complimenti cesellati con astuzia, da malignità sussurrate contro i rivali dei suoi soggetti. L’adulazione è, a suo modo, un’arte, che richiede tutto, intuizione, prontezza, mobilità di spirito, intraprendenza: Alberto ha queste doti e può perciò vestirsi, mangiare, divertirsi, frequentare gente importante. Ma non ha ancora il capitale e il posto, né riesce a procurarseli con l’adulazione, sia pur spregiudicata. Gli adulati spendono solo gli spiccioli per l’ambizione; i biglietti di grosso taglio li riservano per chi può loro servire o per chi può nuocere.

Alberto impara la lezione, si ricorda del giornaletto di cui è comproprietario, si improvvisa giornalista e persegue i suoi scopi, non più adulando, ma mordendo, con minacce e ricatti. Labiche corregge e aggiorna La Fontaine: l’adulazione, da sola, non dà da vivere.

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