I trentasette soldi del Signor Montaudoin (Les 37 sous de Monsieur Montaudoin)

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Temps del 05 gennaio 1863. L’autore è Louis Ulbac. La traduzione è mia.

Alphonse Jolly e Eugène Labiche (caricatura di Lhéritier)

Alphonse Jolly e Eugène Labiche (caricatura di Lhéritier)

Il Palais-Royal si è preso la sua rivincita su una rivista non proprio soddisfacente con il divertente vaudeville I trentasette soldi del Signor Montaudoin, un successo assicurato in anticipo dal fatto che gli autori sono Labiche e Martin. La pièce ha rallegrato il pubblico, rattristato dalla rivista precedente, e l’attore Geoffroy, alla sua seconda esperienza sul palcoscenico del Palais-Royal, ha conosciuto un nuovo trionfale successo.

Un tempo, il Signor Montaudoin era il migliore degli uomini, nonché il più gioviale; poi, all’improvviso, si è trasformato in un uomo cupo e taciturno e in un marito e padrone estremamente sospettoso, in pratica: un tiranno. Montaudoin ha un segreto, che tiene celato da ben vent’anni e che lo sta a poco a poco consumando. Ogni giorno, dopo la nascita della figlia che all’inizio della pièce sta per contrarre matrimonio, qualcuno lo deruba: trentasette soldi, né uno di più né uno di meno, da vent’anni. Perché una cifra così bizzarra e cabalistica? Perché proprio trentasette soldi e non due franchi? Cosa si nasconde dietro un simile mistero? Il pubblico lo scoprirà dalla Signora Montaudoin, moglie impeccabile. È lei la responsabile del furto, e lo fa per mettere da parte una dote per la figlia. In questo modo, il giorno della firma del contratto di matrimonio, potrà orgogliosamente aggiungere 13.505 franchi agli 80.000 tanto promessi e sbandierati dallo stesso Montaudoin.

A questo punto, però, subentra una difficoltà. Come confessare al marito, all’oscuro di tutto, il furto da lei commesso per vent’anni? Chi potrebbe consegnare i 13.505 franchi? La brava madre si rivolge a un amico, Pénuri, arrivato espressamente da Arpajon per consegnare alla futura sposa dodici portatovaglioli ad anello e un distico. La donna lo supplica di farsi carico di un simile atto di generosità e l’uomo si lascia convincere. Tuttavia, l’elargizione in denaro di Pénuri, noto per la sua avarizia, incrementa i sospetti di Montaudoin e lo mette di malumore. Se Pénuri si permette di versare una dote per sua figlia, significa che ne è il vero padre e che Montaudoin, oltre a essere vittima di furto, è anche cornuto.

La tematica è la stessa del dramma in cinque atti Misanthropie et Repentir di Kotzebue, ma viene trattata con allegria: Montaudoin interrompe continuamente la firma del contratto in base ai suoi scatti d’umore; il notaio va e viene dalla sala della cerimonia; Pénuri resta basito di fronte a situazioni che non capisce. Tutto questo costituisce la base della comicità.

Eugène Labiche è un autore molto spiritoso e dall’incredibile talento immaginativo, ma è anche molto bravo nello sfruttare i procedimenti da lui stessi inventati. Il corteo nuziale che si sposta in continuazione è una fonte inesauribile di quiproquo e di grasse risate. Si era già visto in Un cappello di paglia di Firenze, ma anche in questa circostanza si rivela indispensabile; il che ci induce ad affermare che questo “benedetto” corteo lo rivedremo ancora.

Edouard Martin (caricatura di Lhéritier)

Edouard Martin (caricatura di Lhéritier)

Geoffroy, nella parte di Montaudoin, fa del suo meglio per risultare piacevole e divertente ma, cosa strana eppure facile da prevedere, questo eccellente attore e comico, così estroverso sul palcoscenico del Teatro del Gymnase, fa fatica a suscitare la stessa ilarità di Gil-Perez, Lassouche e Hyacinthe. Il teatro del Palais-Royal, votato quasi esclusivamente al grottesco, sembra aver messo in difficoltà questo artista, che conosce bene il suo mestiere anche in tutti gli aspetti più nascosti, facendolo risultare meno comico delle sue spalle. È tutta una questione di prospettiva, ma è anche una lezione per chi abbandona l’ambizione del successo artistico per quella del successo patrimoniale.

Detto questo, non ci sono dubbi che I trentasette soldi del Signor Montaudoin farà incassare soldi a palate ai suoi autori.

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La dama col cagnolino (La dame au petit chien)

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Siècle il 16 febbraio 1863. L’autore è E.-D. De Biéville. La traduzione è mia.

Quadro di Madeleine Lemaire

Quadro di Madeleine Lemaire

Il Palais-Royal allestisce una nuova farsa in un atto di Labiche e Dumoustier, La dama col cagnolino.

Un capitalista, Monsieur Defontenage, insegue un giovane pittore a causa di una cambiale da diecimila franchi che questi non ha pagato il giorno della scadenza. L’artista insolvente, Eugène Roquefavour, si presenta a casa del creditore e gli dimostra la sua buona fede offrendosi, prima del pignoramento, di far trasportare in loco i suoi mobili ed effetti personali per lasciarglieli in pegno. Gli consegna perfino il letto e la sua biancheria che la legge gli consentirebbe comunque di tenere. Tutto ciò che chiede in cambio è il permesso di recarsi, di tanto in tanto, a casa di Defontenage per cambiarsi d’abito e dormire.

Defontenage, che è di una stupidità senza pari, accetta, malgrado egli abbia anche una moglie. Solo per far trasportare a casa sua i mobili di Roquefavour, è costretto a sborsare una somma corrispondente a tre volte la cambiale del suo debitore, ma se ne preoccupa poco perché c’è sempre il pegno. Roquefaveur, tuttavia, si installa in casa sua, si fa servire dai suoi domestici e si permette di corteggiare sua moglie, una donna molto bella con la quale aveva scambiato alcune parole alle Tuileries perché aveva inavvertitamente calpestato il suo cagnolino.

Defontenage inizia a pentirsi della sua scelta, e cerca di rispedire il debitore a casa sua. La moglie, però, che considera il pittore una persona gentilissima, racconta al marito che l’uomo è lo sconosciuto che l’ha coraggiosamente salvata dai flutti l’estate prima a Le Havre. Grazie a questa astuta bugia, Roquefaveur resta a casa di Defontenage a fare da terzo incomodo.

Viene da chiedersi perché la censura abbia autorizzato La dama col cagnolino e invece vietato I diavoli neri di Victorien Sardou. Forse perché La dama col cagnolino parla di una donna sposata che tradisce il marito piazzandogli in casa l’amante, mentre nei Diavoli neri si narra della passione di una vedova? Qualunque sia la ragione, non lamentiamoci dell’indulgenza. L’implausibilità e la buffoneria della pièce fanno sì che il pubblico la interpreti come una storiella divertente senza alcuna conseguenza.

Lhéritier e Priston sono molto gradevoli nei ruoli di Defontenage e Roquefaveur. La signorina Théric, invece, è una gran bella dama col cagnolino.

La dama col cagnolino (foto di Arthur Pequin)

La dama col cagnolino (foto di Arthur Pequin)

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Il gruzzolo (La cagnotte)

Il presente articolo è tratto da Impressions de théâtre, 9ème série (1888-1898), pagg. 57-61. L’autore è Jules Lemaître. La traduzione è mia.

Il testo è il resoconto della conferenza tenuta da Francisque Sarcey su Il gruzzolo di Labiche.

Il gruzzolo (La cagnotte)Ero in ritardo di alcuni minuti. Quando entrai in sala, LUI (Francisque Sarcey) stava dicendo: «…Durante la prova generale, Dormeuil rimase sconvolto e sostenne che era una colossale idiozia. L’autore a quel punto rispose che poteva anche darsi ma lo avremmo scoperto solo in seguito. Il giorno della prima, Dormeuil, completamente disgustato, partì per la campagna promettendo di rientrare solo dopo l’ultima replica. Fu costretto a tornare prima del previsto perché la pièce fu rappresentata per trecento sere di fila.

L’opera teatrale in questione era Un cappello di paglia di Firenze.

Il pubblico si era subito accorto di aver trovato esattamente quello che cercava. Cosa c’era dunque di nuovo in questo capolavoro? Semplice. Immagino già sappiate come si svolge la trama. Un uomo, seguito da un corteo nuziale, insegue un cappello di paglia per cinque atti e lo trova solo alla fine del quinto. Scommetto di indovinare quello che state pensando: non lo si può certo definire un miracolo dell’ingegno umano. Vero. Ma nessuno aveva mai portato a teatro una storia del genere. L’idea di questa caccia disperata, bisognava pur averla; e Labiche era stato il primo.

No, mi sto sbagliando. Un abbozzo dell’idea era già presente in Molière, perché tutto è in Molière. Sembra di vedere il suo Signor de Pourceaugnac inseguito da quei buffoni che lo prendono di mira, scomparire dietro una porta, poi ricomparire da un’altra, sempre minacciato da quei faceti importuni finché non si vede costretto a lanciarsi nella buca del suggeritore…

Ma se quest’idea è in Molière, è perché era già presente nella commedia italiana; e se era già presente nella commedia italiana, è perché era presente in natura. Un ragazzino lega una casseruola alla coda di un cane; il cane fugge terrorizzato; tutti i monelli del paese si lanciano al suo inseguimento; gli uomini si mettono in mezzo; le comari, attratte dal baccano, escono dalle case; il flusso le trascina e le fa rotolare finché non cadono a gambe all’aria; tutti ridono, gridano, si spingono, si scambiano delle battute e si prendono a pacche sulle spalle, e il paese intero finisce coinvolto in una corsa disordinata, una ressa gioviale: tumultus gallicus.

Ecco qua, in sintesi, lo schema di Un cappello di paglia di Firenze. Quello che Labiche ha introdotto di diverso, è uno stampo nuovo. Una volta trovato questo stampo, ci si può versare dentro qualsiasi cosa: cinque o seicento vaudeville.

Un commerciante del Marais nota la bellezza di una delle sue operaie e le dà appuntamento in una balera per i successivi sviluppi. Però, per un gioco del caso, i commessi e le commesse del negozio – e se volete anche la padrona stessa – finiscono per trovarsi in quella balera nello stesso momento del padrone. Sapete, no, di cosa parlo? L’avrete visto un migliaio di volte. In fondo, si tratta sempre di fughe e inseguimenti incrociati, esattamente come nei Domino rosa di Delacour e Hennequin, nel Signore va a caccia e nell’Albergo del Libero Scambio di Feydeau, e così via…

Tredici anni dopo, Labiche, con Il gruzzolo, inaugura un secondo stampo. È sempre lo stesso di Un cappello di paglia di Firenze ma con qualcosa in più. Cosa esattamente?

Il gruzzolo (La cagnotte)Il gruzzolo è sempre Il cappello, ma è Il cappello dopo La signora delle camelie di Dumas, dopo Madame Bovary di Flaubert, dopo gli studi di critica sperimentale di Hippolyte Taine. Proprio così!

Sapete bene che la grande originalità della Signora delle camelie consiste nel mostrarci, sul palcoscenico, persone che, mentre si dipana l’azione principale, compiono una serie di piccoli gesti quotidiani e conversano, la maggior parte delle volte, in un vero linguaggio parlato, mettendo in contatto il pubblico con un mondo più reale e più autentico. Ricordo che, ogni qualvolta si parlava della Signora delle camelie con Théodore Barrière, o piuttosto ogni qualvolta ve ne parlava lui (perché ritornava continuamente sull’argomento), gridava che Dumas gli aveva rubato l’opera, che Margherita era Mimì di La Vie de Bohème, che Armando era Marcel, che il padre Duval era lo zio Durantin. Dimenticava che il nuovo e notevole merito della pièce di Dumas non consisteva nella storia, ma nel tono, l’accento, il gesto, e, se posso permettermi, nell’atmosfera in cui è immersa l’azione. Si sente di vivere qualcosa di autentico.

Ebbene, un po’ di questa autenticità è penetrata anche nel vaudeville Il gruzzolo. I personaggi del Cappello erano ancora solo e soltanto dei fantocci. Ma l’intero primo atto del Gruzzolo potrebbe benissimo essere quello di una commedia di costume. Il gruzzolo è pur sempre il Cappello, ma venato di realtà. Il gruzzolo è La signora delle camelie del vaudeville».

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La caccia ai corvi (La chasse aux corbeaux)

Il presente articolo è tratto da RadiocorriereTV n. 38, 1962, pagg. 40-41. L’autore è Vincenzo Ceppellini.

La caccia ai corvi (La chasse aux corbeaux)L’adulatore vive a spese dell’adulato: questa è la notissima morale della favola di La Fontaine, ove si narra di un corvo appollaiato sui rami di un albero, con un pezzo di cacio in bocca, e di una astuta volpe che, provocando la vanesia ambizione canora dell’uccello, riesce a impossessarsi di quel cibo. Ma fino a che punto è vera l’affermazione che quella dell’adulatore è una professione redditizia?

Eugène Labiche, il fecondo autore del teatro comico francese, autore di quel divertente e sempre fresco Cappello di paglia di Firenze, cui è legata maggiormente la sua fama, insieme ad un centinaio di commedie leggere, spesso accompagnate da allegre strofette (il vaudeville), deve essersi posto il quesito conversando con Marc Michel, una sera qualsiasi intorno al 1850. Labiche scriveva sempre in collaborazione: l’interlocutore gli offriva generalmente l’idea, poi la fantasia teatrale di Labiche si sfrenava ad inventar trovate e battute, per un inesauribile sviluppo di trame divertenti. Anche il tema dell’adulazione redditizia offrì lo spunto a tre atti brillantissimi, arguti, ironici, pungenti, La caccia ai corvi, tradotti e adattati ora per la TV da Alessandro De Stefani. Caccia ai corvi ovverosia a chi è disposto a pagare per essere adulato.

Trama della pièce

Alberto Criqueville, il protagonista, è un giovane di ventisei anni rovinato da un nobile vizio: la poesia. Per procurare lodi ai suoi versi, per sentirsi applaudire, ha profuso un patrimonio in feste e ricevimenti, popolati naturalmente da volpi abili nel farsi cadere il cacio sui piedi con qualche opportuno incensamento. Gli sono rimaste solo le azioni di un giornalucolo, Il Faro acceso, acquistate in un’ora di euforia.

Il giornale ha però solo un lettore: un deputato, che è anche il sovvenzionatore, perché il foglio pubblica ripetutamente un suo discorso mai pronunciato alla Camera. D’altro canto, non è questo il momento per Alberto di essere senza soldi: è innamorato di Clotilde e vuole sposarla, ma la ragazza è figlia di un generale, a rivelare il carattere del quale basterà dire che conta uno per uno i 3500 passi della igienica passeggiata quotidiana. Non c’è da sperare che rinunci a contare, uno per uno, i centomila franchi che pretende dal futuro genero. Disperato, il poeta si dirige alla Senna per un tuffo nell’acqua gelata. Sul Lungosenna Labiche gli fa incontrare il padre di Clotilde, che concede due mesi di tempo perché Alberto trovi un posto e il capitale, e un lustrascarpe, Antonio, che ha la buona idea, all’ultimo momento, di leggere ad alta voce la favola di La Fontaine.

La volpe e il corvo

Criqueville si illumina e rimanda il suicidio: si è rovinato per farsi adulare, ora vivrà invece coi profitti dell’adulazione. I quali, all’inizio, non mancano: il sarto Pagevin concede credito in cambio della promessa di una onorificenza brasiliana; il finanziere Montdouillard offre amicizia, inviti e favori per il piacere di sentirsi magnificare i suoi innumerevoli gilet e per sentir celebrare la sua abilità di seduttore; l’alto funzionario Flavigny sembra lasciarsi sedurre dalle lodi sperticate per una sua relazione, giudicata da altri sgrammaticata e caotica. Alberto vive per qualche tempo, insieme con Antonio divenuto suo maggiordomo, sul guadagno procurato da superlativi spesi con liberalità, da complimenti cesellati con astuzia, da malignità sussurrate contro i rivali dei suoi soggetti. L’adulazione è, a suo modo, un’arte, che richiede tutto, intuizione, prontezza, mobilità di spirito, intraprendenza: Alberto ha queste doti e può perciò vestirsi, mangiare, divertirsi, frequentare gente importante. Ma non ha ancora il capitale e il posto, né riesce a procurarseli con l’adulazione, sia pur spregiudicata. Gli adulati spendono solo gli spiccioli per l’ambizione; i biglietti di grosso taglio li riservano per chi può loro servire o per chi può nuocere.

Alberto impara la lezione, si ricorda del giornaletto di cui è comproprietario, si improvvisa giornalista e persegue i suoi scopi, non più adulando, ma mordendo, con minacce e ricatti. Labiche corregge e aggiorna La Fontaine: l’adulazione, da sola, non dà da vivere.

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Un passo nel crimine (Un pied dans le crime)

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Temps del 03 settembre 1866. L’autore è Louis Ulbach. La traduzione è mia.

Un pied dans le crime Quando si compie un solo Passo nel crimine, è sempre possibile uscirne. È così che inizia a compiersi il destino di un versaiolo; è la situazione in cui si viene a trovare l’eroe della nuova pièce di Labiche e Choler.

Sono sicuro che Gatinais crede alla tragedia, e anche allo sciovinismo militare ed esclusivo. È talmente orgoglioso del suo ruolo di giurato da provare un orgoglio altrettanto smisurato per il suo essere francese.

L’idea di una commedia che studia le pretese e le manie di un borghese che il destino ha elevato all’imponente funzione di giurato è nuova e intrigante. Bisogna ammetterlo, la maestosità del suffragio universale, alla pari di quella regale, non deve essere esente da analisi e scetticismi. L’umanità è sempre e ovunque un fecondo soggetto di caricatura. Gatinais, che sogna gli onori della Corte d’Assise, le delizie delle porte chiuse, che studia diritto per svolgere con maggiore coscienza la sua funzione di giurato, non è forse un eccellente soggetto? Alla solennità della situazione aggiungeteci un’imprudenza da lui commessa che lo costringe a comparire presso la Corte anche in qualità di imputato, proprio nello stesso giorno in cui è chiamato a esercitare il suo ruolo di giurato, e otterrete una serie di effetti estremamente comici. Da una parte c’è Gatinais, consapevole che l’uomo che sta per comparire al suo cospetto è innocente, in quanto accusato del crimine da lui commesso; e dall’altra c’è sempre Gatinais, che cerca di far evadere l’innocente in quanto sa benissimo che il suo verdetto non può salvarlo. La lotta che si consuma in questo contesto è reale, e ben più imbarazzante di quella del novello Cid contro la novella Chimène.

Geoffroy

Geoffroy visto da Lhéritier

Non è difficile intuire che cosa è riuscito a tirare fuori da una simile tematica l’arguto spirito di osservazione di Labiche. Tuttavia, devo confessare che dal mio punto di vista questa commedia non riuscirà a ottenere, o a superare, il successo del Gruzzolo, della Stazione Champbaudet, dei Trentasette soldi del Signor Montaudoin, e di tante altre opere buffonesche firmate Labiche. Mi sembra, anzi, che Geoffroy mancasse della sua solita verve e non tratteggiasse il personaggio nel modo giusto. Sta di fatto che con dei simili artisti, la rivincita, se di rivincita si può parlare, sarà facile facile.

Alcuni miei conoscenti hanno espresso notevole stupore nel vedere sul palcoscenico la caricatura di un giurato. E cosa c’è da stupirsi? Un giurato non è un funzionario scelto, nominato dall’autorità, che la censura ha il compito specifico di proteggere. Il suo ruolo è occasionale, non è tenuto a dimostrarsi integerrimo quanto un giudice. Ah! Se si trattasse di un funzionario con tanto di salario, il discorso cambierebbe! Ma un cittadino libero e probo, che giura solo di rispettare la verità e di ascoltare la sua coscienza, può benissimo essere oggetto di scherno senza che la censura senta l’esigenza di intervenire. In compenso, è impossibile introdurre nelle pièces ad argomento giudiziario un personaggio che assomigli anche solo lontanamente a un sostituto procuratore imperiale. Nel testo di Labiche e Choler, infatti, è un procuratore dilettante a condurre le indagini. Come mai una simile distinzione quando si tratta di satira? Perché l’edificio sociale dovrebbe uscire più scosso se a essere oggetto di scherno è un funzionario anziché un giurato? È forse il salario a determinare l’inviolabilità della persona? Sono tutte domande a cui non mi aspetto di ricevere risposta, e che avrò ancora modo di porre in futuro.

Un pied dans le crime, introduzione del regista Jean Louis Benoit:

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Eugène Labiche a Broadway (e con Orson Welles)

Testi di Eugène Labiche rappresentati a Broadway:

1) Cousin Billy (da Il viaggio del Signor Perrichon). Adattamento di Clyde Fitch. Regia di Clyde Fitch. Numero di rappresentazioni: 76. Da gennaio 1905 a marzo 1905 al Criterion Theatre.

2) Dear Old Charlie (da L’amatissimo Célimare). Adattamento di Charles H. Brookfield. Regia di Charles H. Brookfield. Numero di rappresentazioni: 32. Da aprile 1912 a maggio 1912 al Maxine Elliott’s Theatre.

3) The Straw Hat (da Un cappello di paglia di Firenze). Adattamento di Paul Tulane e Agnes Hamilton Jones. Regia di Richard Boleslavsky. Numero di rappresentazioni: 57. Da ottobre 1926 a novembre 1926 all’American Laboratory.

4) Horse Eats Hat (da Un cappello di paglia di Firenze). Adattamento di Orson Welles ed Edwin Denby. Regia di Orson Welles. Numero di rappresentazioni: 61. Da settembre 1936 a dicembre 1936 al Maxine Elliott’s Theatre.

Horse Eats Hat di Orson Welles

Horse Eats Hat di Orson Welles

Critica all’adattamento di Orson Welles:

Ribattezzato Horse Eats Hat, questo adattamento dell’opera di Eugène Labiche a cura di Orson Welles ed Edwin Denby si distingue per il suo eccesso visto che, come sostenuto da un critico presente alla prima rappresentazione, i due adattatori erano più interessati al bestiame e ai cappelli da donna che ai personaggi di Labiche. Infatti, è stato inserito un prologo in cui si vede proprio il cavallo mangiare il cappello. Nessuno sembra chiedersi perché il personaggio di Fadinard – ribattezzato Freddy per l’occasione e interpretato dal giovane Joseph Cotten – guidi un calesse trainato da cavalli mentre l’intero corteo nuziale scorrazza in automobile. La pièce è trasposta nella Parigi del 1908 e include un fondale parigino con tanto di prominente Tour Eiffel.
La scena più folle avviene alla fine dell’atto terzo, quando Freddy, con il cappello in bocca, è inseguito dall’intero corteo e dagli invitati della Contessa: salta dal divano al tavolo al pianoforte per poi tentare di aggrapparsi al lampadario che sale fino a sparire dalla vista. Nello stesso istante, una fontana, collocata giusto sotto, si mette a zampillare in direzione dei pantaloni di Freddy mentre quest’ultimo spruzza soda sui suoi inseguitori. La scenografia inizia a ondeggiare, poi crolla e lascia spazio a un fondale notturno parigino che scende dall’alto di getto.
L’implausibile spettacolo dell’atto terzo, il cui rapporto con il testo di Labiche è molto debole, dimostra la surrealistica interpretazione slapstick che Orson Welles ha conferito al suo Horse Eats Hat. La pièce è stata definita demenziale e un senatore l’ha addirittura bollata come “un’oscena stupidaggine”. Metà del pubblico l’ha apprezzata – uno spettatore l’ha vista ben ventiquattro volte – e l’altra metà ne è rimasta indignata. […] Sta di fatto che la produzione di Welles ha contribuito poco alla reputazione di Labiche sia in qualità di realista che di vaudevillista.
(Leonard C. Pronko, Eugène Labiche and Georges Feydeau, The MacMillan Press Ltd., Londra 1982, pp. 90-91. Traduzione mia)

Horse Eats Hat di Orson Welles

Horse Eats Hat di Orson Welles

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La stazione Champbaudet (La station Champbaudet)

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Temps il 24 marzo 1862. L’autore è Louis Ulbach. La traduzione è mia.

La stazione Champbaudet (Labiche)Se confessassi a Eugène Labiche e Marc Michel di aver iniziato la recensione del loro ultimo vaudeville, rappresentato al Palais-Royal, sul battello a vapore che risale il Reno da Colonia a Magonza, capirebbero quanto sia elevata la stima che nutro nei confronti della vedova Champbaudet e, allo stesso tempo, dimostrerei quanto io sia ligio al dovere nel mio ruolo di critico teatrale; senza contare che avrei una scusa più che valida per il ritardo che ha necessariamente subito la pubblicazione del presente articolo. […]

Champbaudet non è il nome di un paese; è appunto il nome di una vedova – dal suo punto di vista fin troppo vedova – che indossa i più eleganti berretti e assume le pose più seducenti con lo scopo di attirare nella rete Paul Tacarel, seduttore per principio e architetto di professione. Tacarel, bisogna ammetterlo, è innanzitutto un uomo subdolo che si introduce in casa della vedova con il pretesto di sottoporle alcuni progetti di monumenti funebri in onore del defunto marito, ma che in realtà aspetta, durante il noiosissimo tête-à-tête con la vedova, il segnale della di lei vicina. In questo modo, la visita quotidiana di Tacarel alla fin troppo sensibile vedova diventa la stazione Champbaudet. E ogni giorno, il dongiovanni staziona per una mezz’ora buona finché la Signora Garambois, locataria, appunto, del piano superiore, non si mette a suonare al pianoforte la celebre aria Ho dell’ottimo tabacco nella mia tabacchiera!. Questo ritornello è il dolce richiamo dell’amore. Se il marito, Garambois, è in casa, (ahimè, i mariti non sono mica perfetti!) e quindi c’è il rischio che le effusioni dei due amanti vengano scoperte, il pianoforte inizia a suonare Maria, inzuppa il pane! in modo che Tacarel, avvertito della situazione, prolunghi la sua visita in casa della vedova Champbaudet, che finisce per cadere sempre più in errore.

Andate a fidarvi degli uomini in generale, e degli architetti in particolare! Il nostro personaggio, che si presentava sempre con un album di monumenti funebri sottobraccio, che informava la vedova sull’ultima moda in materia di tombe, che voleva farle costruire, per la memoria del defunto marito, uno chalet funebre che più allegro non si può, era solo un subdolo serpente! Dopo aver abbandonato Parigi nelle loro mani, i mostri si credono autorizzati a espropriarti perfino il cuore! E Tacarel si approfitta in modo scandaloso della vedova Champbaudet, come di un terreno libero in cui far stazionare il carro trainato dalle colombe della Signora Garambois.

La stazione Champbaudet (scenografia di Emmanuelle Roy)

La stazione Champbaudet (scenografia di Emmanuelle Roy)

Non solo questo seduttore ha un bel panorama sulla Signora Garambois e una vista aperta pure sulla Signora Champbaudet, ma si permette anche di desiderare un buon matrimonio; e per raggiungere un obiettivo così morale, che tanto bene fa all’immoralità, si fa introdurre in casa del Signor Letrinquier, buon borghese del Marais, che sogna da tanto un genero.

L’atto in cui avviene la presentazione tra i due, ovvero l’ingresso di Tacarel durante un piccolo ricevimento intimo organizzato dai Signori Letrinquier, è il più divertente perché caratterizzato da un maggiore spirito di osservazione.

In questa commedia si ritrovano molti degli effetti che sono stati applauditi al Teatro Gymnase durante l’allestimento della Polvere negli occhi. Nina Letrinquier, agghindata, addobbata e istruita a dovere dal padre, deve dimostrarsi molto colta, agli occhi dell’architetto, al fine di sedurlo; la scena in cui il padre solleva continuamente domande di geografia, storia ecc… è una delle più divertenti. Tacarel non può resistere a una giovane che gli viene presentata come la migliore del collegio, ne è soggiogato! Rappresenta proprio il suo ideale. Tuttavia, nell’istante in cui le sue speranze legittime stanno per essere accolte con favore, un’indiscrezione dei domestici rivela le sue frequenti visite alla vedova Champbaudet. Quest’ultima, sospettata dai coniugi Letrinquier di essere una donna di facili costumi, dovrà contrarre matrimonio prima di Tacarel; solo allora lui, tornato libero e puro dopo l’abbandono di lei, potrà ricevere in cambio la mano di Nina.

La stazione Champbaudet (Labiche)Tacarel non può confessare che per lui la Signora Champbaudet è solo una stazione, altrimenti sarebbe costretto ad ammettere i segnali da musicista da quattro soldi che lanciava alla Signora Garambois; e il crimine Garambois è grave e sospetto almeno quanto il crimine Champbaudet. Decide dunque di trovare marito alla vedova, e di fingere di liberarsi di una catena di cui non ha mai sentito il peso. Ma in quanto a mariti la vedova accetterebbe solo lui e non vuole sentire ragioni; per fortuna, è una donna buona. Dopo aver scoperto di essere stata ingannata, tradita, raggirata e trattata alla stregua di una stazione, ha un moto di ribellione; tuttavia, la debolezza che nutre nei confronti del traditore la induce ad accettare di sposare il Signor Durosoir, un anziano gentiluomo pieno di reumatismi, a cui non aveva mai minimamente pensato. Tacarel, tornato libero, si inginocchia al cospetto dei coniugi Letrinquier e riceve la loro benedizione.

Questa commedia, che ci dà un po’ di tregua dalle solite danze e spettacoli vari, ha ottenuto un buon successo. Dopo tante parate e salamelecchi, ecco finalmente una bella smorfia: è tutto quello che possiamo chiedere, senza essere troppo esigenti, in questo periodo in cui la giovialità francese è in netto calo.

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Eugène Labiche, questo sconosciuto

Théâtre de Labiche (I)Eugène Labiche è famoso e sconosciuto al tempo stesso. Ha sostenitori e detrattori, ma non ha certezza. Quest’uomo di spessore amava solo la risata, ma questo non gli ha impedito di vivere la sua esistenza senza scalpore.

Gli sono state attribuite molte intenzioni, ma nessuna di esse è stata accertata: per gli uni, Labiche si accanisce contro la borghesia; per gli altri, dietro i suoi vaudeville si cela la disperazione. A voler dare retta ad alcuni, questo teatro turbinante si convertirebbe ben presto in non so quale oscura macchinazione. Al di sopra di tutto, c’è quest’uomo dai gusti modesti, per il quale l’ordine viene prima di ogni cosa, che coltiva i suoi campi in Sologne: un essere tutto sommato estremamente banale se non fosse che possiede il segreto della comicità […]

Quello che Labiche inserisce nei suoi spettacoli, e mette in risalto, è la borghesia. Meglio ancora: la borghesia francese sotto il Secondo Impero. Lui stesso appartiene a questa classe, anche se ne elenca le ridicolaggini e i difetti. Labiche non nutre il disprezzo di Flaubert. Osserva, ma non giudica. Ritrae una società, ma non la riforma. È un uomo d’ordine che vede un mondo immobile. La sua comicità si fonda sul buonumore. Ma egli ha una vista eccezionale! Il lettore d’oggi, percorrendo questi sentieri, scopre questa specifica classe sociale (e molto meglio che altrove). Labiche ha scritto un testo come La Grammatica ma era fiero di essere sindaco di un villaggio in Sologne, e raccontava ai fratelli Goncourt di essere stato eletto per aver riferito alle autorità del luogo di essere l’unico, nel cantone, a pulirsi il naso con il fazzoletto e non con le dita: in realtà stava solo ridendo di se stesso mantenendosi, tuttavia, perseverante. Fu così che entrò all’Académie-Française senza mai perdere la sua spontaneità.

Théâtre de Labiche (II)Una cosa ancora. Labiche si espone così poco sulla ribalta, si nasconde a tal punto dietro ai caratteri che crea, si trattiene talmente dall’esprimere le sue intenzioni, che noi tutti finiamo per dimenticarlo. Questo teatro ideale, paradossalmente, sembra indicare un’assenza totale dell’autore. Ci si preoccupa solo del teatro, e Labiche passa in secondo piano: il che è una buona cosa, molto rara. Non c’è molto mistero, né ombra, in questa strada, e in questo la modestia trova una sua ragione d’essere. Alla modestia, il successo (le acclamazioni postume) deve tutto.
(frammento tratto dall’introduzione al volume tre dell’opera Théâtre de Labiche a cura di Hubert Juin, Le Livre de Poche, Paris, 1971, pp. 7-9, traduzione mia)

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Le intense passioni del Capitano Tic (Les Vivacités du capitaine Tic)

Il presente articolo è tratto dal quotidiano Le Moniteur Universel, 21 marzo 1861. L’autore è Théophile Gautier. La traduzione è mia.

Les vivacités du Capitaine TicLe intense passioni del Capitano Tic, di Eugène Labiche e Édouard Martin, hanno ottenuto un successo coronato da risate spontanee. Il canovaccio della pièce è forse un po’ debole, ma l’arguta facezia dei dettagli lo rende un divertimento estremamente gradevole.

Il capitano Tic, che ha fatto le guerre d’Africa, di Crimea, d’Italia e di Cina, una volta rientrato dal paese dei magots e delle porcellane inizia a provare delle velleità matrimoniali. Simili idee gli sono ispirate dalla vista di una graziosa cugina che egli aveva lasciato, ancora bambina, prima della sua ultima campagna militare e che ora è diventata una giovane donna. Al capitano dispiacerebbe molto che lei sposasse, come sembra essere stato concordato, un tale Signor Maugis, figuro abbastanza losco che non piace poi tanto a Lucile (questo il nome della giovane), così, si mette in fila e, con gran dispiacere del Signor Désambois, viene nominato tutore della ragazza.

Il Signor Désambois protegge Maugis, che appartiene alla sua stessa risma, e nutre profonda avversione per il capitano Tic. Bisogna dire che il capitano, cuore d’oro e testa calda, s’infervora facilmente e si abbandona a intense passioni più facili da accettare all’interno di una pantomima che nel bel mondo. La sua gamba destra tende a sollevarsi con deplorevole disinvoltura. Il braccio è là per rispondere alle impertinenze della gamba. Désambois stesso si trova a sperimentare la cosa dopo una scena in cui, scatenando sapientemente la collera del capitano con allusioni ai cacciatori di dote, ai bevitori di assenzio e ai gradassi, viene preso per il colletto da Tic, rivoltato come un guanto e spedito nel bel mezzo di una contraddanza. Il volto di Désambois, che per definizione del politico Talleyrand è stato un eccellente diplomatico, non tradisce alcuna emozione, ma sotto il panciotto nero l’uomo serba profondo rancore nei confronti del capitano e così lo calunnia agli occhi di Lucile e della madre di lei dicendogli che Tic non ha affatto rinunciato alle sue abitudini da guarnigione cosmopolita. Qualcuno lo ha visto uscire, di buon’ora, accompagnato dal suo servo che reggeva due sciabole sottobraccio: di sicuro si trattava di qualche duello per qualche amante infedele.

Les vivacités du Capitaine TicIn effetti, Tic si è battuto, ma con il suo stesso servo. Quest’ultimo ha commesso un errore durante il servizio e così la terribile gamba destra del capitano, abbandonando la posizione perpendicolare per quella orizzontale, ha malauguratamente incontrato il fondo schiena dell’anziano prode. Tic, pentendosi del suo fervore, ha lealmente offerto al soldato, commosso fino alle lacrime, di “lavare l’onta”, come direbbero gli spagnoli: uno sfregio e una goccia di sangue. La querelle non ha dunque nulla a che vedere con qualche amante infedele, ma tanto basta perché Lucile, mossa dalla gelosia, accetti un bouquet dal Signor Maugis, che ha trovato il modo di rendere i fiori tetri e stupidi. Il capitano Tic vede il bouquet, lo strappa dalle mani di Lucile e lo butta dalla finestra. Désambois trionfa e si sfrega le mani: niente più matrimonio, qualsiasi forma di unione è impossibile con un simile filibustiere. Tic sta per lasciare la dimora della zia per trasferirsi in albergo e il suo servo, passando a prendere i bagagli, racconta il duello con il padrone. Le cose si sistemano: Maugis viene di nuovo allontanato; Désambois, però, affatto disposto a dichiararsi sconfitto, stila un contratto di matrimonio prendendo nei confronti dello sposo delle precauzioni così ingiuriose da indurre la gamba del capitano ad agitarsi nervosamente in modo inquietante. Per fortuna, Tic ha promesso a Lucile di calmarsi non appena sente il suono di un campanello atto a richiamarlo all’ordine. Il capitano si calma e si mette a fare bamboline di carta con impareggiabile sangue freddo, a quel punto è Lucile a infervorarsi e Tic è costretto a suonare a sua volta il campanello. I futuri sposi non hanno nulla da rimproverarsi e, malgrado le loro intense passioni, formeranno una bella coppia.

Félix interpreta bene il ruolo di Horace Tic, e si fa amare, nonostante gli scatti d’ira, per la franchezza, la cordialità e il buonumore. Il ruolo di Lucile, invece, è coperto da una debuttante molto graziosa e intelligente. Un buon acquisto per il Teatro del Vaudeville.

Qui è possibile vedere un estratto della pièce:

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L’amatissimo Célimare o Célimare il beneamato (Célimare le bien-aimé)

Il presente articolo è tratto da Les Annales du théâtre et de la musique, a cura di Édouard Noël e Edmond Stoullig, 1898, pp. 55-57. La traduzione è mia.

L'amatissimo Célimare (Célimare le bien-aimé)Prima rappresentazione alla Comédie-Française dell’amatissimo Célimare, o Célimare il beneamato, commedia in tre atti di Eugène Labiche e Alfred Delacour. Da dove deriva il soprannome beneamato che Célimare condivide con Luigi XV, di erotica memoria? Non è difficile indovinarlo, Célimare, infatti, ha avuto numerose avventure: è stato un uomo bello, affascinante e donnaiolo – ovvero, ha vissuto a pieno la sua gioventù e poi, molto saggiamente, ha deciso di sposarsi nel momento preciso e psicologico del compimento dei quarant’anni – . Una volta sposato, tuttavia, Célimare fatica non poco a impedire che i pettegolezzi del mondo esterno rivelino alla moglie il suo passato galante. In particolare, Bocardon e Vernouillet – suoi amici che a suo tempo sono stati anche sue vittime – gli stanno dando molto filo da torcere. Lo inseguono fin dentro casa, lo soffocano di sciocche attenzioni e non gli lasciano un attimo di pace. Alla Signora Célimare basta guardare i volti rozzi dei due uomini, e ascoltare i loro stupidi discorsi, per intuire tutta la verità. Da quel momento in poi per il nostro Don Giovanni inizia la punizione; ed egli si ritroverebbe forse a dover pagare i piaceri di un tempo con la sua felicità attuale se non escogitasse uno stratagemma per congedare bruscamente gli indiscreti testimoni delle sue passate conquiste. Lo stratagemma consiste nel fingere di volersi far prestare dai due uomini una stratosferica somma di denaro. Bocardon e Vernouillet ricominciano a correre.

La reputazione dell’amatissimo Célimare resiste da trentacinque anni; è stata una delle migliori commedie del ricco e variegato repertorio del Palais-Royal. Lo scoppio di risa perdura dall’inizio alla fine. Sainte-Beuve amava moltissimo questa commedia e ne parla addirittura nei suoi Nouveaux Lundis (Volume VII, p. 366). La Comédie-Française, dal nostro punto di vista, ha fatto bene a inserire nel suo repertorio un testo così delizioso. L’amatissimo Célimare non è forse il capolavoro di Eugène Labiche? Tra questo testo e Il viaggio del Signor Perrichon la preferenza cade sempre sul primo. L’idea originaria è più forte e più morale. Sotto una facciata di schietta allegria, si nasconde un profondo spirito di osservazione. Per non parlare della fertile immaginazione e delle battute che scaturiscono spontaneamente dai dialoghi!

Jean Béraud Après l'office à l'église de la Sainte-Trinité (1900)

Jean Béraud Après l’office à l’église de la Sainte-Trinité (1900)

Il palcoscenico della Comédie-Française è indubbiamente più grande di quello del Palais-Royal dove, nel febbraio 1863, Célimare fu per la prima volta il più amato dal pubblico; le esigenze letterarie e lo spirito della Casa di Molière, come dicono i politici, si distinguono nettamente dal genere al quale il Palais-Royal limita il suo ideale, ma sta di fatto che nessuno può resistere a Célimare, nemmeno un’istituzione come questa!

Molte battute, che un tempo partivano a razzo dalla bocca degli interpreti, oggi sono come soffocate; bisogna intuirle o conoscerle a memoria. Ad ogni modo, andare a vedere, o rivedere, la pièce sarà un vero piacere, perché rispecchia il Labiche più autentico, l’ottima annata tirata fuori di bell’apposta in modo assolutamente imprevisto; e merita di essere assaporata dai conoscitori.

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