Vita di Eugène Labiche

Articolo dedicato a Eugène Labiche e apparso su Le Figaro il 24 gennaio 1888. L’autore è Gaston Calmette. La traduzione è mia.

Il più felice dei treIl teatro ha appena perso uno dei suoi maestri.
Uno dei più importanti autori comici del nostro tempo, Eugène Labiche, è morto lunedì, all’una del mattino, soccombendo a un terribile mal di cuore che, da quattro anni, gli dava il tormento e minacciava continuamente di portarselo via. […]
Non ho qui l’ambizione di fornire una biografia completa dell’autore comico più fecondo e più applaudito, ma mi limiterò a richiamare alla memoria le tappe più importanti della sua vita e alcuni dei suoi maggiori successi teatrali.

Era nato a Parigi il 05 maggio 1815 da una famiglia di ricchi borghesi, industriali molto stimati. Ci teneva molto a questo suo essere “borghese” poiché fu proprio nella “borghesia” che trovò il suo personaggio più autentico e quasi tutti i protagonisti e gli intrecci delle sue pièces. Mostrando tutte le sfaccettature di questo suo memorabile personaggio, già abbozzato da Henry Monnier, Labiche lo ha rincorso in tutte le sue manie, sottolineandone tutte le pecche, i piccoli difetti e le grandi virtù. Labiche ha portato il suo borghese davanti alle luci della ribalta con grande gioia degli spettatori che hanno sempre riso benevolmente senza mai sospettare che quel personaggio che tanto li divertiva e affascinava, fino a farsene beffe, gli stava seduto proprio accanto, li stava osservando e chissà, forse rideva addirittura più di loro. Inizialmente, questo personaggio si chiama Perrichon (dalla commedia Il viaggio del signor Perrichon) e Labiche lo fa andare in Svizzera dove scrive, sui registri delle locande, delle frasi di ingenua stupidità; in seguito, lo chiama Ratinois (dalla commedia La polvere negli occhi) e gli fa gettare polvere negli occhi dei suoi contemporanei che, ovviamente, gli rendono la pariglia. Più tardi ancora, diventa l’amatissimo Célimare (dalla commedia omonima) ed eccolo braccato da due amici ostinati che non possono più vivere senza di lui da quando è diventato l’amante delle loro mogli. Alla fine Célimare invecchia, si sposa e, com’è giusto che sia, indossa a sua volta il tradizionale copricapo a due corna e si trasforma nel Più felice dei tre.
Labiche non ne fa mai una tragedia; non è il perdono quello che cerca né tanto meno la carneficina; i suoi personaggi sono felici e sorridenti, e lo spettatore esce da teatro completamente sedotto dalla loro allegria e dal divertente intreccio di cui sono protagonisti.

La prima pièce:
La grammatica
La vita di Labiche è stata felice come può esserlo quella di un uomo onesto a cui la fortuna e il successo hanno arriso fin dalla nascita per poi accompagnarlo fino alla morte.
Il suo debutto risale al 02 luglio 1838 quando l’autore aveva ventitré anni e quando andò in scena al Teatro del Palais-Royal l’atto unico Il signor de Coyllin o l’uomo straordinariamente gentile.
La pièce era stata semplicemente consegnata alla portineria del teatro e, alcuni giorni dopo, i tre autori, Labiche, Michel e Lefranc, amici d’infanzia che non si sarebbero mai persi di vista, furono chiamati ad assistere alle prove. Fu una grande gioia per loro, essendo appunto dei debuttanti, anche se quell’anno, nel mese di luglio, il caldo si fece oltremodo sentire. Jules Claretie racconta che la censura pretese che modificassero il nome del protagonista, in origine Coislin, in Coyllin perché esisteva un discendente, pari di Francia, di Pierre du Cambout de Coislin che portava lo stesso cognome. La pièce segnò anche il debutto dell’attore Paul Grassot, che non prese parte alle prime prove perché era ancora impegnato a Rouen. Eugène Labiche aveva espressamente chiesto al direttore del teatro, Charles Contat-Desfontaines, un “attore dall’aspetto molto distinto” per coprire il ruolo di questo gran signore della corte di Luigi XIV. Contat-Desfontaines rispose, dopo ogni prova: “Portate pazienza, ho appena assunto, a Rouen, un tale che si chiama Grassot: è la distinzione in persona!”. Grassot si presentò a teatro, fece qualche passo e pronunciò un paio di battute; Labiche ne rimase sconvolto, non aveva affatto l’aspetto di una persona distinta. Contat-Desfontaines gli assicurò che lo avrebbe avuto entro la sera stessa, ma ciò non avvenne e Grassot si rivelò grottesco e simpatico. La pièce fu un successo.

L’esperienza letteraria:
Un anno dopo, al Teatro del Vaudeville, andò in scena un nuovo atto unico di Labiche, L’articolo 960 o La donazione. Tuttavia, all’epoca, l’autore sembrava meno attratto dal teatro che dal giornalismo e dalla letteratura, così iniziò a pubblicare sul Chérubin, una gazzetta stampata su carta rosa, degli allegri episodi riguardanti il suo viaggio in Italia. In uno di questi raccontò, con gustoso brio, di aver cenato nelle narici del Colosso di San Carlo Borromeo ad Arona.
Il giornale del suo secondo debutto si chiamava invece L’Essor e ne era caporedattore tale Tyrtée Tastet che esigeva dai suoi autori, tra cui Ferdinand Dugué, Pierre Albéric Second ed Emmanuel Gonzalès, un contributo di dieci franchi al mese, a cui i più scaltri aggiungevano anche qualche sigaro, per pubblicare le loro opere. Il primo racconto di Labiche, pubblicato nel 1835, si intitolò Les plus belles sont les plus fausses (Le più belle sono le più false).
Emmanuel Gonzalès segnala che Labiche pubblicò anche La tirelire de Rotrou (Il salvadanaio di Rotrou), in un primo tempo sulla Revue des Théâtres e in seguito sul Figaro. Sul Juif-Errant, invece, fondato dallo stesso Gonzalès, apparve un racconto sorprendente e dalla struttura originale e insolita, un dramma cupo, Dans la vallée de Lauterbrunnen (Nella valle di Lauterbrunnen), la storia di un bambino rapito dall’aquila dei ghiacciai.
Tra questi esperimenti giovanili vale ancora la pena di citare un romanzo, il primo e unico di Labiche, intitolato La Clef des champs (metaforicamente “prendere il volo”) a cui dovevano fare seguito altri tre volumi tra i quali Les Aventures d’Alicibiade, premier cabotin de France (Le avventure di Alcibiade, primo attorucolo di Francia).
Tutte queste opere sono rimaste nel limbo.
Quanto al succitato romanzo, fu l’autore stesso a dichiarare: “Il mio romanzo La Clef des champs, scritto nel 1836, fu stampato solo nel 1839 con una tiratura di trecento copie. Poco tempo dopo, l’editore chiuse per fallimento. Forse anche per colpa mia… Ad ogni modo, comprai le copie rimanenti – quasi l’intera tiratura – e di conseguenza ancora oggi il volume è impossibile da trovare”.

La carriera teatrale:
L'affare della Rue de Lourcine
A partire dal 1840, tuttavia, Labiche focalizza la sua attenzione e il suo entusiasmo unicamente sul teatro e le sale parigine mettono in scena molte sue pièces: Il nocciolo della faccenda; Bocquet padre e figlio o La strada più lunga; L’uomo di paglia; Il maggiore Cravachon; Due papà molto in gamba o La grammatica di Chicard; Abbracciamoci, Folleville!; Un cameriere di chez Véry; Le conseguenze di un primo letto; Un cappello di paglia di Firenze; Il misantropo e l’alverniate; Il figlio del brigadiere, opéra-comique in tre atti musicata da Victor Massé; Edgard e la sua cameriera; Una figlia sotto stretta sorveglianza; Un giovane frettoloso… L’anno scorso al Teatro delle Variétés è stata riallestita I trenta milioni di Gladiator, una commedia di un umorismo e di una verve eccezionali.
Queste pièces, rappresentate soprattutto al Teatro del Palais-Royal, e in parte anche al Teatro Gymnase e al Teatro del Vaudeville, hanno tutte una loro storia. Il giorno in cui fu allestita Due papà molto in gamba o La grammatica di Chicard (16 novembre 1844) Labiche si era fatto accompagnare a teatro da un provinciale amico suo. Il testo, in seguito molto applaudito, la prima sera fu aspramente criticato. L’autore si scusò con il suo ospite per la pessima serata che gli aveva fatto trascorrere, ma l’altro gli rispose: “Ma no, ma no, al contrario, mi sono divertito tanto: non avevo mai assistito a un fiasco!”.
La maggior parte dei testi di Labiche sono raccolti in dieci volumi, anche se fu andando parzialmente contro la volontà dello stesso Labiche che l’editore, Calmann Lévy, amico sempre fedele, riuscì a pubblicare la quintessenza della sua maestosa opera. Labiche, infatti, vero e proprio maestro del teatro francese, si accontentava della gloria teatrale e non pensava minimamente a quella letteraria. Ne consegue che, pur a malincuore, fu costretto a lasciare la cura della pubblicazione nelle mani dell’editore, mentre la superba introduzione fu affidata a Émile Augier. […]

Le collaborazioni:
Labiche lavorava raramente da solo e si avvaleva di numerosi collaboratori.
Amava molto fare conversazione. Parlare lo aiutava nel suo lavoro: l’ispirazione arrivava, la verve aumentava, le idee si moltiplicavano e i dettagli si palesavano come una folla gioiosa. Le idee le esponeva con freddezza, una dopo l’altra, poi, diventava silenzioso. Fumava, canticchiava, camminava su e giù; a quel punto si iniziava a discutere della faccenda e Labiche metteva su carta il risultato di questo primo incontro. Il collaboratore buttava giù per conto suo il testo teatrale sotto forma di sceneggiatura; Labiche prendeva la sceneggiatura e la riscriveva, aggiungendovi qualche dettaglio, eliminandone qualche altro ed elaborando nuove scene. Poi il collaboratore tornava a lavorare sulla sceneggiatura e la correggeva ancora, ma il maestro manteneva intatta nel testo la sua personalità. L’idea di un altro, quando passava sotto la sua penna, si trasformava nello “stile Labiche”.
I suoi collaboratori erano autori molto noti il cui nome occupava, o occupa tuttora, un posto molto importante nella storia del teatro contemporaneo: Michel, Lefranc, Delacour, Clairville, Varin, Gondinet, Augier, Gille, Legouvé, Chivot e Duru. Molto gentile con tutti, Labiche amava riconoscere il loro talento e il contributo che avevano dato alla realizzazione dell’opera comune; inoltre, era felice degli applausi che raccoglievano anche quando non lavoravano con lui – ed è talmente raro che un autore si dimostri entusiasta dei successi altrui che vale la pena sottolinearlo – .

Un cappello di paglia di Firenze

Labiche e l’Académie Française:
La sua ammissione all’Académie Française fu una delle sue più grandi gioie.
E l’ottenimento di questo risultato fu quasi tutto merito dei suoi amici e dei suoi successi.
Il 26 febbraio 1880, Labiche fu eletto con diciannove voti a favore. I nomi dei diciannove votanti furono comunicati il giorno seguente la seduta: Émile Augier, Ernest Legouvé, Jules Sandeau, Octave Feuillet, Camille Doucet, Xavier Marmier, Jean-Baptiste Dumas, Victorien Sardou, Franz de Champagny, Gaston Boissier, Jules Simon, François-Auguste Mignet, Auguste Barbier, Alfred Mézières, Hippolyte Taine, Ernest Renan, Victor de Laprade, Désiré Nisard e Henri d’Orléans Duca d’Aumale.
Victor Hugo votò per Charles Monselet, e alla seconda votazione l’unica voce rimasta fedele all’altro candidato, Edouard Laboulaye, fu quella di Alfred-Auguste Cuvillier Fleury. Labiche si trovò ad occupare la poltrona precedentemente appartenuta a Sylvestre de Sacy.
Il giorno del suo ingresso all’Académie, il 25 novembre 1880, John Lemoinne definì con termini appropriati uno degli aspetti più originali dello straordinario talento di Labiche: “Avete ottenuto e conquistato il successo popolare. Siete diventato proverbiale. Le vostre battute, i titoli delle vostre pièces, sono sulla bocca di tutti e nella memoria dei piccoli e dei grandi. Tutta Parigi esclama: “Genero mio, il fidanzamento è rotto!” o “Abbracciamoci, Folleville!”. Tutti i compagni di collegio si chiamano l’un l’altro, facendo riferimento a L’affare della rue de Lourcine, labadensiani, e la frase simbolo dell’antica commedia è diventata il più felice dei tre”.
Labiche era ufficiale della Legion d’onore da molti anni. Era stato decorato prima della guerra da Napoleone III. Si occupava poco di politica, ma la caduta dell’Impero l’aveva profondamente rattristato e nutriva un’autentica antipatia per gli uomini e le cose della Repubblica. Si era comportato molto coraggiosamente in tempo di guerra. Era diventato sindaco di Souvigny, un piccolo comune che era stato circondato dall’esercito tedesco. Per cinque settimane le comunicazioni con il resto della Francia furono interrotte e Labiche, grazie a una buona dose di coraggio e di buon senso, riuscì a evitare che i prussiani derubassero gli abitanti.
Da un po’ di tempo, non scriveva più nulla per il teatro. L’Académie l’aveva indotto a disertare il palcoscenico e ormai aveva dichiarato di volersi solo riposare. […] Oggi, con la morte, è arrivato per lui il riposo eterno; quel riposo che ha raggelato per sempre la mano di colui che scrisse tanti capolavori teatrali.

Annunci