Eugène Labiche visto da Émile Zola (II)

Il presente saggio breve è tratto dal volume Nos auteurs dramatiques, Éditions G. Charpentier, Paris 1881, pp. 253-259. L’autore è Émile Zola. La traduzione è mia.

Emile ZolaMi sono permesso di dichiarare che Eugène Labiche è un semplice uomo che ride, e me ne sono pentito. Il mio pentimento è dovuto al fatto che c’è il rischio che a questa definizione non venga attribuito un significato ampio. Non ride chi vuole, soprattutto a teatro. La risata è uno dei doni più lieti e rari che si possano portare. E non vi è nulla di più francese della risata. Il genio nazionale passa per Rabelais, Molière, La Fontaine e Voltaire, e poiché ogni apprezzamento letterario è piuttosto cauto, è già un bell’elogio sostenere che un drammaturgo sa ridere.

Del resto, vi può essere profondo sdegno nella risata. Vedere l’uomo come un fantoccio senza importanza; studiarlo con la stessa curiosità con cui si studierebbe un grottesco insetto; fargli compiere, come unico esercizio, dei salti azzardati: sono tutti modi molto disprezzabili di trattare l’umanità. Come se essa non meritasse un’analisi più approfondita. Come se non la si potesse osservare per un solo minuto senza scoppiare a ridere. Non le si fa nemmeno l’onore di averne paura. Come se il suo massimo e unico scopo fosse quello di rallegrare i bambini in fasce e quelli un po’ cresciutelli. Dev’essere proprio questa l’opinione di Eugène Labiche, che mi ha scritto: “Non sono mai stato capace di prendere sul serio gli esseri umani”.

Resta la questione del temperamento. Tutti gli analisti faticano a prendere sul serio gli esseri umani. Solo che alcuni di loro si arrabbiano e altri si divertono. E poi, esistono due modi diversi di divertirsi: alla buona, come Eugène Labiche, o con amarezza e crudeltà, come i grandi satirici. L’abilità di Labiche consiste nello spingere l’indifferenza fino al punto di vedere nei vizi dei semplici incidenti comici. I suoi personaggi sono spesso delle marionette che egli fa danzare sopra l’abisso, per ridere della smorfia che essi gli rivolgono. L’autore si prende sempre lo scrupolo di avvertire il pubblico che lo scopo è quello di passare un’ora piacevole, e che la commedia, qualsiasi cosa accada, finirà nel miglior modo possibile.

La comicità di Eugène Labiche

Eugène LabicheHo spesso constatato che, quando si tratta di fantasia, l’audacia può spingersi molto in là nell’ambiente teatrale: poiché sia l’autore che il pubblico sono consapevoli che si sta scherzando, e che non vi è nulla di vero nella vicenda narrata, è lecito mostrare qualsiasi cosa e dire qualsiasi cosa. Labiche ha raggiunto livelli di eccellenza nell’originalità con cui è riuscito a sovvertire la realtà più spiacevole. La sua comicità è composta dalle crudeli verità della vita, osservate da un punto di vista caricaturale e messe in moto da una mente priva di amarezza che si mantiene, per scelta volontaria, sulla superficie delle cose. Non vi è nulla di più delicato di un simile strumento: una sola nota troppo energica, e il pubblico andrebbe su tutte le furie. Bisogna possedere un tocco molto leggero, sfiorare appena le piaghe umane in modo da generare, nel pubblico in sala, un effetto simile a un sollettichio. Non penso affatto che Eugène Labiche, quando ha iniziato a scrivere per il teatro, abbia ragionato su tutto questo; possedeva semplicemente un’ottima personalità; era destinato a diventare la risata della borghesia francese per più di un quarto di secolo.

Labiche, Meilhac e Halévy

Henri MeilhacNon è un onore da poco, il suo: mantenere allegre due o tre generazioni ed essere, per più di trent’anni, la gioia della Francia. Gli autori comici di grande talento, come Labiche, finiscono per essere i rappresentanti di una giocosità che occupa un posto ben preciso all’interno della storia del nostro costume. Ovviamente, non si ride allo stesso modo in tutte le epoche. La comicità di Molière non è quella di Beaumarchais, che a sua volta non è quella di Picard. E la prova di questo cambiamento, che va di pari passo con il rinnovamento sociale, consiste nel fatto che il teatro di Labiche inizia già a invecchiare. Adesso abbiamo Henri Meilhac e Ludovic Halévy, e quindi riprendo il parallelismo che ho compiuto poco sopra. Eugène Labiche è più convincente, più preciso; la sua comicità deriva da una serie di effetti che si ripetono, da situazioni spinte all’estremo limite della buffoneria. Meilhac e Halévy si contraddistinguono per una risata nervosa, preziosa e raffinata; catturano l’attenzione del pubblico con opere che assomigliano allo stufato parigino: accuratamente insaporite e aromatizzate con tutte le spezie artistiche e mondane. Per capirli e apprezzarli bisogna manifestare un certo fervore. E infatti mi è stato riferito che, in provincia, le loro pièces risultano di difficile comprensione per trequarti degli spettatori. Ultimamente, ho avuto modo di assistere a un nuovo allestimento di Un cappello di paglia di Firenze di Labiche. Questa farsa resta immortale; ma la sala si divertiva molto meno di un tempo, la trama sembrava troppo semplice, troppo alla buona, priva di una di quelle scene prese da una realtà un po’ più viva, come si cerca di fare oggi.

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