Leggendo Labiche si ride da soli

Il presente articolo è tratto da Il Dramma, 43° anno, n. 369-370, giugno/luglio 1967, pp. 21-24. L’autore è Jean Dutourd curatore dell’opera Œuvres complètes d’Eugène Labiche, Paris, Club de l’Honnête Homme, 1966-1968. La traduzione è di Costanza Andreucci per Il Dramma.

Eugène LabicheLa gloria più grande per uno scrittore non è quella di andare ad appassire come una vecchia farfalla scolorita tra le pagine del Petit Larousse, né avere una biografia pittoresca che faccia sognare generazioni di liceali, ma è entrare nel costume, incorporarsi alla natura, divenire un elemento di folclore. Pochissimi, anche fra i più grandi, arrivano a tanto. Probabilmente perché manca loro una certa gentilezza, una certa bonomia, una specie di bontà paterna, doti senza le quali non si accede a quell’onore supremo che consiste nel far parte del paesaggio.

Labiche fa parte del paesaggio francese. Egli ha il suo posto fra noi come la Tour Eiffel, il Petit Trianon, il parco Montsouris. Non c’è francese che non abbia sentito parlare di lui. Lo si scopre a dieci anni nella biblioteca verde, a ottant’anni lo si legge ancora. Una gloria come questa non è mai usurpata. In effetti, che resta del teatro francese del secolo XIX? Due autori: Musset e lui. Il piccolo clarinetto di Labiche suonava più a tono dell’ampio contrabbasso del père Hugo.

Ricordo perfettamente le letture della mia infanzia: voglio dire i grandi autori, quelli che contano per sempre: erano Dumas, Assoleant (Le capitaine Corcoran), naturalmente la contessa di Ségur, Léon Cahun (La Bannière bleue), Jack London, Christophe, Labiche. Non ho più riletto da trent’anni I tre moschettieri, mentre ogni sei mesi rileggo due o tre commedie di Labiche. Ogni volta sono sicuro che ritroverò esattamente ciò che ci vuole per sentirsi felici: allegrezza in tutte le righe, uno studio serio dell’uomo, parole che fanno scoppiare dal ridere. Leggendo Labiche, si ride da soli.

Il primo a fare quest’esperienza di solitaria letizia fu Émile Augier. Labiche l’aveva invitato nel suo castello di Launoy, in Sologne. “Un giorno – scrive Augier – si sposava la figlia di un castaldo del mio ospite e Labiche, per non lasciarmi solo, voleva condurmi con sé alle nozze, ma io preferii starmene a casa. Passai così la giornata nella biblioteca, e non ho memoria di giornata più divertente di quella: c’era là tutto il repertorio di Labiche. Non avevo mai letto quelle commedie che tanto mi avevano divertito sulle scene; immaginavo, come molti altri, ch’esse necessitassero dell’abilità degli interpreti, e lo stesso autore, d’altra parte, per la modestia con la quale parlava della sua opera, mi aveva avvalorata quell’opinione. E mi sbagliavo, come mi sbagliavo! proprio come si sbagliavano l’autore e tutti coloro che sono di quell’idea”.

Il teatro di Labiche guadagna il cento per cento alla lettura: il lato burlesco entra nell’ombra e viene in piena luce il lato comico.

Commedie di Labiche

Labiche è la lanterna magica del secolo diciannovesimo. I suoi personaggi – che io sappia – non sono stati recensiti come quelli di Balzac, ma a lume di naso ne conto più di mille. Tutto un mondo. Quarant’anni della società francese. Si va da Luigi Filippo alla Terza Repubblica.

Senza averne l’aria, senza darsi pensiero di costruire un’opera, discretamente, lavorando molto, Labiche è succeduto a Balzac. La società ch’egli dipinge è in un certo senso la continuazione de La Comédie Humaine; di quella stessa società Labiche ha proseguito la descrizione e ne ha mostrato l’evoluzione e la metamorfosi. Tesoro inestimabile.

Il borghese del 1860 non è più quello del 1830. Non ha più il vigore primitivo, l’imbecillità feconda dei Phellion, dei Thuillier, dei Baudoyer. Fenomeno curioso: nell’insipidire, i suoi tratti si sono evidenziati, e cioè, egli s’è rattratto come una caricatura. Ma gli resta la cosa essenziale: il suo linguaggio, che non s’è smosso quasi in nulla, che è ancora pieno di idiotismi, d’espressioni alla moda, di scimunitaggini. Labiche che aveva un orecchio straordinariamente fine ha colto tutto questo, e ciò costituisce uno dei pregi più interessanti del suo teatro.

Ecco della gente che parla il nostro stesso idioma, senza dubbio, ma in una maniera del tutto diversa, con delle tradizioni a noi ormai sconosciute, allusioni che tanto più ci paiono facete in quanto le comprendiamo un po’ a tentoni, esclamazioni allora d’uso corrente ma oggi insolite, ridicolaggini raddoppiate da giri di frasi fuori moda. […]

Il viaggio del Signor PerrichonIl secolo XIX è stato il secolo della stupidità e della descrizione della stupidità. Quando ammiriamo i grandi imbecilli francesi, Prudhomme, Bouvard e Pécuchet, il Signor Perrichon fino al Signor Fenouillard, ci si dimentica che costoro sono stati giovani e che hanno partecipato a delle rivoluzioni, poiché il secolo decimonono è stato anche il secolo delle rivoluzioni.

Labiche ce li mostra nei loro rapporti fuggevoli con la storia, ed è evidente ch’essi restano fedeli a se stessi.

E il bello è che il nostro autore non fa neppure della polemica. Egli si limita a riprodurre tranquillamente la realtà partendo da quel luminoso principio che i personaggi di una commedia non possono che restare personaggi di commedia anche in circostanze epiche. Da qui, un quadro imparziale, dunque molto più vero di quelli che dipingono, o avrebbero dipinto, scrittori interessati.

E non lo si può accusare d’essere pessimista per sistema.

In altre commedie, come ad esempio Abbasso la famiglia!, ci si rende conto ch’egli sapeva comprendere ed amare il popolo. Però quest’uomo privo di pregiudizi non considerava affatto sacro il popolo, trovando in esso lo stesso numero di imbecilli che fra i borghesi. Perché mai una classe sociale ne potrebbe essere miracolosamente risparmiata? […]

Nella letteratura francese del diciannovesimo secolo Labiche occupa un posto unico. Egli è il solo di tutti gli autori di quell’epoca ad aver ritratto la classe sociale che effettivamente dirigeva il paese. I piccoli borghesi di Labiche, nei loro minuscoli appartamenti, anziani commercianti, futuri funzionari esclusivamente intenti ad arrotondare le loro rendite e a far bella figura davanti alla gente, animati da egoismo veramente organico, costituiscono l’unica pittura in profondo d’una società che conosciamo molto male perché era discreta e preferiva alla fama i beni tangibili. A poco a poco questa classe ha modellato la nazione, le ha dato un viso nuovo, ha sostituito alle aspirazioni di grandezza, di gloria, di bellezza artistica dell’antica Francia il gusto del benessere, il conforto, il cieco individualismo, la prudenza vigliacca, la comoda bruttezza. Ecco quello che Labiche, unico della sua specie, ha saputo vedere e soprattutto ha saputo mostrare da grande autore comico, senza accusare, senza appesantirsi con tesi noiose, senza consegnarsi a oziose considerazioni moralistiche. Egli dipinge il quadro, e il quadro è completo e parla in maniera terribile, appunto perché è completo. Questo giovane allegro e modesto ha scritto un teatro crudele e implacabile le cui condanne senza appello vengono pronunciate sempre in mezzo agli scrosci di risa delle platee.

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