Le tre rivoluzioni del teatro ottocentesco (Labiche, Dumas, Crémieux e Halévy)

Il presente articolo è tratto dall’opera Quarante ans de Théâtre: feuilletons dramatiques, Bibliothèque des Annales Politiques et Littéraires, Paris 1900, volume I, pp. 190-192. L’autore è Francisque Sarcey. La traduzione è mia.

Un cappello di paglia di FirenzeNel mio ruolo di critico teatrale, avendo modo di seguire il teatro con assiduità, ho assistito a un certo numero di rivoluzioni di cui è stata oggetto l’arte drammatica. Tre, dal mio punto di vista, sono quelle che hanno generato le conseguenze maggiori e più curiose e tutte sono state realizzate da persone che non sospettavano minimamente di possedere un’indole rivoluzionaria.
La prima è da attribuire a Eugène Labiche; il giorno in cui consegnò il copione di Un cappello di paglia di Firenze creò un nuovo genere teatrale che avrebbe, senza ombra di dubbio, cambiato per sempre il vaudeville contemporaneo. Questo nuovo genere era talmente in contrasto con le consuetudini teatrali dell’epoca che Charles Contat-Desfontaines, direttore del Teatro del Palais-Royal costretto a mettere in scena la pièce perché era di Labiche, si rifiutò di concedergli l’onore della sua presenza: dichiarò che non ci teneva affatto ad assistere al discredito del suo teatro.
Un cappello di paglia di Firenze portò alla creazione di una lunga serie di pièces costruite sulla sua falsariga che non suscitarono nel pubblico la medesima curiosità dell’originale. Sarei volentieri portato a credere che il vero capolavoro di questo genere teatrale sia in realtà Il gruzzolo, ma continuo a provare un debole per Un cappello di paglia di Firenze che aprì la serie suscitando grande scalpore.

La signora delle camelieLa seconda rivoluzione a cui ho assistito è quella generata da La signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio. Nessun critico, prima di lui, aveva parlato della necessità di esporre a teatro i fatti esattamente come si svolgono nella vita reale. Dumas, che all’epoca aveva ventidue o ventitré anni, aveva composto il suo dramma senza seguire una teoria prestabilita. No. Egli aveva amato una bella giovane e aveva narrato in un romanzo tutte le vicissitudini di questa storia d’amore; gli era venuta l’idea di ricavarne una pièce e, siccome aveva un certo talento, l’aveva composta alla meno peggio, senza nemmeno chiedersi se il testo rispettasse o meno i canoni teatrali dell’epoca e senza rifletterci troppo a lungo.
Fu una rivoluzione; tutto il teatro contemporaneo fu come percorso da una scossa, e questo giovane che, forse, non aveva mai riflettuto sull’arte drammatica, riuscì al primo colpo, senza neanche accorgersene, a compiere quell’atto che tutti i critici del mondo messi insieme non sarebbero mai riusciti a realizzare neanche in cinquant’anni di articoli giornalistici.

Orfeo all'InfernoLa terza rivoluzione è probabilmente ancora più eccezionale. Se qualcuno avesse detto a Hector Crémieux e a Ludovic Halévy mentre scrivevano con disinvoltura il libretto di Orfeo all’Inferno: “State per creare un genere che ingloberà tutti gli altri, invaderà tutti i teatri, ucciderà la commedia di genere, il vaudeville, l’opéra-comique e perfino l’opera seria e che, dopo aver divorato tutto ciò che lo circonda, finirà per autoconsumarsi”, sarebbero stati colti da un fremito di spavento e avrebbero fatto un balzo indietro dal terrore. Crémieux e Halévy non vedevano così lontano: seguivano un istinto oscuro, e fu la casualità a far sì che la loro opera rispondesse a un certo numero di aspirazioni e tendenze ancora latenti presso il pubblico e in attesa di trovare soddisfacimento. Il pubblico si riconobbe in quell’opera e li ricompensò con un successo strepitoso.

Credo che il mestiere di noi critici consista nello spiegare al pubblico perché gli piacciono determinate cose e quale rapporto hanno queste cose con gli usi e costumi della gente, con le sue idee e i suoi sentimenti. Siamo noi a sollevare il cartello indicatore sul quale si può leggere: “Passate pure, la strada è aperta”, ma non è compito nostro aprirla, quella strada; e nel caso in cui provassimo a farlo, quasi sicuramente prenderemmo un abbaglio.

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