La caccia ai corvi (La chasse aux corbeaux)

Il presente articolo è tratto da RadiocorriereTV n. 38, 1962, pagg. 40-41. L’autore è Vincenzo Ceppellini.

La caccia ai corvi (La chasse aux corbeaux)L’adulatore vive a spese dell’adulato: questa è la notissima morale della favola di La Fontaine, ove si narra di un corvo appollaiato sui rami di un albero, con un pezzo di cacio in bocca, e di una astuta volpe che, provocando la vanesia ambizione canora dell’uccello, riesce a impossessarsi di quel cibo. Ma fino a che punto è vera l’affermazione che quella dell’adulatore è una professione redditizia?

Eugène Labiche, il fecondo autore del teatro comico francese, autore di quel divertente e sempre fresco Cappello di paglia di Firenze, cui è legata maggiormente la sua fama, insieme ad un centinaio di commedie leggere, spesso accompagnate da allegre strofette (il vaudeville), deve essersi posto il quesito conversando con Marc Michel, una sera qualsiasi intorno al 1850. Labiche scriveva sempre in collaborazione: l’interlocutore gli offriva generalmente l’idea, poi la fantasia teatrale di Labiche si sfrenava ad inventar trovate e battute, per un inesauribile sviluppo di trame divertenti. Anche il tema dell’adulazione redditizia offrì lo spunto a tre atti brillantissimi, arguti, ironici, pungenti, La caccia ai corvi, tradotti e adattati ora per la TV da Alessandro De Stefani. Caccia ai corvi ovverosia a chi è disposto a pagare per essere adulato.

Trama della pièce

Alberto Criqueville, il protagonista, è un giovane di ventisei anni rovinato da un nobile vizio: la poesia. Per procurare lodi ai suoi versi, per sentirsi applaudire, ha profuso un patrimonio in feste e ricevimenti, popolati naturalmente da volpi abili nel farsi cadere il cacio sui piedi con qualche opportuno incensamento. Gli sono rimaste solo le azioni di un giornalucolo, Il Faro acceso, acquistate in un’ora di euforia.

Il giornale ha però solo un lettore: un deputato, che è anche il sovvenzionatore, perché il foglio pubblica ripetutamente un suo discorso mai pronunciato alla Camera. D’altro canto, non è questo il momento per Alberto di essere senza soldi: è innamorato di Clotilde e vuole sposarla, ma la ragazza è figlia di un generale, a rivelare il carattere del quale basterà dire che conta uno per uno i 3500 passi della igienica passeggiata quotidiana. Non c’è da sperare che rinunci a contare, uno per uno, i centomila franchi che pretende dal futuro genero. Disperato, il poeta si dirige alla Senna per un tuffo nell’acqua gelata. Sul Lungosenna Labiche gli fa incontrare il padre di Clotilde, che concede due mesi di tempo perché Alberto trovi un posto e il capitale, e un lustrascarpe, Antonio, che ha la buona idea, all’ultimo momento, di leggere ad alta voce la favola di La Fontaine.

La volpe e il corvo

Criqueville si illumina e rimanda il suicidio: si è rovinato per farsi adulare, ora vivrà invece coi profitti dell’adulazione. I quali, all’inizio, non mancano: il sarto Pagevin concede credito in cambio della promessa di una onorificenza brasiliana; il finanziere Montdouillard offre amicizia, inviti e favori per il piacere di sentirsi magnificare i suoi innumerevoli gilet e per sentir celebrare la sua abilità di seduttore; l’alto funzionario Flavigny sembra lasciarsi sedurre dalle lodi sperticate per una sua relazione, giudicata da altri sgrammaticata e caotica. Alberto vive per qualche tempo, insieme con Antonio divenuto suo maggiordomo, sul guadagno procurato da superlativi spesi con liberalità, da complimenti cesellati con astuzia, da malignità sussurrate contro i rivali dei suoi soggetti. L’adulazione è, a suo modo, un’arte, che richiede tutto, intuizione, prontezza, mobilità di spirito, intraprendenza: Alberto ha queste doti e può perciò vestirsi, mangiare, divertirsi, frequentare gente importante. Ma non ha ancora il capitale e il posto, né riesce a procurarseli con l’adulazione, sia pur spregiudicata. Gli adulati spendono solo gli spiccioli per l’ambizione; i biglietti di grosso taglio li riservano per chi può loro servire o per chi può nuocere.

Alberto impara la lezione, si ricorda del giornaletto di cui è comproprietario, si improvvisa giornalista e persegue i suoi scopi, non più adulando, ma mordendo, con minacce e ricatti. Labiche corregge e aggiorna La Fontaine: l’adulazione, da sola, non dà da vivere.

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