Lo stile di Eugène Labiche

Il presente saggio breve è tratto da Le théâtre de Labiche in De Scribe à Ibsen: causeries sur le Théâtre contemporain, Paul Delaplane Éditeur, Paris 1893, pagg. 443-451. L’autore è René Doumic. La traduzione è mia.

Un cappello di paglia di FirenzePer quarant’anni Eugène Labiche ha fatto ridere i suoi contemporanei: è stato una forza, una forza benefica. La gioia è in effetti il tratto dominante di tutto il suo teatro, ed è questo a renderlo un teatro unico nel suo genere e molto originale. Altri autori, nelle loro rispettive epoche, si sono dimostrati gioiosi quanto Labiche, ma nessuno, come lui, possedeva quell’inesauribile gioia che, dall’inizio alla fine della sua opera, si è dimostrata la sua costante fonte d’ispirazione. È Labiche in persona che sembra aver composto le sue pièces con l’unico scopo di divertirsi e di divertire il pubblico. Appena una situazione comica gli attraversava la mente, subito la consolidava fin dall’inizio della pièce. Poi la girava e rigirava, la esaminava sotto tutti i punti di vista, come per prolungare il proprio piacere, e, dopo averne ricavato tutti gli effetti possibili, si fermava e lasciava che l’azione terminasse come meglio poteva, in preda alla casualità di un finale qualsiasi. Quanto abbiamo riso, mio Dio, con quella risata grassa e sincera tipica dell’uomo che, cancellando ogni amarezza e preoccupazione, migliora il suo stato di salute.

Struttura delle opere di Labiche:
Ritengo opportuno suddividere l’opera di Labiche in due parti: la prima, che è anche la più estesa, è formata da quei vaudeville basati sui quiproquo, di cui Un cappello di paglia di Firenze e Il gruzzolo sono i massimi rappresentanti; la seconda è incentrata sullo spirito d’osservazione di Labiche e la sua capacità di leggere nell’animo umano.
Le pièces che rientrano nella prima categoria sono delle esorbitanti buffonate. Nascono da una situazione impossibile per poi dipanarsi nello stravagante. I personaggi sono grotteschi e ogni loro caratteristica, a partire dal nome che gli viene affibbiato fino ai tic e alle manie che li perseguitano, contribuisce a metterne in risalto la smisurata imbecillità. Borghesi e provinciali, hanno una fisionomia che sfocia nel caricaturale. Il loro stato d’animo abituale è la stupefazione, e per renderne ancora più pittoresca l’idiozia l’autore li veste in modo bizzarro, inducendoli a utilizzare accessori stravaganti e ad assumere posture eccentriche. Nonancourt, il padre della sposa in Un cappello di paglia di Firenze, se ne va a spasso per dodici ore con un vaso di mirto sottobraccio; Colladan, tra i protagonisti del Gruzzolo, passeggia lungo il boulevard con la zappa in spalla; Edgard, di Edgard e la sua cameriera, sale su una scala perché soffre di un terribile mal di denti e non sa dove mettersi; in Un ballo in vestaglia, un signore in abito scuro si vede improvvisamente costretto a portare in giro uno scaldaletto e c’è anche chi porta una camelia all’occhiello e sottobraccio un canestro di carbone. L’obiettivo principale è far ridere e, a questo scopo, tutti i mezzi sono buoni.
Tra le principali strategie sfruttate da Labiche si possono enumerare:

1) Gli equivoci: Nelle pièces appartenenti al genere succitato ogni personaggio viene scambiato per qualcun altro senza mai essere visto per come è in realtà: un contabile viene scambiato per il sindaco incaricato di registrare i nomi degli sposi sul registro del Comune; un individuo qualsiasi viene preso per un noto tenore; il palazzo di una marchesa viene confuso con la sala banchetti di un ristorante. Spesso e volentieri, una donna in età avanzata interpreta dei complimenti indirizzati ad altre come se fossero rivolti a lei, anche se la sua età dovrebbe bastare a renderla conscia dell’equivoco;

2) I racconti inverosimili: Ogni volta che un personaggio è bloccato in un vicolo cieco, decide di inventare, pur di uscirne, la giustificazione meno plausibile di questo mondo, nella ferma convinzione che sarà facilmente accettata;

3) Il continuo ripetersi delle medesime battute, delle medesime interiezioni, dei medesimi incidenti e la sospensione di una confidenza che sta per essere comunicata e viene interrotta, decine di volte, sempre nel momento clou;

4) Il contrasto tra quanto i personaggi affermano e il tono in cui lo affermano: Un uomo sordo viene trattato da idiota e imbecille e lui sorride e ringrazia…

L'amatissimo CélimareL’elenco potrebbe essere ancora molto lungo. Del resto, i procedimenti utilizzati da Labiche per scatenare il riso sono quelli che già riscossero ampio successo in epoche passate, ma, a differenza dei suoi predecessori, l’autore se ne serve con incredibile destrezza riuscendo a diventare un vero maestro in un genere di cui non è l’inventore. Alcune delle sue pièces sono di una comicità talmente irresistibile da raggiungere la perfezione. Ma questo non significa, ovviamente, che sia opportuno cercarvi quello che non c’è. Per quanto mi riguarda non ho mai cercato di scoprire la filosofia che si cela dietro Il gruzzolo, o di penetrare nei meandri psicologici di Un cappello di paglia di Firenze. Si tratta semplicemente di fantasie e di farse esilaranti, niente di più, e, dal mio punto di vista, va più che bene così.

Accanto alle commedie d’intreccio, che rallegrano il pubblico come una sorta di sfida lanciata alla realtà, nel teatro di Labiche si trovano testi di un genere completamente diverso. Come già anticipato sono quelli che mettono in evidenza lo spirito d’osservazione dell’autore e la sua capacità di leggere nell’animo umano. Rientrano in questa categoria: Il viaggio del Signor Perrichon, uno dei suoi capolavori; Il misantropo e l’alverniate, L’amatissimo Célimare, Il più felice dei tre, La polvere negli occhi… Tutte queste pièces sono accomunate da un’unica caratteristica: l’autore vi esprime delle idee molto sottili avvalendosi di mezzi grossolani. Il ragionamento di Labiche è il seguente: ci si lamenta sempre del fatto che il mondo è dominato dalla menzogna, dalle false apparenze e dalle convenzioni e ognuno di noi spera, prima o poi, di trovare onestà e sincerità. Ora, l’unico sistema per far sì che ci si penta di questa speranza è fare in modo che si realizzi sul serio. Ed ecco come l’autore espone il proprio pensiero in alcune delle pièces succitate:
1) Un misantropo si illude di trovare in un villano, alverniate di nascita e portatore d’acqua di mestiere, l’uomo secondo natura, l’anima semplice e indipendente che ha sempre cercato nella società; così lo prende con sé e gli raccomanda di dire sempre la verità. Prima che siano trascorse ventiquattr’ore, l’alverniate ha già accumulato una tale serie di gaffe che il povero misantropo non sa più come liberarsi del suo scocciatore.
2) Quando un amante si introduce in una famiglia, la sua presenza va a tutto vantaggio del marito. Ecco quindi Célimare, il giorno seguente le nozze, affiancato da due Sganarelli (vedere Nota 1) che non sono capaci di fare a meno di lui e che hanno giurato di non lasciarlo più. Questo contrasto tra la natura dell’idea e l’importanza dei mezzi è curioso, e del resto non servirebbe a niente contestarne la legittimità poiché una simile scelta finirebbe per eliminare una delle caratteristiche fondamentali dell’opera di Labiche.

Labiche

La borghesia di Labiche:
L’ambiente in cui Labiche fa fluire il suo spirito d’osservazione, così penetrante, è sempre lo stesso, e il personaggio che mette costantemente in scena è il borghese, parente stretto del Monsieur Prudhomme tratteggiato da Henry Monnier. È ricco, questo borghese, o quantomeno benestante, perché la ricchezza è un terreno perfetto per coltivare il fiore della stupidità. È un uomo che ha vissuto, questo borghese, ma che dalla vita non ha imparato nulla: le sue poche esperienze si convertono inevitabilmente in aforismi o formule prive di significato. È un tipo sentenzioso, pieno di pregiudizi, in grado di riconoscere la morale solo quando questa se ne sta appollaiata sui trampoli in cima ai quali egli stesso l’ha collocata. Limitato e con una visione ristretta della vita, si rivela meschino anche nei vizi: da giovane è stato un libertino, sì, ma solo in certa misura. Una volta sposato, entrerà completamente nel suo personaggio, e subirà consapevolmente le disavventure previste dalla situazione. Del resto avrà il proprio tornaconto, grazie a una specie di istinto che gli permette di volgere ogni cosa a suo massimo vantaggio. Marito tradito, si rivelerà il più felice dei tre, e troverà un valido risarcimento nelle attenzioni di cui sarà subissato e nelle coccole in cui sarà cullato. I suoi difetti saranno un motivo in più di felicità: l’ingratitudine che lo contraddistingue, risparmiandogli la noia degli obblighi, gli permetterà di preservare la sua autonomia amorosa, e tutti i tratti del suo carattere finiranno per sintetizzarsi in uno solo: un profondo, inguaribile e sano egoismo.
Tutto questo è il frutto di uno spirito di osservazione autentico; è forse possibile che, malgrado le apparenze buffonesche, si tratti invece di un’osservazione pessimistica? Assolutamente no. Perché se Labiche si affretta a ridere dei nostri difetti è perché non ha alcuna intenzione di piangerci sopra. Accetta le cose come stanno, perché le considera accettabili e perché, in fondo, non esiste rimedio alcuno. Ragion per cui, malgrado tutti i suoi difetti, il suo borghese è una gran brava persona, non tanto cattiva ma sicuramente feroce. La pièce Gli uccellini si conclude con questa affermazione che mi sembra corretta ma che è anche il manifesto dell’indulgenza: “Per essere felici bisogna saper fare due cose: chiudere gli occhi e aprire le mani”. Di certo ci sarà qualcuno che a proposito dell’autore del Misantropo e l’alverniate – come normalmente succede anche per l’autore del Misantropo – sosterrà che le fragorose risate nascondono un fondo di profonda tristezza e che queste buffonerie hanno un substrato di notevole amarezza. Secondo me è una supposizione gratuita e priva di fondamento. Labiche, da bravo burlone qual era, amava gli esseri umani: e farci ridere dei nostri difetti non è forse l’unico modo per consolarci di averli?

Les Chemins de FerQuesta tendenza a vedere in ogni cosa, anche in quelle più tristi, il lato divertente, è proprio ciò che si definisce, nell’ampio e buon senso del termine, tendence gauloise [un umorismo beffeggiatore, salace e non voluttuoso, ghiotto ma non goloso. Vedesi a questo proposito: Storia del riso e della derisione di Georges Minois, Traduzione di Manuela Carbone, Edizioni Dedalo, Bari 2004, p. 609]. Labiche è un Gaulois e si inserisce perfettamente nella tradizione della commedia francese. Il suo nome è stato associato a quello di Jean-François Regnard e a quello di Molière: se lo scopo di tale associazione è paragonare la sua opera a quella di questi maestri per il valore letterario e il successo durevole nel tempo, direi che si sta alquanto esagerando. Un simile confronto, secondo me, è ammissibile in un solo caso, e cioè se dopo aver assistito a una lettura di testi di Regnard o di Molière si ha la possibilità di vedere una pièce di Labiche; a quel punto è probabile percepire una certa familiarità di argomenti. È come se l’autore avesse avuto una propensione naturale al buonumore. Molière possedeva forse quello che oggi viene definito spirito arguto? Certo che sì, ma sono anche sicuro che Labiche non lo aveva affatto. Dal suo repertorio si possono estrarre ben poche frasi d’autore e molto meno pungenti di quelle dei nostri riconosciuti faiseurs: “Noi signorine guardiamo tutto benissimo, benissimo… e non osserviamo mai”. “Il vaudeville è l’arte di far dire al padre della signorina che all’inizio diceva no”. “Certo che è strano, non ci siamo visti per ventisette anni e mezzo e ora… non abbiamo nulla da dirci”. “Prenoto la vostra sala da cento posti!” “In quanti siete?” “Quattordici” “Voi starete belli larghi ma il vostro portafoglio si troverà alle strette”. “Ho sempre amato le donne sposate: sono perbene e oneste. È così difficile al giorno d’oggi avere per amante una donna onesta!”. In compenso, nelle opere di Labiche le battute nascono dalla situazione stessa e dal carattere. Alcune di queste battute sono diventate di uso comune, come le classiche “Genero mio, il fidanzamento è rotto!” o “Abbracciamoci, Folleville!”. È un modo come un altro di arricchire la propria lingua. E Labiche possiede spontaneità, semplicità, tocco ampio e talento nel dipingere affreschi.

La personalità ben marcata:
Il viaggio del Signor Perrichon
Tutte queste caratteristiche formano un insieme dotato di una sua unità e tracciano una fisionomia d’autore molto ben definita. E anche per questo Labiche è sempre stato incapace di uscire dal genere che ne ha determinato la fortuna. Ha composto, per la Comédie-Française, una pièce che voleva essere più impegnata, Moi. Si tratta di un testo ingarbugliato, con un’azione priva di logica e con un’impostazione piatta dei caratteri e senza alcuna sfumatura. In altre occasioni, Labiche si è lasciato trasportare dall’intreccio delle sue opere fino ad avventurarsi nel sentimentale, ma il risultato si è rivelato talmente maldestro da costringere lo spettatore ad analizzare il testo da vicino per capire se l’autore diceva sul serio o stava scherzando. Questo è un po’ l’inconveniente a cui sono esposti coloro che possiedono una personalità ben marcata. Labiche aveva il raro pregio di conoscere benissimo se stesso e di non voler andare oltre la sue possibilità. È anche stato il miglior critico della sua opera e il giudice più perspicace del suo talento.
Quando gli dissero che “le sue pièces ci avrebbero guadagnato molto a essere lette piuttosto che interpretate” ne rimase stupito, e questo perché egli le aveva concepite per la rappresentazione e non per la lettura, e in modo tale che suscitassero il riso per un certo numero di sere di fila e poi basta. Labiche era eccessivamente modesto, su questo non vi è dubbio alcuno, ma aveva anche uno spirito accorto.
Quando proposero il suo nome per l’Académie Française, reagì con scetticismo all’idea della sua candidatura e dubitò di essersi particolarmente distinto per le sue capacità. Fosse stato per lui, non sarebbe di certo riuscito a pubblicare i dieci volumi delle sue opere, e si sarebbe preoccupato ancora meno di dar loro un seguito. Probabilmente avrebbe selezionato le opere richieste dall’epoca. Avrebbe scelto Il gruzzolo e altre pièces simili perché appartenenti allo stesso genere e vi avrebbe aggiunto altre cinque o sei commedie di osservazione. Ne sarebbe uscita una raccolta in due volumi in cui tutta la gloria di Labiche sarebbe sopravvissuta in tranquillità. Labiche sarà ricordato come l’unico uomo del nostro tempo a possedere nella sua interezza la caratteristica del buonumore. Sarà ricordato come il rappresentante riconosciuto di un genere intermedio che si colloca tra la farsa e la commedia, e che unisce allo spirito di osservazione della prima le buffonerie della seconda.

Note:
[1]
Riferimento al personaggio di Sganarello protagonista dell’atto unico di Molière Sganarello o il cornuto immaginario (1660).

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