Un cappello di paglia di Firenze alla Comédie Française

Il presente articolo è tratto da La Revue des deux mondes, aprile 1938, première quinzaine, pp. 703-705. L’autore è Gérard d’Houville. La traduzione è mia.

Un chapeau de paille d'Italie - locandinaUn cappello di paglia di Firenze è una commedia di una stupidità rigorosa. Diverte gli uni, e annoia gli altri. Alcuni anni fa René Clair ne trasse una pellicola di una follia ritmica, sbalorditiva nel suo caos volontario, nella sua cacofonia ben orchestrata e nel suo epilogo così assurdamente comico il cui intreccio, prevedibile e insignificante, gli ha forse ispirato Il milione, uno dei film più belli del suo repertorio. Il regista teatrale Gaston Baty si è a sua volta appropriato di questa farandola démodé e le ha infuso quel carattere di sogno sconcertante che il cinema sapeva offrire così bene con i suoi giochi di luci e ombre.

“Il vaudeville è un incubo…” ha dichiarato Gaston Baty, e in effetti è proprio vero. L’avevo constatato e dichiarato io stesso, alcuni anni fa, a proposito del riallestimento di una pièce di Georges Feydeau: La signora di Chez Maxim. Il vaudeville e le sue complicazioni burlesche si impadroniscono della realtà ed estraggono il succo di fantasia inverosimile che essa contiene, malgrado la sua apparente piattezza. Anzi, proprio l’eccesso di questa piattezza finisce per trasformarsi in originalità. Una logica peculiare concatena una serie di peripezie inverosimili. Logica di sogni imbecilli… Tutti li abbiamo conosciuti questi sogni in cui, ad esempio, camminiamo in camicia da notte lungo i binari di una stazione, perdendo tutti i treni, cercando con angoscia i bagagli dimenticati… o in cui corriamo a prenderli, rientrando a casa inseguiti da un’orda di viaggiatori, vociferando e tentando inutilmente di impedire questa corsa così vitale… Tutti abbiamo sognato di dire in faccia a determinate persone tutto ciò che è assolutamente vietato dirgli… Tutti abbiamo errato senza fine lungo le strade deserte, rese bizzarre dall’atmosfera notturna, e siamo entrati in salotti in cui non eravamo invitati partecipando a feste o rimanendo coinvolti in disastri imprevisti e intravvedendo quella folla misteriosa di persone quasi reali che fluttuano tra la vita vera e il sogno.

An Italian Straw Hat

Gaston Baty, servendosi dell’intreccio e dei personaggi di Un cappello di paglia di Firenze, ha cercato di trasferire sul palcoscenico quell’atmosfera che René Clair aveva saputo creare al cinema e di catturare, attraverso i suoi attori, le apparenze di quello stadio intermedio e secondario di marionette che agiscono all’interno di un sogno. La sua scelta si è rivelata un successo e lo spettacolo che ha offerto al pubblico è davvero splendido. Le belle scenografie di Touchagues realizzate da Bertin; gli impagabili costumi in stile Secondo Impero, sempre disegnati da Touchagues e realizzati da Olga Choumansky per le attrici e dal laboratorio della Comédie Française per gli attori; la musica volutamente fantomatica di André Cadou che, per le parti cantate, si è servito di alcune partiture d’epoca; le luci gestite con accuratezza e il talento degli attori hanno contribuito a trasformare la serata in un divertimento inducendo il pubblico a manifestare la propria allegria con risate a scena aperta.

Alcuni rigoristi hanno affermato che la Comédie Française non avrebbe dovuto mettere in scena un testo di Labiche. E perché mai? Nel suo genere, Labiche è un classico e un classico, molto noto, della risata. Ahimè, nulla invecchia più rapidamente del riso! Ciò che un tempo sembrava estremamente comico, oggi non fa ridere affatto. Per divertirsi ancora quando si assiste a queste follie borghesi bisogna accentuare la loro desueta inverosimiglianza e la loro inventiva, che sembra uscita fuori dalla bocca di una pettegola surrealista.

The Italian Straw HatLa regia di Gaston Baty; la perfezione comica e colorata dei costumi; la gradevolezza dei balletti abbozzati, di tanto in tanto, per ridare al testo l’impulso necessario fanno di Un cappello di paglia di Firenze un grande spettacolo che vive di una vita artificiale ma di un’ironia gioiosa e di una buffoneria profondamente morale. Perché, andare a cercare lontano ciò che la buona sorte vi aveva già messo sotto il naso, è l’avventura più umana che esista, e quel cappello che Fadinard, sposo sconcertato, è costretto a cercare invano in tante case diverse si trova proprio a casa sua, portato come dono di nozze per la sposa da quello zio Vézinet, sordo e rimbambito, a cui nessuno presta attenzione. Eppure è proprio lui a detenere l’oggetto più importante dell’intera commedia, quell’astro di paglia attorno al quale ruotano tutte queste comparse esterrefatte, come un nugolo d’insetti alla ricerca del disco solare.

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