Eugène Labiche, questo sconosciuto

Théâtre de Labiche (I)Eugène Labiche è famoso e sconosciuto al tempo stesso. Ha sostenitori e detrattori, ma non ha certezza. Quest’uomo di spessore amava solo la risata, ma questo non gli ha impedito di vivere la sua esistenza senza scalpore.

Gli sono state attribuite molte intenzioni, ma nessuna di esse è stata accertata: per gli uni, Labiche si accanisce contro la borghesia; per gli altri, dietro i suoi vaudeville si cela la disperazione. A voler dare retta ad alcuni, questo teatro turbinante si convertirebbe ben presto in non so quale oscura macchinazione. Al di sopra di tutto, c’è quest’uomo dai gusti modesti, per il quale l’ordine viene prima di ogni cosa, che coltiva i suoi campi in Sologne: un essere tutto sommato estremamente banale se non fosse che possiede il segreto della comicità […]

Quello che Labiche inserisce nei suoi spettacoli, e mette in risalto, è la borghesia. Meglio ancora: la borghesia francese sotto il Secondo Impero. Lui stesso appartiene a questa classe, anche se ne elenca le ridicolaggini e i difetti. Labiche non nutre il disprezzo di Flaubert. Osserva, ma non giudica. Ritrae una società, ma non la riforma. È un uomo d’ordine che vede un mondo immobile. La sua comicità si fonda sul buonumore. Ma egli ha una vista eccezionale! Il lettore d’oggi, percorrendo questi sentieri, scopre questa specifica classe sociale (e molto meglio che altrove). Labiche ha scritto un testo come La Grammatica ma era fiero di essere sindaco di un villaggio in Sologne, e raccontava ai fratelli Goncourt di essere stato eletto per aver riferito alle autorità del luogo di essere l’unico, nel cantone, a pulirsi il naso con il fazzoletto e non con le dita: in realtà stava solo ridendo di se stesso mantenendosi, tuttavia, perseverante. Fu così che entrò all’Académie-Française senza mai perdere la sua spontaneità.

Théâtre de Labiche (II)Una cosa ancora. Labiche si espone così poco sulla ribalta, si nasconde a tal punto dietro ai caratteri che crea, si trattiene talmente dall’esprimere le sue intenzioni, che noi tutti finiamo per dimenticarlo. Questo teatro ideale, paradossalmente, sembra indicare un’assenza totale dell’autore. Ci si preoccupa solo del teatro, e Labiche passa in secondo piano: il che è una buona cosa, molto rara. Non c’è molto mistero, né ombra, in questa strada, e in questo la modestia trova una sua ragione d’essere. Alla modestia, il successo (le acclamazioni postume) deve tutto.
(frammento tratto dall’introduzione al volume tre dell’opera Théâtre de Labiche a cura di Hubert Juin, Le Livre de Poche, Paris, 1971, pp. 7-9, traduzione mia)

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