Il valore dell’opera di Eugène Labiche

Eugène LabicheNel suo studio incentrato sul teatro di Labiche, e presentato nel 1996 nell’ambito del V congresso dell’Università di Murcia sui diversi approcci al testo letterario, l’autore e attore teatrale Juli Leal espone le sue considerazioni per quanto riguarda la qualità di un testo teatrale e nello specifico in che modo un testo, dal punto di vista letterario, viene considerato degno di essere inserito in un manuale. Nel caso di Labiche, Un cappello di paglia di Firenze, malgrado la sua notorietà tra il pubblico, è apparso in una versione tascabile, con analisi critica e approfondimenti, solo nel 1994, di fatto seguendo la stessa sorte toccata a Georges Feydeau e Maurice Hennequin. Una scelta di questo tipo è da ricercarsi nel genere “minore” con cui vengono etichettate tali opere malgrado gli autori siano considerati dei maestri da altri noti letterati.

Labiche raggiunge il massimo successo durante il Secondo Impero; il suo teatro si ispira direttamente alla realtà e benché l’autore non componga pièces bien faites nello stile di Eugène Scribe, si tratta comunque di un teatro fresco e spontaneo proprio per la sua mancanza di pretese. In Un cappello di paglia di Firenze la quotidianità si alterna con l’assurdo, con la demolizione del sistema prestabilito in chiave di farsa delirante. Andando a selezionare un corpus di quindici opere che va dal 1851 al 1877, si scopre un campionario di ricchezza letteraria e artigianato scenico che propone una riflessione sull’uomo moderno di inquietante attualità. Le risorse sceniche, le invenzioni, il ritmo frenetico si fondano tutti su un linguaggio che sfrutta le tecniche della comicità fino a proporre una visione disumanizzata dei personaggi. Labiche riesce a raggiungere un livello di comicità che polverizza la verosimiglianza convertendo l’eroe in un antieroe e il comico in analisi tematica.

La comicità verbale inizia dai nomi dei personaggi, attraverso l’utilizzo di prefissi e suffissi connotativi e di nomi propri che alludono alla personalità (Fadinard, Colladan, Bouchencoeur, Folleville, Madame Grosminet, Madame Champbaudet). Il linguaggio si ribella al personaggio esposto a situazioni disdicevoli, dove la ripetizione, il contrasto, l’eufemismo suscitano il riso, e sottolineano la ridicolaggine di una classe che si finge colta ed è invece volgare, che si vuole sicura ed è invece vittima del Dio denaro. Tra le strategie adottate da Labiche: il contrasto tra causa-effetto interponendo un’idea assurda in una cornice logica; far pronunciare ai personaggi un’insensatezza avvalendosi di un tono solenne; creare un fraintendimento tra significato reale e figurato; la parodia; il doppio significato del discorso; il satireggiare la pomposità.

Juli Real rileva un cambiamento nel modo in cui Labiche concepisce le sue opere dovuto in parte alla disillusione politica provata, in parte alle critiche sempre più profonde al suo teatro, e questo lo induce ad affinare il suo stile. Così i testi iniziano a ritrarre con acidità le zitelle, le vedove focose, le donne infedeli, i mariti cinici e una galleria di personaggi che fino a quel momento avevano ricoperto ruoli secondari. Il panico della povertà si materializza nella transazione matrimoniale a qualunque costo. Labiche evolve la sua tecnica trasformando il focolare borghese del Secondo Impero, simbolo di sicurezza, in una sorta di inferno domestico dove la coppia e la famiglia sono i nemici principali del personaggio centrale privo di controllo, sia orale che fisico. Prova di tale comportamento la si riscontrerà nei finali delle pièces dell’autore che inizieranno a presentare doppi sensi o a essere apertamente provocatori. Alcuni esempi si riscontrano nel Viaggio del Signor Perrichon, L’affare della Rue de Lourcine, Il gruzzolo e Il premio Martin.

Horse Eats HatAl declino di Labiche, avvenuto nel 1877 con la rappresentazione della pièce La chiave, seguirà il trionfo di Feydeau, che riprende in mano l’inferno della vita coniugale. Proprio La chiave, dopo la sua ripresa in Francia nella stagione 1986-1987 con notevole successo, otterrà ottimi riscontri e indurrà la critica ad andare a rispolverare il fatto che già nel 1936 Orson Welles aveva portato in scena Un cappello di paglia di Firenze nell’adattamento Horse Eats Hat e che nel 1938 Gaston Baty aveva allestito lo stesso testo alla Comédie-Française. Tuttavia, la riscoperta di Labiche era già iniziata negli anni Sessanta, ma non per una memoria collettiva legata al contesto scenico bensì grazie ai testi, dato il disprezzo di cui gli autori come lui, considerati “commerciali” o “artigianali”, erano oggetto in passato. Uno degli eventi che negli anni Novanta ha favorito la rivalutazione di questi autori è stato il film La regina Margot, diretto da Patrice Chéreau su testo di Alexandre Dumas padre. Secondo lo studioso è opportuno rivendicare ciò che è culturalmente e socialmente significativo rifiutando una volta per tutte la scala ormai superata del genere “minore”.

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