Eugène Labiche visto da Émile Zola (III)

Il presente saggio breve è tratto dal volume Nos auteurs dramatiques, Éditions G. Charpentier, Paris 1881, pp. 253-259. L’autore è Émile Zola. La traduzione è mia.

Il viaggio del Signor PerrichonIl viaggio del Signor Perrichon
Il secondo volume del Théâtre complet di Labiche contiene le sue commedie più letterarie. Parlerò, innanzitutto, del Viaggio del Signor Perrichon che molti si stupiscono di non vedere inserita nel repertorio della Comédie-Française. Il soggetto è noto ed è tratto da un’osservazione filosofica che un La Rochefoucauld misantropo avrebbe potuto sintetizzare così: “Amiamo gli uomini non per i servizi che ci rendono, ma per i servizi che noi rendiamo loro”. Il Signor Perrichon, durante un viaggio in Svizzera, viene salvato da un giovane di nome Armand e inizia a detestarlo cordialmente; all’opposto, inizia a manifestare uno straordinario affetto per tale Daniel che crede di aver a sua volta salvato da un grave pericolo. Ed è qui che la grande abilità di Eugène Labiche prende il sopravvento. Questa figura di borghese scioccamente vanitoso, vigliacco e ferocemente egoista dovrebbe risultarci insopportabile, invece, Labiche, ce la rende amabile a causa di quella bonarietà e ingenuità di fondo con cui lo dipinge. Si ripete dunque ancora una volta quella personalità dell’autore comico che gli consente di glissare sulla bassezza umana per soffermarsi sulle note leggere e divertenti che ci fanno sorridere.
La cosa che mi ha colpito ancora di più, dal punto di vista del mestiere, sono le risorse dell’immaginazione drammaturgica di cui Labiche dà prova nell’affrontare una simile tematica. La pièce si regge solo e soltanto sul pensiero egoista che ho descritto poco fa, quindi si può prevedere quale povero partito avrebbe preso un autore meno avvezzo alle esigenze sceniche di Labiche. Egli ha prolungato gli effetti riprendendo la stessa tematica in tutti i modi possibili e riuscendo, così, a riempire quattro atti. Per quanto mi riguarda, mi piace soprattutto il secondo, durante il quale si verificano i due incidenti in senso inverso, e il terzo, che sviluppa la situazione; il primo, ambientato in una stazione ferroviaria, mi sembra piuttosto vuoto; l’ultimo, invece, risolve la situazione in un modo troppo semplicistico, grazie a una conversazione tra Armand e Daniel a cui Perrichon assiste per caso. Va comunque ammirata la flessibilità dell’autore; l’arte con cui è riuscito a trarre un’opera interessante da un soggetto morale che, a teatro, sembrava destinato a suscitare sgradevolezza.
Va sottolineato che non ci troviamo di fronte a una commedia d’intreccio ma a una vera e propria analisi umana. Essendo un autore molto abile, Eugène Labiche non cerca mai le complicazioni inutili ed è per questo che gode di tutta la mia stima. Volendo fare un paragone tra il suo teatro e quello di Victorien Sardou, si nota subito la sua netta superiorità per la spontaneità dell’inventiva e l’inesauribile abbondanza dei dettagli comici che sgorgano come da una sorgente, poiché la ricca vena, altamente francese, non si limita a sfruttare i mezzucci ma trae la risata dalle situazioni stesse.
Cosa manca dunque al Viaggio del Signor Perrichon per essere un autentico capolavoro? Sarò sincero: manca una certa tenuta letteraria e una maggiore semplicità nell’utilizzo degli elementi comici. Ho già parlato della vuotezza del primo atto, mediocre caricatura del viaggio in treno di un borghese poco avvezzo a simili attività. Mi dimostrerò ancora più severo per quanto riguarda il modo in cui è concepito l’epilogo. Questa conversazione a cui Perrichon assiste involontariamente è una strategia indegna di un’opera superiore. Credo che la conclusione la si sarebbe potuta trarre dal carattere stesso di Perrichon. Inoltre, ci sono alcuni episodi, in particolare quello del maggiore Mathieu, che sono stati inseriti per dare corpo alla pièce ma che finiscono per renderla troppo lunga e poco uniforme. Avrei preferito un getto unico e potente.

La polvere negli occhi
Il teatro di Labiche
Anche La polvere negli occhi è una commedia la cui trama è tutta d’osservazione. L’autore ha voluto dipingere quella rabbia che spinge alcune famiglie ad abbagliare la gente, ostentando un lusso che non sono in grado di sostenere. I Ratinois e i Malingear, che fanno a gara su chi racconta più bugie sulla loro vera situazione sociale prima di concludere il contratto di matrimonio tra i figli, sono divertentissimi. I primi ad assumere questo tipo di atteggiamento sono i Malingear, nella convinzione di garantire una miglior sistemazione alla loro figlia Emmeline e in modo da obbligare i Ratinois a dare al figlio Frédéric una dote più sostanziosa; a questo punto i Ratinois, credendo i Malingear incredibilmente ricchi, prendono a loro volta l’iniziativa. Vale la pena leggere la scena dei due padri impegnati a regolare la questione dei soldi arrivando, loro malgrado, a cifre esorbitanti. Si tratta di comicità di buon livello, comicità di situazione e d’analisi degna di Molière. Siamo lontani dalle pièces a equivoci di alcuni acclamati autori.

Gli uccellini
Confesso che il testo Gli uccellini mi è piaciuto meno, e del resto non ha ottenuto grande successo. La trama parla di un uomo dignitoso, di una bontà che commuove, che, su consiglio di uno dei suoi fratelli, cerca di trasformarsi in un uomo senza cuore – per fortuna, senza riuscirci – . Il testo è piacevole, molto arguto e ben osservato ma, tutto sommato, piagnucoloso.

Le intense passioni del capitano Tic
Passo dunque alle Intense passioni del capitano Tic. Qui, ricadiamo nella fantasia, ma una fantasia piacevolissima! L’intera commedia è basata sull’avventura di questo capitano che ritorna a casa della zia, s’innamora della cugina Lucile e, visto il suo carattere irascibile, rischia continuamente di mandare a monte il matrimonio. Con una simile trama bisognava riempire tre atti. Aggiungo poi che un uomo sempre in collera non è affatto piacevole da dipingere, e c’era anche il problema del tipo di gesto violento da fargli compiere. Eugène Labiche ha immaginato un uomo adorabile, al quale le sue intense passioni danno un fascino in più; e di tutti i gesti violenti tra cui poteva optare, ha scelto quello in grado di suscitare maggior comicità: la pedata. Una delle pedate più epiche è quella che riceve il tutore scorbutico Désambois. È già dietro le quinte, e non lo si vede più, quando il capitano allunga violentemente la gamba. La cosa più buffa è che lo stesso Désambois rientra maestosamente pochi istanti dopo senza osare aprire bocca sull’accaduto. Che gioiosa gaiezza! È bello vedere come gli avvenimenti più spiacevoli, grazie a Labiche, si trasformano in episodi divertenti.
Les vivacités du capitaine TicLa commedia include anche la celebre scena comica del campanello, ormai diventata un classico. L’episodio è risaputo. Il capitano ha giurato a Lucile di non arrabbiarsi più; quest’ultima, però, piena di dubbi, gli fa promettere di calmarsi ogni volta che lei scuoterà il campanello che si trova sul tavolinetto. Arriva Désambois e fa al capitano un discorso di estrema durezza; il capitano, spazientito, vorrebbe saltargli al collo, ma si sente il suono del campanello; il capitano si calma, ride, e lascia che l’uomo continui con le sue affermazioni. Il gioco scenico è molto divertente, ma non è finita: a un certo punto, Lucile è talmente indignata dalle cattive parole di Désambois da andare su tutte le furie; così, è il capitano a prendere il campanello e suonarlo a sua volta. Tutto finisce in uno scoppio di risa.
Non ho mai visto una scena meglio diretta e più allegramente concepita. In essa vi è tutto un certo tipo di teatro: è un modello di andirivieni ben equilibrato. L’effetto della scena è sempre straordinario, perché soddisfa i bisogni di simmetria del pubblico ed è un piacere per gli occhi e per le orecchie più che per l’intelligenza. È un teatro meccanico, dove l’osservazione è assente. Nella vita, ovviamente, non sono i colpi di campanello a correggere i difetti di un uomo. È probabile che il giorno seguente le nozze, il capitano urlerà e sferrerà pedate a più non posso, ma poco importa; quel campanello ha un suono talmente piacevole che basta e avanza a soddisfare il pubblico.

Conclusioni
Il volume contiene ancora l’atto unico La grammatica, un atto molto comico e arguto. Riassumerò il mio giudizio dicendo che se il primo volume dipingeva Labiche come il fantasista più sano e vigoroso che la Francia abbia mai avuto, nel secondo scopriamo un drammaturgo di più ampio respiro, in grado di elevarsi, a volte, fino alla grande commedia.

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