Eugène Labiche citazioni umoristiche

Eugène Labiche - locandina“Sua moglie era talmente autoritaria da redigere un testamento che iniziava così: “Espongo qui di seguito le mie prime volontà””.
(Eugène Labiche, 1815-1888)

“Quando il cuore di un uomo cessa di battere, danno il suo nome a un’arteria”.
(Eugène Labiche, 1815-1888)

“Sono come le galline vecchie: depongo le uova solo se mi solleticano”.
(Eugène Labiche, 1815-1888)

“Il fortunato è colui che tutto può. Lo sfortunato è colui a cui può accadere di tutto”.
(Eugène Labiche, 1815-1888)

“Signora Baronessa… intingiamo la nostra penna nelle lacrime… per informarvi che ce la svigniamo… Ce la svigniamo… a causa del rimorso per aver smarrito, inavvertitamente, l’oggetto che vi sta più a cuore… [vostra figlia] Colpevoli, ma sensibili, vi lasciamo la parte che ancora ci spetta del nostro salario affinché possiate sostenere le spese di affissione dei manifesti di smarrimento e garantire un’onesta ricompensa al rinvenitore…”.
(Una figlia sotto stretta sorveglianza (La fille bien gardée)
Commedia-vaudeville in un atto rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 6 settembre 1850)

“A Tolosa? No, io sono di Chaillot… e vivo a Chaillot… Vicino alla pompa!…”.
(Un cappello di paglia di Firenze (Un chapeau de paille d’Italie)
Commedia in cinque atti rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 14 agosto 1851)

“Basta così!… Un’amante!… nel giorno del suo matrimonio… Una donna che se ne sta con i piedi al calduccio sotto il tetto coniugale… mentre sua moglie e noi… che siamo la sua famiglia… ce ne andiamo in giro come vagabondi da più di quindici ore con questo benedetto mirto in mano… Che sconcezza! Che sconcezza!”
(Un cappello di paglia di Firenze (Un chapeau de paille d’Italie)
Commedia in cinque atti rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 14 agosto 1851)

Eugène Labiche - locandina

“Il 30 marzo ho ricevuto una citazione in giudizio con cui mi si accusa di un tentativo di omicidio… a colpi di cappello!”
(Un signore permaloso (Un Monsieur qui prend la mouche)
Commedia in un atto intervallata da canti rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro delle Variétés il 25 marzo 1852)

“Se in società si dicesse sempre la verità… si passerebbe la vita a ingiuriarsi l’un l’altro”.
(Il misantropo e l’alverniate (Le Misanthrope et l’Auvergnat)
Commedia in un atto intervallata da canti rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 10 agosto 1852)

“Si alza tardi, molto tardi. E lo fa, a suo dire, per contemplare il meno possibile i suoi simili”.
(Il misantropo e l’alverniate (Le Misanthrope et l’Auvergnat)
Commedia in un atto intervallata da canti rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 10 agosto 1852)

“Il signor de Flavigny si rifiuta di darmi un impiego… che non mi merito… Ho in mano alcune lettere che possono distruggere tutti i suoi sogni di felicità… Gliele sventolo sotto il naso e gli dico: “O la Borsa o la vita!””.
(La caccia ai corvi (La Chasse aux corbeaux)
Commedia-vaudeville in cinque atti rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 25 giugno 1853)

Eugène Labiche - locandina“Il vostro nome?”. “Ma vai a quel paese!…”. “La signora Ma vai a quel paese!…”. […] “Il vostro nome prego?…”. “Col cavolo!”. “I signori Col cavolo!”.
(Se ti becco, son dolori! (Si jamais je te pince!)
Commedia in tre atti intervallata da canti rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 9 maggio 1856)

“Sono giardiniere… e secondo praticante notaio. Pianto cavoli e poi consegno gli incartamenti”.
(Un signore che ha ucciso una signora in un incendio (Un Monsieur qui a brûlé une dame)
Commedia-vaudeville in un atto rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 29 novembre 1856)

“Tieni, mamma, ecco qua il secondo volume… l’ho trovato molto interessante… Rocambole ha appena contratto matrimonio… lui e la moglie vanno in camera da letto e poi…”. “E poi cosa?”. “Niente… il seguito nel terzo volume… che mi presterai stasera…”. “Ridotta a leggere dei romanzi!… Ma chi si è sposata? Un circolo letterario?”.
(La sensitiva (La sensitive)
Vaudeville in tre atti rappresentato per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 10 marzo 1860)

“E la mia fidanzata?”
“Vi stima molto; vi amerà in seguito”
“L’amore è passione… la stima è un vincolo!”.
(Le intense passioni del capitano Tic (Les Vivacités du capitaine Tic)
Commedia in tre atti rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Vaudeville il 16 marzo 1861)

“Eravamo senza pane, né acqua… né tabacco!… Che crudele disdetta!… Per fortuna, nella mia piccola truppa c’era un parigino… e un parigino in un reggimento è come una battuta vaudevillesca in una tragedia greca… Così, quando arrivava l’ora dei pasti, ci stringevamo lo stomaco e facevamo un bel coretto!”.
(Le intense passioni del capitano Tic (Les Vivacités du capitaine Tic)
Commedia in tre atti rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Vaudeville il 16 marzo 1861)

Eugène Labiche - articolo

“Amico mio, ci sono offese a cui un uomo rispettabile deve saper rispondere solo con il silenzio e il disprezzo”.
(La grammatica (La Grammaire)
Commedia-vaudeville in un atto rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 28 luglio 1867)

“Ah, se solo vedessi mia moglie! Esprime un tale candore… è il ritratto dell’onestà!”.
“Anche la mia era il ritratto dell’onestà… ma non ero il solo a godermelo!”.
(C’è bisogno di dirlo? (Doit-on le dire?)
Commedia in tre atti rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 20 dicembre 1872)

“Non lo dico per vantarmi, ma oggi fa un caldo terribile”.
(Ventinove gradi all’ombra (29° à l’ombre)
Commedia in un atto rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro del Palais-Royal il 9 aprile 1873)

“I denti finti sono i più belli!… Sono i dentisti a dirlo!… Insomma, bisogna pur guadagnarsi il pane in qualche modo!”.
(I trenta milioni di Gladiator (Les trente millions de Gladiator)
Commedia-vaudeville in quattro atti rappresentata per la prima volta a Parigi al Teatro delle Variétés il 22 gennaio 1875)

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Le tre rivoluzioni del teatro ottocentesco (Labiche, Dumas, Crémieux e Halévy)

Il presente articolo è tratto dall’opera Quarante ans de Théâtre: feuilletons dramatiques, Bibliothèque des Annales Politiques et Littéraires, Paris 1900, volume I, pp. 190-192. L’autore è Francisque Sarcey. La traduzione è mia.

Un cappello di paglia di FirenzeNel mio ruolo di critico teatrale, avendo modo di seguire il teatro con assiduità, ho assistito a un certo numero di rivoluzioni di cui è stata oggetto l’arte drammatica. Tre, dal mio punto di vista, sono quelle che hanno generato le conseguenze maggiori e più curiose e tutte sono state realizzate da persone che non sospettavano minimamente di possedere un’indole rivoluzionaria.
La prima è da attribuire a Eugène Labiche; il giorno in cui consegnò il copione di Un cappello di paglia di Firenze creò un nuovo genere teatrale che avrebbe, senza ombra di dubbio, cambiato per sempre il vaudeville contemporaneo. Questo nuovo genere era talmente in contrasto con le consuetudini teatrali dell’epoca che Charles Contat-Desfontaines, direttore del Teatro del Palais-Royal costretto a mettere in scena la pièce perché era di Labiche, si rifiutò di concedergli l’onore della sua presenza: dichiarò che non ci teneva affatto ad assistere al discredito del suo teatro.
Un cappello di paglia di Firenze portò alla creazione di una lunga serie di pièces costruite sulla sua falsariga che non suscitarono nel pubblico la medesima curiosità dell’originale. Sarei volentieri portato a credere che il vero capolavoro di questo genere teatrale sia in realtà Il gruzzolo, ma continuo a provare un debole per Un cappello di paglia di Firenze che aprì la serie suscitando grande scalpore.

La signora delle camelieLa seconda rivoluzione a cui ho assistito è quella generata da La signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio. Nessun critico, prima di lui, aveva parlato della necessità di esporre a teatro i fatti esattamente come si svolgono nella vita reale. Dumas, che all’epoca aveva ventidue o ventitré anni, aveva composto il suo dramma senza seguire una teoria prestabilita. No. Egli aveva amato una bella giovane e aveva narrato in un romanzo tutte le vicissitudini di questa storia d’amore; gli era venuta l’idea di ricavarne una pièce e, siccome aveva un certo talento, l’aveva composta alla meno peggio, senza nemmeno chiedersi se il testo rispettasse o meno i canoni teatrali dell’epoca e senza rifletterci troppo a lungo.
Fu una rivoluzione; tutto il teatro contemporaneo fu come percorso da una scossa, e questo giovane che, forse, non aveva mai riflettuto sull’arte drammatica, riuscì al primo colpo, senza neanche accorgersene, a compiere quell’atto che tutti i critici del mondo messi insieme non sarebbero mai riusciti a realizzare neanche in cinquant’anni di articoli giornalistici.

Orfeo all'InfernoLa terza rivoluzione è probabilmente ancora più eccezionale. Se qualcuno avesse detto a Hector Crémieux e a Ludovic Halévy mentre scrivevano con disinvoltura il libretto di Orfeo all’Inferno: “State per creare un genere che ingloberà tutti gli altri, invaderà tutti i teatri, ucciderà la commedia di genere, il vaudeville, l’opéra-comique e perfino l’opera seria e che, dopo aver divorato tutto ciò che lo circonda, finirà per autoconsumarsi”, sarebbero stati colti da un fremito di spavento e avrebbero fatto un balzo indietro dal terrore. Crémieux e Halévy non vedevano così lontano: seguivano un istinto oscuro, e fu la casualità a far sì che la loro opera rispondesse a un certo numero di aspirazioni e tendenze ancora latenti presso il pubblico e in attesa di trovare soddisfacimento. Il pubblico si riconobbe in quell’opera e li ricompensò con un successo strepitoso.

Credo che il mestiere di noi critici consista nello spiegare al pubblico perché gli piacciono determinate cose e quale rapporto hanno queste cose con gli usi e costumi della gente, con le sue idee e i suoi sentimenti. Siamo noi a sollevare il cartello indicatore sul quale si può leggere: “Passate pure, la strada è aperta”, ma non è compito nostro aprirla, quella strada; e nel caso in cui provassimo a farlo, quasi sicuramente prenderemmo un abbaglio.

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Lo stile di Eugène Labiche

Il presente saggio breve è tratto da Le théâtre de Labiche in De Scribe à Ibsen: causeries sur le Théâtre contemporain, Paul Delaplane Éditeur, Paris 1893, pagg. 443-451. L’autore è René Doumic. La traduzione è mia.

Un cappello di paglia di FirenzePer quarant’anni Eugène Labiche ha fatto ridere i suoi contemporanei: è stato una forza, una forza benefica. La gioia è in effetti il tratto dominante di tutto il suo teatro, ed è questo a renderlo un teatro unico nel suo genere e molto originale. Altri autori, nelle loro rispettive epoche, si sono dimostrati gioiosi quanto Labiche, ma nessuno, come lui, possedeva quell’inesauribile gioia che, dall’inizio alla fine della sua opera, si è dimostrata la sua costante fonte d’ispirazione. È Labiche in persona che sembra aver composto le sue pièces con l’unico scopo di divertirsi e di divertire il pubblico. Appena una situazione comica gli attraversava la mente, subito la consolidava fin dall’inizio della pièce. Poi la girava e rigirava, la esaminava sotto tutti i punti di vista, come per prolungare il proprio piacere, e, dopo averne ricavato tutti gli effetti possibili, si fermava e lasciava che l’azione terminasse come meglio poteva, in preda alla casualità di un finale qualsiasi. Quanto abbiamo riso, mio Dio, con quella risata grassa e sincera tipica dell’uomo che, cancellando ogni amarezza e preoccupazione, migliora il suo stato di salute.

Struttura delle opere di Labiche:
Ritengo opportuno suddividere l’opera di Labiche in due parti: la prima, che è anche la più estesa, è formata da quei vaudeville basati sui quiproquo, di cui Un cappello di paglia di Firenze e Il gruzzolo sono i massimi rappresentanti; la seconda è incentrata sullo spirito d’osservazione di Labiche e la sua capacità di leggere nell’animo umano.
Le pièces che rientrano nella prima categoria sono delle esorbitanti buffonate. Nascono da una situazione impossibile per poi dipanarsi nello stravagante. I personaggi sono grotteschi e ogni loro caratteristica, a partire dal nome che gli viene affibbiato fino ai tic e alle manie che li perseguitano, contribuisce a metterne in risalto la smisurata imbecillità. Borghesi e provinciali, hanno una fisionomia che sfocia nel caricaturale. Il loro stato d’animo abituale è la stupefazione, e per renderne ancora più pittoresca l’idiozia l’autore li veste in modo bizzarro, inducendoli a utilizzare accessori stravaganti e ad assumere posture eccentriche. Nonancourt, il padre della sposa in Un cappello di paglia di Firenze, se ne va a spasso per dodici ore con un vaso di mirto sottobraccio; Colladan, tra i protagonisti del Gruzzolo, passeggia lungo il boulevard con la zappa in spalla; Edgard, di Edgard e la sua cameriera, sale su una scala perché soffre di un terribile mal di denti e non sa dove mettersi; in Un ballo in vestaglia, un signore in abito scuro si vede improvvisamente costretto a portare in giro uno scaldaletto e c’è anche chi porta una camelia all’occhiello e sottobraccio un canestro di carbone. L’obiettivo principale è far ridere e, a questo scopo, tutti i mezzi sono buoni.
Tra le principali strategie sfruttate da Labiche si possono enumerare:

1) Gli equivoci: Nelle pièces appartenenti al genere succitato ogni personaggio viene scambiato per qualcun altro senza mai essere visto per come è in realtà: un contabile viene scambiato per il sindaco incaricato di registrare i nomi degli sposi sul registro del Comune; un individuo qualsiasi viene preso per un noto tenore; il palazzo di una marchesa viene confuso con la sala banchetti di un ristorante. Spesso e volentieri, una donna in età avanzata interpreta dei complimenti indirizzati ad altre come se fossero rivolti a lei, anche se la sua età dovrebbe bastare a renderla conscia dell’equivoco;

2) I racconti inverosimili: Ogni volta che un personaggio è bloccato in un vicolo cieco, decide di inventare, pur di uscirne, la giustificazione meno plausibile di questo mondo, nella ferma convinzione che sarà facilmente accettata;

3) Il continuo ripetersi delle medesime battute, delle medesime interiezioni, dei medesimi incidenti e la sospensione di una confidenza che sta per essere comunicata e viene interrotta, decine di volte, sempre nel momento clou;

4) Il contrasto tra quanto i personaggi affermano e il tono in cui lo affermano: Un uomo sordo viene trattato da idiota e imbecille e lui sorride e ringrazia…

L'amatissimo CélimareL’elenco potrebbe essere ancora molto lungo. Del resto, i procedimenti utilizzati da Labiche per scatenare il riso sono quelli che già riscossero ampio successo in epoche passate, ma, a differenza dei suoi predecessori, l’autore se ne serve con incredibile destrezza riuscendo a diventare un vero maestro in un genere di cui non è l’inventore. Alcune delle sue pièces sono di una comicità talmente irresistibile da raggiungere la perfezione. Ma questo non significa, ovviamente, che sia opportuno cercarvi quello che non c’è. Per quanto mi riguarda non ho mai cercato di scoprire la filosofia che si cela dietro Il gruzzolo, o di penetrare nei meandri psicologici di Un cappello di paglia di Firenze. Si tratta semplicemente di fantasie e di farse esilaranti, niente di più, e, dal mio punto di vista, va più che bene così.

Accanto alle commedie d’intreccio, che rallegrano il pubblico come una sorta di sfida lanciata alla realtà, nel teatro di Labiche si trovano testi di un genere completamente diverso. Come già anticipato sono quelli che mettono in evidenza lo spirito d’osservazione dell’autore e la sua capacità di leggere nell’animo umano. Rientrano in questa categoria: Il viaggio del Signor Perrichon, uno dei suoi capolavori; Il misantropo e l’alverniate, L’amatissimo Célimare, Il più felice dei tre, La polvere negli occhi… Tutte queste pièces sono accomunate da un’unica caratteristica: l’autore vi esprime delle idee molto sottili avvalendosi di mezzi grossolani. Il ragionamento di Labiche è il seguente: ci si lamenta sempre del fatto che il mondo è dominato dalla menzogna, dalle false apparenze e dalle convenzioni e ognuno di noi spera, prima o poi, di trovare onestà e sincerità. Ora, l’unico sistema per far sì che ci si penta di questa speranza è fare in modo che si realizzi sul serio. Ed ecco come l’autore espone il proprio pensiero in alcune delle pièces succitate:
1) Un misantropo si illude di trovare in un villano, alverniate di nascita e portatore d’acqua di mestiere, l’uomo secondo natura, l’anima semplice e indipendente che ha sempre cercato nella società; così lo prende con sé e gli raccomanda di dire sempre la verità. Prima che siano trascorse ventiquattr’ore, l’alverniate ha già accumulato una tale serie di gaffe che il povero misantropo non sa più come liberarsi del suo scocciatore.
2) Quando un amante si introduce in una famiglia, la sua presenza va a tutto vantaggio del marito. Ecco quindi Célimare, il giorno seguente le nozze, affiancato da due Sganarelli (vedere Nota 1) che non sono capaci di fare a meno di lui e che hanno giurato di non lasciarlo più. Questo contrasto tra la natura dell’idea e l’importanza dei mezzi è curioso, e del resto non servirebbe a niente contestarne la legittimità poiché una simile scelta finirebbe per eliminare una delle caratteristiche fondamentali dell’opera di Labiche.

Labiche

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