Il delitto di Via dell’Orsina (rassegna stampa)

Un colpevole che si crede innocente…
un innocente che si crede colpevole…
tre cadaveri e una gatta morta. Eppure si ride,
e allora, cos’è questa strana inquietudine?
(Antonio Cornacchione)

Si riportano qui di seguito alcuni stralci degli articoli dedicati al Delitto di Via dell’Orsina, allestito al teatro Franco Parenti per la regia di Andrée Ruth Shammah, su traduzione e adattamento della stessa Shammah e di Giorgio Melazzi, e basato sull’atto unico L’affaire della Rue de Lourcine di Labiche.

È un Eugène Labiche anomalo, quello scelto da Andrée Ruth Shammah per la sua nuova regia, L’affaire de la rue de Lourcine, che, traghettando la vicenda dalla Francia della seconda metà dell’Ottocento all’Italia degli anni Quaranta, è diventato Il delitto di via dell’Orsina […].
Potrebbe essere solo una pochade, di cui Labiche era maestro assoluto, genio boulevardier al pari di Feydeau, talento prolifico e sopraffino per indiavolate geometrie di equivoci e farse puntate come armi di precisione sul ridicolo nascosto sotto i tappeti della buona borghesia. Ma c’è qualcosa in più. «Un senso di spaesamento, la percezione che sia successo qualcosa, un evento rispetto a cui niente sarà più come prima », spiega Shammah, che al suo fianco ha voluto una squadra a larga maggioranza femminile: Margherita Palli per le scene, Nicoletta Ciccolini per i costumi, Camilla Piccioni per le luci.
La matrice è da vaudeville, ma virata a un quasi noir messo in tensione sul comico intrinseco a un atto unico che corre spedito tra colpi di scena, molti pasticci e parecchi guai, soprattutto per i due protagonisti, interpretati da Massimo Dapporto e Antonello Fassari («non avevo mai lavorato con loro, ma mi sembravano perfetti. Ora posso dire che avevo ragione»). Insieme a loro, Antonio Cornacchione, Susanna Marcomeni, Andrea Soffiantini, Christian Pradella a completare un cast «con cui è stato bellissimo lavorare. Faticoso, perché Andrée è puntigliosa come nessuno, ma ci siamo molto divertiti».
(Sara Chiappori, La Repubblica, 06 dicembre 2021)

foto di ©Francesco Bozzo

foto di ©Francesco Bozzo

Poco rappresentato in Italia (ma ne hanno curato l’allestimento nomi come Patrice Chereau e Klaus Michael Grüber), il testo del padre nobile del vaudeville Labiche risale al 1857 e, fra equivoci, intrecci vorticosi e ingarbugliate cospirazioni, racconta nello spazio di settanta minuti le ansie e i maneggi criminosi di due non più giovani ex compagni di scuola che, dopo una nottata di bisbocce (di cui non ricordano nulla), si convincono di aver compiuto un efferato delitto e non dimostrano scrupoli pur di farla franca. […]
«La brevità in questo caso non è semplificazione, è pensare che si possono concentrare tanti argomenti e tanta vita in un tempo breve! Ho spostato l’azione in epoca prefascista e preso altri personaggi da altre commedie di Labiche. Soprattutto è stato bellissimo che, pur nel disegno preciso dell’intenzione registica, gli attori abbiano avuto la libertà di intervenire con le loro proposte.
Non è una pochade dai ritmi indiavolati e, in un mondo come quello di oggi, dove conta come gli altri ti vedono e non come sei, i personaggi sono assolutamente “credibili”».
(Daniela Zacconi, Corriere della Sera, 07 dicembre 2021)

Del 1857, pochissimo rappresentato in Italia, “Il delitto” in Francia è considerato un capolavoro della comicità e del vaudeville, palestra di comicità dai tempi del muto a quelli della contestazione, fino a oggi. È una specie di noir, in cui dramma e commedia si intersecano e in cui si inseriscono numeri cantati, qui accompagnati da una piccola orchestra dal vivo che esegue le musiche originali di Alessandro Nidi. […]
«Ho deciso di uscire dalla mia comfort zone – asserisce Shammah, circa la scelta di questo testo – poiché avevo bisogno di raccontare cose profonde in leggerezza, di far ridere senza rinunciare a far riflettere. Questa pochade così poco convenzionale era perfetta: nella scrittura e nelle tematiche che affronta molto attuali, come la predominanza dell’esteriorità sull’interiorità, la divaricazione tra come vogliamo apparire agli altri e quello che siamo davvero dentro, la solitudine che ci accompagna».
(Adriana Marmiroli, La Stampa, 08 dicembre 2021)

Il testo originale, poco frequentato sui nostri palcoscenici, è il classico vaudeville alla francese tanto in voga nell’Ottocento. Una storia leggera, certamente, ma ben congeniata per riflettere svariate questioni: fin dove saremmo disposti a spingerci per tutelare il nostro onore?
Tra una cantatina e un gioco di parole, l’amara verità è che l’ombra dell’animo umano potrebbe spingerci al male più nero. Ma fortunatamente siamo in un vaudeville, quindi il bene trionfa sempre grazie al caso e una grande risata risolve tutto.
(Andrée Ruth Shammah)

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