Discorso in risposta a Labiche dopo la sua accoglienza all’Académie-Française

Il presente testo è un frammento del discorso tenuto da John Lemoinne il 25 novembre 1880 dopo la nomina di Eugène Labiche a membro dell’Académie-Française. La traduzione è mia.

Eugène LabicheUn re di Spagna, Filippo II, dall’alto del suo palazzo, osservava uno studente che passeggiava nella pianura e a ogni passo si fermava perché colto da un riso incontenibile. Il re si mise a dire: “Di sicuro sta leggendo Don Chisciotte”. Mandò uno dei suoi ufficiali per informarsi e, in effetti, il testo che lo studente stava leggendo così gioiosamente era proprio quel capolavoro di sentimento, filosofia e gaiezza.

Allo stesso modo, quando vediamo una sala teatrale, oppure un raduno di persone, un gruppo, o anche un lettore solitario, esplodere in uno scoppio di risa incessante e vivace possiamo dire a colpo sicuro: “Sta leggendo Labiche”. Perché oltre al Labiche da teatro c’è anche quello da camera, che accompagna i viaggiatori e fa loro perdere la cognizione del tempo, che si legge la sera accanto al fuoco e rallegra i focolari più tediosi, che gli ipocondriaci non possono leggere o ascoltare senza sentirsi guariti.

Tuttavia, caro Labiche, di ragioni per temere il libro e la lettura ne avevate molte. La vostra modestia e il vostro buon animo ve l’avevano fatto capire, ma più del necessario. È stato un amico, oggi a sua volta membro, ad avere coraggio al posto vostro e a spingervi a pubblicare i volumi.

In effetti, come avreste potuto non dubitare di voi stesso? Come non esitare di fronte al compito di riunire per completezza e durata opere di improvvisazione, di osservazione effimera e di satira quotidiana? In tutti i personaggi delle vostre commedie un ruolo non apparteneva forse all’attore? In tutte le allusioni a questa o quella conformazione di forma o di figura non c’era forse il ruolo delle persone sul palco e i cui tratti erano conosciuti e popolari? Privato di questo tipo di collaborazione, il vostro teatro non rischiava di perdere uno degli elementi che ne decretavano il successo?

Questo tipo di prova è ben nota a tutti coloro che scrivono di eventi quotidiani, di questioni sempre correnti di cui non si è visto l’inizio e non si vedrà la fine, che non sono mai opere complete né un libro definitivamente chiuso. Anche loro alludono a una miriade di cose che il giorno dopo saranno dimenticate, e le loro battute di spirito, focalizzate sull’attualità, la settimana seguente risultano incomprensibili. Su di essi, caro Labiche, avete il vantaggio che i personaggi ridicoli, grandi e piccoli, e le sventure familiari che riempiono le vostre commedie, restano di ogni epoca e giorno, e fanno parte di ogni società.

Ecco perché avete superato vittoriosamente la prova del libro; e dobbiamo ringraziare il nostro collega, uno dei maestri della scena, per aver avuto prima di voi, e vostro malgrado, coscienza di voi.

Le Major CravachonUn uomo che potrebbe definirsi l’incarnazione dell’Académie Française, Abel François Villemain, diceva nell’accogliere Eugène Scribe: “In ogni tipo di letteratura, ogni personaggio dalla fama durevole è un grande titolo accademico, e a nessuno è concesso di divertire impunemente il pubblico per vent’anni”. Voi, caro Labiche, lo fate ridere da quarant’anni, e continua a ridere, ride sempre. Avete acquisito e conquistato il simbolo popolare del successo: siete diventato proverbiale. Le vostre battute, i titoli delle vostre opere, sono sulla bocca di tutti, nella memoria dei piccoli e dei grandi. Ovunque, non si fa che dire: “Genero mio, il fidanzamento è rotto”, oppure “Abbracciamoci, Folleville”. I compagni di collegio si chiamano tutti l’un l’altro labadensiani, e la battuta che la commedia antica ripete tanto spesso è diventata: “Il più felice dei tre”.

Quando definite le vostre commedie degli scherzi siete troppo modesto, vi rendete miglior giustizia reclamando il dono del buonumore. Dev’essere un dono di natura, spontaneo, visto che l’avete mantenuto anche nei periodi più turbolenti. Ci avete rallegrato quando volevamo piangere. Abbracciamoci, Folleville!, per esempio, è capitata proprio durante le burrascose elezioni del 1850 e il mio caro collega, Jules Janin, che comunque non era incline alla malinconia, quel giorno disse: “Abbracciamoci, abbracciamoci! Non chiederei di meglio; ma bisogna andare a votare!”.

Voi possedete quel dono prezioso dello spirito, così raro al giorno d’oggi: la salute. Il vostro spirito è in buona salute, in un felice equilibrio di sangue e umori. Ecco perché la vostra fama ha resistito: il buonumore, come un liquore generoso, non subisce alterazioni e anzi migliora con il tempo. Potremmo imbottigliare un po’ di Labiche e spedirlo ai malati e ai malinconici: è un rimedio più efficace di qualsiasi acqua termale. A questo proposito, vi chiedo il permesso di ricordare un uomo che tutti noi abbiamo conosciuto e amato, Ernest Bersot. Mentre sopportava con estremo coraggio le più atroci sofferenze, uno dei suoi amici, un nostro collega, gli portò Il Teatro di Labiche. Morendo, caro Labiche, vi lasciò in eredità il suo volume sui moralisti.

Avete fatto ridere tanta gente che per noi tutti era impossibile prendervi sul serio; non potevamo rassegnarci, avevamo paura di cambiarvi. Non pensavate all’Académie, ebbene! Va detto che nemmeno il pubblico ci pensava per voi, e fin dall’inizio non ha voluto crederci. Molti hanno detto: “Sta scherzando! È evidente!”. Avete vissuto gli inconvenienti del giovane che, dopo aver in parte dilapidato la sua vita, un bel giorno annuncia agli amici di volersi sposare. “Sposarsi lui! Sistemarsi lui! Sta scherzando!”. Eppure quel giovane diventa un bravo marito, un buon padre e anche un accademico.

In fondo il vostro teatro è più serio di quanto non sembri, e anche voi siete un uomo più posato di quanto affermiate. Oh! Non ambite di sicuro all’ideale; ma la vita quotidiana ne è priva, ed è quella che voi mostrate. La vostra lingua non è sempre impeccabilmente corretta, ma la battuta è sempre trasparente. Con questo non intendo dire che sia brutale. Quella ce l’avete in punta di penna, e sulla punta della lingua, ma non la lasciate mai sfuggire.

Chapeau de paille d'ItalieLa vostra commedia è forse leggera, anche audace; ma c’è qualcosa che le impedisce di essere immorale: non è sentimentale. Le disgrazie domestiche che mettete in scena sono disgrazie per ridere; accadono in un mondo che non si prende sul serio e di cui è lecito dire: la gioventù vuole il suo sfogo. Questo mondo così buffonesco non crede di commettere un crimine con le farse che inscena, e tutte queste invenzioni irresistibilmente comiche sono percorse da una bella corrente d’aria che rimuove ogni particella malsana. Proprio per questa ragione, a volte, le vostre pièces più celebri sono state prese in prestito per allestirle negli istituti educativi dove le donne non potevano essere in scena, e in cui la figlia del Signor Perrichon è virtuosamente sostituita da un fondo di carrozzeria che due contendenti inseguono attraverso le montagne della Svizzera. A parte questa piccola differenza, le passioni sono le stesse, ed è così che le vostre pièces possono essere allestite nei seminari.

Il viaggio del Signor Perrichon è autentica filosofia. È stato riallestito di recente, dopo vent’anni, ma è sempre giovane perché rappresenta un sentimento imperituro: l’ingratitudine.
È indipendente a modo suo, questo borghese; ha quella che si definisce l’indipendenza del cuore. Non riesce a perdonare colui che lo ha salvato; ha sempre davanti qualcuno che può dirgli: “Eh, se non era per me!”; è tormentato dall’incubo della riconoscenza. Niente di più vero; più argutamente, più comicamente e più profondamente tratto dalla realtà; è vera commedia.
Lo stesso vale per la politica, e per i popoli e gli individui. Vale la pena ricordare le parole di un celebre ministro il cui paese era appena stato salvato dall’intervento armato di una grande potenza: “Stupiremo il mondo con la nostra ingratitudine”. Queste parole risalgono a più di trent’anni fa, ma sono valide ancora oggi. Paesi che sono stati soccorsi o salvati non lo perdonano; ma il mondo non si stupisce più.
Parole come “solo Dio ha il diritto di uccidere i suoi simili”, pronunciate con serietà buffonesca, non contengono forse la filosofia di tutte le discussioni sulla pena di morte?
Non mi soffermerò su quelle opere unicamente leggere che sfuggono a ogni analisi, e talmente esilaranti che gli attori stessi non riuscivano ad arrivare alla fine delle prove. Bisogna disporre di un’inesauribile provvista di battute per portare avanti la cosa per cinque atti, come avviene in una tragedia.

Un giorno, caro Labiche, siete arrivato fino all’accademia di teatro, la Comédie-Française; ed è a questo proposito che Sainte-Beuve, parlando di Collé, dichiarava: “Collé ha fatto qualcosa che abbiamo visto fare allo spiritoso e simpatico autore del Palais-Royal Eugène Labiche. Ha indossato l’abito scuro e la cravatta bianca per rendersi degno della Comédie-Française e si è privato della sua allegrezza, del lato migliore della sua vena comica. Questo atteggiamento lui lo definiva onestizzare le sue pièces; in realtà, significava raffreddarle troppo. Per quanto mi riguarda, preferisco i nostri due autori quando si muovono nel loro ambiente: Labiche in L’amatissimo Célimare, e Collé in La verité dans le vin; due piccoli capolavori con qualche elemento in comune, ornamenti dello stesso tipo portati con leggerezza”.
Io non credo, caro Labiche, che abbiate snaturato la vostra indole nella commedia rappresentata alla Comédie-Française avente per titolo quell’unica parola Moi. È in quel contesto che troviamo la battuta, altrettanto unica, dell’egoista alla nipote, che cerca di dissuaderlo dallo sposare una giovane e gli racconta quanto lei stessa abbia sofferto sposando un anziano: “E lui?”, chiede l’uomo di continuo. “Lui, oh! Era felicissimo!”, ribatte lei. “Beh! E allora che problema c’è?”.
Sono battute convincenti, e destinate a perdurare. Sainte-Beauve preferiva Célimare, è un suo diritto. Niente di meglio di questa vittima della felicità, da molti soprannominata Il più infelice dei tre, per fare pendant con Il più felice dei tre.
Considero queste due pièces opere morali; e senza utilizzare in questa sede parole troppo ambiziose con cui il soggetto ha poca attinenza, mi limito a dire che dal più felice e dal più infelice dei tre si evince che la libertà vera sta nella regola. La sorte di Célimare e di Ernest serve a correggere dai piaceri della carne.
Infatti esiste un rovescio della medaglia: la persecuzione, non delle donne, ma dei mariti che non possono rassegnarsi a fare a meno dell’amatissimo. È un castigo; Célimare non ha il diritto di sposarsi, e sfugge all’attenzione dei suoi amici traditi solo annunciandogli che la loro devozione gli costerà grosse somme di denaro. È la goccia fredda versata nell’acqua bollente.
In Il più felice dei tre, il marito è coccolato, vezzeggiato, avvolto nel cotone. Si suppone che ignori il suo destino, ma forse non chiede di conoscerlo. C’è qualcosa o qualcuno che ama più di sua moglie, e anche più di Ernest: se stesso, e sta bene così; è davvero il più felice dei tre. Quanto agli altri due, passano la vita in un perpetuo stato di allerta. È un continuo: “Sono rovinata! Non vivo più!”. Ernest fa il servo, porta lo scialle, la borsa dell’acqua calda, il cagnolino, e urla: “Sposarmi! Ah, se solo potessi! Sarei finalmente libero!”. In forma scherzosa, molto leggera, non ritroviamo forse in queste invenzioni il fondo di tutti i veri drammi della vita?

Mon IsménieLa vera critica la ritroviamo anche in Il misantropo e l’alverniate. L’uomo afflitto vede tutto grigio, diffida del genere umano, pensa che tutti siano bugiardi, cerca sempre di scoprire il tradimento di qualcuno cogliendolo in flagrante delitto. Quando questo succede, si convince di non aver perso la sua giornata e, per usare un’espressione familiare, di non essere tornato a mani vuote.
Incontra l’alverniate; un uomo che gli dirà la verità, sì, ma in un modo assolutamente intollerabile. Machavoine dichiara di essere una persona franca, incapace di mentire. Il misantropo gli chiede come lo trova e lui gli risponde brutto. Il misantropo è felice ed esclama: “Finalmente! Ecco un uomo onesto! È riposante, fa stare bene”.
No, non fa stare bene; no, non è riposante. Il misantropo, a cui la verità non viene più nascosta, è il primo a soffrirne: è costretto a rinunciarvi per tornare, non dico alla menzogna, ma alla tolleranza. Insomma, il mondo è una grande società di mutua tolleranza. Alceste, nell’opera di Molière, è un essere insopportabile, adatto a vivere nel luogo isolato che finisce per cercarsi. Qual è, vi prego di dirmelo, il dovere d’onore, l’obbligo morale che lo spinge a trovare brutto un sonetto? La religione, la famiglia e la proprietà c’entrano in un sonetto? Forse si mente quando si è gentili? Si dice a una donna non bella che è brutta? Si dice a un uomo di scarsa intelligenza che è stupido? A meno che, ovviamente, non ci siano valide ragioni per dirglielo. Ma per puro amore della verità assoluta! Oh! No, la morale non lo esige. Se tutti fossero così virtuosi, non esisterebbe più una sola società vivibile; come potremmo vivere insieme, mi chiedo? E come potremmo fare discorsi accademici?

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