L’amore dell’arte, Labiche allestito in Italia nel 1909

Il presente articolo di critica è tratto dal volume Il teatro in Italia nel 1909, pp. 334-335. L’autore è il giornalista Domenico Oliva.

Labiche illustrazioneSi cominciò con un aperitivo di Labiche, L’Amore dell’arte. Possibile che del Labiche non resti altro, almeno in Italia, che questo scherzo comico? E il Chapeau de paille d’Italie? E La Cagnotte? Come si dimentica presto… in Italia! È vero che anche in Francia… Non mi consta che colassù si usi riprodurre qualcuno di quei vaudeville del fecondo e panciuto borghese (otto volumi di vaudeville lasciò il Labiche, non c’è male) i quali trenta o quarant’anni or sono facevano la delizia dell’universo intero. Del Labiche non c’è che una frase immortale, veramente, autenticamente immortale: “Abbracciamoci, Folleville!”. L’adoperano anche gli scrittori politici: con un Abbracciamoci, Folleville! si finisce bene un articolo di fondo: ecco una frase d’effetto; una pennellata artistica, soprattutto in tema di politica estera.

Eppure l’organismo del vaudeville contemporaneo c’è già nel Labiche: il vaudeville contemporaneo è l’esagerazione del vaudeville del Labiche, è il vaudeville del Labiche all’ennesima potenza: ma il fondo è sempre quello: gente che scappa e si rincorre, fughe e inseguimenti che s’intrecciano: questo è il Chapeau de paille d’Italie, questo è La Cagnotte, che s’italianizzò e si milanesizzò sotto il nome di Barchett de Boffalora, ma anche il Barchett de Boffalora è dimenticato: si dimentica tutto: è una desolazione!

Fra il vaudeville contemporaneo e quello del Labiche c’è tuttavia una differenza e d’una certa rilevanza: il Lemaître riferisce come il Sarcey facesse notare in una sua conferenza intorno al Labiche, e aggiunse “avec une exquise pudeur”, che alla rappresentazione di quasi tutto il repertorio del famoso vaudevillista potrebbero assistere le signorine. Se qualcuno dicesse altrettanto d’un repertorio che si adorna delle Pillole d’Ercole e di Niente da dichiarare? di Maurice Hennequin direbbe una cosa molto arrischiata.

L’Amore dell’arte fu recitato a dovere dal bravo Ciarli e dalla simpatica Vitta: ma al pubblico piacque mediocremente: gli Dei se ne vanno: gli Dei se ne sono andati.

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